11 Agosto 2015 52 commenti

True Detective 2 season finale – Qualche acuto arrivato troppo tardi di Diego Castelli

Un finale più sveglio, ma nel complesso è delusione

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ATTENZIONE! SPOILER SUL FINALE DI TRUE DETECTIVE 2!

 

È l’11 agosto, Serial Minds è teoricamente in vacanza, ma bisogna per forza scrivere del finale di True Detective, ché sennò facciamo la figura dei cioccolatai. Figura che potremmo fare lo stesso, visto che al momento le mie risorse cognitive sono quelle di un’otaria che prende il sole su uno scoglio.

Evitiamo con impegno di ridirci fino allo sfinimento le cose che abbiamo già detto nei due post precedenti (eccone uno ed eccone un altro): no, la seconda stagione di True Detective non vale la prima e sì, siamo complessivamente un po’ delusi. E non dimentico il fatto che nella recensione del pilot ne avevo parlato con toni accondiscendenti, bilanciando certi evidentissimi rischi con altrettante buone cose. Semplicemente, il resto della stagione ha confermato quei problemi senza riuscire a dare adeguata forza a quanto di buono si vedeva nel primo episodio.

Paradossalmente, il finale non ha fatto altro che aumentare la mia frustrazione, perché è senza grossi dubbi l’episodio migliore della stagione, o quanto meno il più piacevole. La storia (come serie antologica vuole) chiude perfettamente il suo cerchio, praticamente nulla viene lasciato in sospeso e tutti i fili vengono annodati. Soprattutto, la forza drammatica della morte di ben tre protagonisti su quattro – Woodrugh alla fine del penultimo episodio, Ray e Frank in quello successivo – riesce inevitabilmente a scardinare una certa apatia calata sullo spettatore, regalandoci momenti di grande tensione e potenza. È soprattutto la morte di Ray a colpire lo stomaco: dall’iniziale (vana) speranza di salvarsi, alla necessità di vedere il figlio un’ultima volta, per finire con la sconfitta del messaggio vocale non inviato, mentre il nostro cercava di combattere i cattivi guardando il cellulare in un crescendo quasi surreale che giudico forse il momento migliore di tutta la serie. Da perfetto eroe tragico, Velcoro trova una piccola vittoria solo dopo la morte, quando la moglie scopre che effettivamente è lui il padre del giovane Chad.
Un po’ meno riuscita, benché sempre efficace, la morte di Frank, anche lui bloccato sul più bello della fuga e costretto a trascinarsi sanguinante nel deserto: in realtà è una scena molto bella, forse la performance migliore di Vince Vaughn nella stagione, ma ho trovato eccessive le allucinazioni, come se fossero un espediente troppo diretto e per questo un po’ dozzinale.

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Soprattutto, è un buon finale perché riesce semplicemente a tenerci svegli: l’eccessiva, pesantissima complessità del resto della stagione trova scioglimento in un’accelerata dal sapore western – tutta sparatorie, pedinamenti, sguardi allucinati e “ultime battute” – che arriva come un soffio d’aria fresca dopo sette episodi passati sotto una cappa grigia e inquinata. E allora poco conta che le buone cose (le due morti, certi dialoghi con Bezzerides) si accompagnino ad altre meno efficaci, come la morte di Osip (sbrigativa e poco interessante) e tutta la scena al centro commerciale (che sfiora il ridicolo soprattutto per la recitazione ridicolmente carica di Luke Edwards, interprete di Leonard).

Frustrazione paradossale, si diceva. Ma non è l’unico paradosso di questa stagione, ce ne sono almeno altri due.
Il primo riguarda i timori e le speranze della vigilia: avevamo paura dell’addio di Cary Fukunaga, ottimo regista di tutti gli episodi della prima stagione, mentre vivevamo come garanzia la permanenza al timone di Nick Pizzolatto, sceneggiatore di tutte le puntate. Alla fine la situazione si è ribaltata: i maggiori pregi di questa stagione vengono dalla messa in scena. La folle sparatoria contro Amarillo, la scena dell’orgia, le già citate morti finali, certi eccessi di violenza di Frank: tutte cose previste dalla sceneggiatura, ovviamente, ma che trovano vera forza in una messa in scena sempre azzeccata, capace di trovare soluzioni creative senza perdere di vista lo stile complessivo della serie e la forza innegabile di alcuni volti (su tutti quello di Colin Farrell: il suo Ray Velcoro è a mio giudizio l’elemento più riuscito della stagione). Non c’è stato un momento-wow come il piano sequenza della prima stagione, però insomma, possiamo essere soddisfatti.
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I problemi, forse IL problema, sono arrivati proprio da chi non ce l’aspettavamo, da Pizzolatto. Se l’anno scorso il buon Nick era riuscito a piazzare alte vette di lirismo filosofico su una trama tutto sommato semplice e quasi banale, questa volta la creatività pura lascia spazio a una costruzione pesante, complicata, a tratti semplicemente insostenibile. Il tutto per architettare un giallo molto macchinoso ma che non risulta nemmeno particolarmente sorprendente, anzi: diversi risvolti sono perfino banali e prevedibili.
Per questo il finale funziona meglio, perché riesce a liberarci da quella pesantezza sfruttando furbescamente la morte dei personaggi: la prima stagione non aveva nemmeno avuto bisogno di uccidere i protagonisti, era già forte di suo, mentre stavolta non si poteva fare a meno di un acuto tragico che risvegliasse molti spettatori, intorpiditi dall’incapacità di Pizzolatto di lasciar correre le cose poco importanti per concentrarsi su ciò che contava davvero. Da qui la folle necessità per lo spettatore di tenere da subito a mente mille nomi, dieci sottotrame, cento facce viste magari per neanche un minuto. Tutto fondamentale, per Pizzolatto, ma evidentemente lo spettatore non ce la fa. Mi sento di citare Gli Incredibili: se tutti sono speciali, vuol dire che non lo è nessuno.

L’ultimo paradosso, legato al precedente, riguarda il concetto stesso di qualità. Per quanto criticabile, è difficile che questa seconda stagione possa essere definita “brutta”. O meglio, ci spinge a interrogarci sul concetto stesso di bello e brutto. C’è troppa cura nel dettaglio, visivo e narrativo, per poter parlare di bruttezza. Troppe scene forti, troppi attori bravi, troppa precisione nel far tornare tutto alla fine, cosa di cui che molte serie si dimenticano allegramente senza darsi troppo pensiero. E però poi ci si scontra con quel semplice dato di fatto: ho visto più volentieri Wayward Pines della seconda stagione di True Detective. Non riuscirei mai a dire “è meglio Wayward Pines di True detective” senza mettermi a ridere, ma l’onestà intellettuale impone di sottolineare che ho vissuto quasi ogni episodio stagionale di True come una specie di dazio da pagare all’amore per la serialità.

Diventa allora un problema di piccole sfumature e piccoli ingranaggi. A proposito della prima stagione, avevamo detto più volte che il suo successo si doveva a un’armonia forse irripetibile di molti elementi apparentemente folli (“Matthew McConaughey vestito come un barbone che parla dello spaziotempo” non è di per sé un concetto accattivamente). Banalmente, nella seconda stagione qualcosa nel meccanismo si è rotto, avvitando il tutto su una vicenda troppo pesante, senza sufficienti slanci creativi per farcela digerire: l’orologio continua a ticchettare perfettamente, ma il suo ticchettio dopo un po’ ti fa uscire di testa.

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Queste sono tutte valutazioni soggettive, evidentemente. Ci sono molte persone a cui la stagione è piaciuta, che hanno sempre seguito tutta la storia senza problemi, e che si sono molto divertiti. Né io né loro siamo condannabili per questo.
Un po’ meno soggettivo è il bilancio freddamente commercial-mediatico della faccenda: gli ascolti della seconda stagione sono andati costantemente calando (pure rimanendo alti in termini assoluti), e da un punto di vista mediatico sono arrivate più critiche che elogi. Da questo punto di vista – un punto di vista che ad HBO non potranno ignorare – se non è fallimento poco ci manca.
La terza stagione non è ancora stata annunciata. Se lo sarà, diventerà interessante capire se e come questo mezzo passo falso influenzerà le mosse del network e l’autorialità di Pizzolatto.
Dubito si possa fare finta di niente, ma cosa questo comporti è tutto da vedere.

 



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