2 Ottobre 2015 3 commenti

Il lungo addio a Downton Abbey: La sesta stagione di Chiara Grizzaffi

Un’altra grande serie ormai al tramonto

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Downton si era chiuso quasi tre stagioni fa, ma adesso è davvero finita.

SPOILER! 

Ultimamente su Serial Minds mi sento un po’ un prete che dà l’estrema unzione: fra Mad Men e Downton Abbey, sono pezzi di cuore che se ne vanno, e dire addio non è mai facile. Certo, se Mad Men si è chiusa sul botto e senza cali di tenuta, lo stesso non si può dire per la creatura di Fellowes: feuilleton arguto e appassionante, almeno nelle prime stagioni, dalla fine della terza in poi Downton Abbey ha iniziato a girare a vuoto, a perdere di mordente, riproponendo spesso sbiadite variazioni delle situazioni che nelle prime stagioni sembravano così piacevolmente nuove, vedi Mary e il sesso fuori dal matrimonio (Mr Pamuk/Lord Gillingham) o i tramini del subdolo Barrow, uno che passa fin troppo facilmente dall’essere il villain della situazione a diventare vittima di soprusi.

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Eppure, ci si è stretto il cuore di fronte al trailer di quest’ultima stagione, che fra colonna sonora da piangerone (Time to Say Goodbye, giusto per non lasciare dubbi), alzate di sopracciglio di Carson e scrollate del capo di Lady Violet ci dice che sì, ancora una volta i tempi stanno cambiando troppo in fretta per i protagonisti, e che per l’ultima volta li troveremo a confrontarsi con cambiamenti epocali e piccole vicende private. Downton Abbey non si è sempre rivelato all’altezza delle sue prime, sorprendenti stagioni, ma in fondo ci si affeziona anche a quella certa prevedibilità di situazioni e atmosfere che è un po’ anche la caratteristica di prodotti, come Downton, che virano verso la soap.

I primi episodi della sesta stagione sono serviti più che altro a chiudere tutte le questioni rimaste in sospeso. Liquidati molto in fretta lo scandalo di Mary e l’omicidio di Mr Green, ci si sta focalizzando su quello che sarà, molto verosimilmente, il vero nodo drammatico di questa stagione: il cambiamento socio-economico del paese, il tramonto della vecchia aristocrazia che non può più permettersi i privilegi di un tempo, e di conseguenza l’ombra dell’addio alla residenza della famiglia Crawley. Da un lato si tratterebbe, in effetti, della chiusura ideale per la serie, così profondamente legata a un luogo e alle dinamiche che si sono create tra i piani superiori e quelli inferiori. Dall’altro dispiace anche un po’ non poter conoscere il destino della famiglia Crawley e del personale di Downton dopo la crisi del ’29, in un paese che si avvia inesorabilmente verso il secondo conflitto mondiale.

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In ogni caso, al di là dei difetti di queste ultime stagioni, i primi episodi della sesta presentano un primo, indiscutibile aspetto positivo: il ritorno della centralità delle vicende del piano di sotto. Presumibilmente, ci sarà spazio anche in questa stagione per le schermaglie amorose delle due giovani Crawley rimaste, o per qualche altra imperdonabile scempiaggine di Lord Grantham (il Jeoffrey Baratheon di Downton), ma è ai piani inferiori che le cose si stanno facendo interessanti. La trovata del matrimonio tra Carson e Mrs Hughes trasforma Downton Abbey in una sorta di Quel che resta del giorno, ma con il lieto fine, e malgrado sembri un “contentino” per gli spettatori ancora amareggiati per il finale tragico dell’altra storia d’amore importante, quella fra Mary e Matthew, vivacizza notevolmente questi primi episodi. Anche le rivendicazioni di Daisy per l’anziano suocero e il suo tentativo di migliorarsi attraverso lo studio costituiscono una linea narrativa interessante: come notavamo già a suo tempo, Downton Abbey ha molto trascurato, ultimamente, tutte le questioni sociali e le tensioni fra classi diverse, che pure costituivano uno degli aspetti più interessanti della serie. Eppure, la scena in cui Daisy e Mr Mason osservano i cimeli dei vicini dei Crawley messi all’asta, nella sua semplicità, è davvero efficace: nell’importanza che alcuni piccoli oggetti, apparentemente insignificanti, assumono agli occhi di Mr Mason diventa evidente quanto le storie dei padroni e quelle della servitù, per quanto intrecciate, siano radicalmente differenti e fondamentalmente inconciliabili.

In ogni caso, il bello di Downton Abbey non è mai stato soltanto nei colpi di scena romanzeschi o nelle tormentate vicende amorose, ma nei dettagli minuti, come le silenziose scene corali dei “risvegli” della casa, o nella cura minuziosa nella scrittura dei dialoghi (noi wannabe Lady Violet di fronte a frasi come “Does it ever get cold on the moral high ground?” facciamo la ola sul divano, se non fosse che la ola è una cosa da poveri. Diciamo che alziamo un sopracciglio in senso di entusiasmo). E comunque vada a finire, so già che alla fine di questa stagione piangeremo come vitelli, e in fondo la rassicurante, prevedibile monotonia di Downton Abbey ci mancherà.

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