15 Maggio 2019 9 commenti

Gentleman Jack: la fantastica figlia di Fleabag e Downton Abbey di Diego Castelli

Un personaggio da amare subito

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Nelle maggior parte dei casi, una serie non ci colpisce con grande forza fin da subito. A volte perché, banalmente, è un prodotto mediocre. Altre volte, invece, dipende dal fatto che molte serie hanno bisogno di un po’ di tempo per carburare, anche se poi magari si fanno amare alla follia (due esempi che mi vengono in mente: Fringe e Parks & Recreation).
Ben più rari (anche se poi sono quelli che ci ricordiamo meglio) sono i casi in cui uno show televisivo ci colpisce fin dal primo istante, per poi confermare con il secondo, il terzo, il quarto episodio, una forza che ci sembrava uscire dallo schermo già dopo due-minuti-due.

E questo è il caso di Gentleman Jack, nuova serie di HBO e coprodotta con BBC, che romanza le vicende contenute nei diari di una persona realmente esistita, Anne Lister, donna di nobili origini che a inizio Ottocento fu in grado di gestire con passione e capacità i suoi possedimenti nello Yorkshire, di aprire una miniera di carbone, di diventare una provetta alpinista, di imparare e acculturarsi ed “emergere” come poche altre donne furono in grado di fare nella società iper-maschile del tempo. Ma Anne aveva anche un’altra cosa in comune con gli uomini suoi contemporanei: una spiccata passione per le donne, che è poi il contenuto più famoso dei suoi diari, e che col tempo le hanno fatto guadagnare il titolo di prima lesbica moderna.
Il Gentleman Jack del titolo è il nomignolo ammiccante con cui Anne e la sua omosessualità mai sbandierata ma molto conosciuta venivano identificate dagli abitanti di Halifax.



Gentleman Jack (3)

Come scritto nel titolo, Gentleman Jack è una specie di incrocio fra Downton Abbey e Fleabag. Di Downton ha ovviamente l’ambientazione (benché si parli di circa cento anni prima), con quell’Inghilterra un po’ mitica in cui le vite di nobili e poveracci scorrono nei decenni in un continuo intersecarsi. Di Fleabag ha invece l’approccio più esplicito, il femminismo quasi entusiasta, il ritmo più serrato, e perfino alcuni elementi linguistici molto precisi, come il fatto che la protagonista guarda spesso in macchina per cercare con lo spettatore un dialogo muto ma sempre molto coinvolgente, una sorta di “che ve lo dico a fare” che sembra staccare Anne dal suo tempo (in cui la sua omosessualità era un tabù assoluto) per farla dialogare con un pubblico che, almeno in teoria, dovrebbe aver superato quel genere di pregiudizi.

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Ed è proprio la protagonista, interpretata da Suranne Jones (vista fra le altre cose in Doctor Foster), a spiccare su tutto e tutti. La creatrice della serie, Sally Wainwright, ha dichiarato che erano anni che sperava di maneggiare il personaggio di Anne Lister, così potenzialmente pieno di spunti per un’autrice, e il lavoro fatto in combutta con il talento della Jones è davvero encomiabile.
Non so ancora quanto successo avrà la serie e se a un certo punto potremo paragonarla, in termini di impatto mediatico, a qualcosa di più grosso. Ma non ho paura a dire che con Anne Lister siamo dalle parti di Gregory House, di Walter White, di Alicia Florrick, di Buffy Summers. Esempi diversissimi ma accomunati dalla capacità di creare singole figure che si stampano immediatamente nella testa dello spettatore, in una fusione perfetta di sceneggiatura e recitazione tale per cui il personaggio non può che essere così, scritto in quel modo, interpretato in quella maniera.

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La forza con cui Anne irrompe sulla scena (una scena composta, nobile, maschilista e un po’ bigotta) è dirompente: funziona tutto, dal modo in cui si muove agli sguardi che lancia allo spettatore, dal desiderio che mostra per le donne di cui si invaghisce allo spiccio pragmatismo con cui gestisce gli affari di famiglia, scontrandosi con uomini che la sottovalutano semplicemente perché non ha il pene.
La parola giusta è “carisma”: Suranne Jones riesce a infondere alla sua Anne un carisma raro, che nasce dalle parole scritte sulla sceneggiatura, e viene poi incarnato in una donna dal portamento volutamente mascolino, ma che non perde mai eleganza e compostezza di fronte a maschi ben più rozzi di lei.

Gentleman Jack (1)

Quello che davvero funziona, però, è il fatto che la scrittura non si limita a darci in pasto un personaggio sopra le righe che schiaffeggia un mondo bacchettone con una moralità e dei gusti che noi, oggi, riteniamo più consoni alla modernità.
Al contrario, la vicenda di Anne è tutt’altro che una piacevole sequenza di blastate, quanto piuttosto la lotta quotidiana di una donna che rivendica per sé un’indipendenza e un intelletto di cui quasi tutti gli altri vorrebbero privarla o, quanto meno, farla vergognare. La forza di Anne Lister sta nel fatto che lo spettatore (grazie a piccoli ma studiati momento di fragilità e di tensione, sia in ambito romantico che lavorativo) percepisce chiaramente lo sforzo che la protagonista compie per essere all’altezza di un mondo che con tutti gli altri (gli altri uomini, s’intende) è ben più accondiscendente.
A un certo punto Anne lo dice espressamente, in uno sfogo dal sapore quasi transgender, per quanto la sfumatura sia diversa: la donna si lamenta del suo corpo, non perché non le piaccia essere femmina, ma perché nell’ambiente in cui vive lo percepisce come una gabbia che cerca continuamente di limitare la sua voglia di imparare, di conoscere, di crescere, di essere libera.

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Quello di Gentleman Jack diventa allora un femminismo chiarissimo e potente, ma mai stucchevole. Non siamo dalle parti di Wonder Woman, con un donnone gnoccone che mena tutti e quindi “ah beh, è femminista”. No, qui siamo di fronte a un personaggio carico di un’energia quasi palpabile, che ci fa percepire chiaramente tutti gli ostacoli messi di fronte a qualcuno che non li merita, e che se solo avesse avuto un’appendice di carne in mezzo alle gambe avrebbe potuto conquistare chissà quali traguardi.
Sono episodi lunghi, in pieno stile HBO, ma che si bevono in fretta, e in cui a volte è bello anche solo stare ad ascoltare la voce di Suranne Jones, capace di sedurre lo spettatore tanto quanto le belle fanciulle che ha intorno e gli avversari politici che non riescono a stare al suo livello.
Superpromossa.

 

Perché vedere Gentleman Jack: alla protagonista bastano 5 minuti per entrare nell’Olimpo dei grandi personaggi della serialità.
Perché mollare Gentleman Jack: solo se proprio non sopportate la roba in costume.
NOTA DI COLORE: nel cast, a interpretare la sorella di Anne, c’è anche Gemma Whelan, alias Yara Greyjoy di Game of Thrones. In Gentleman Jack interpreta un personaggio praticamente opposto a quello per cui è più famosa, e le viene benissimo. Brava.

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