16 Novembre 2017 5 commenti

American Horror Story Cult Season Finale: arrivare al momento giusto di Diego Castelli

Pur contando i numerosi difetti, American Horror Story Cult ha saputo integrarsi con la cronaca come mai prima, e questo sì che fa paura

Copertina, On Air

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ATTENZIONE! SPOILER SU TUTTA LA STAGIONE!

Quando si valuta un’opera di creatività e di ingegno (quale che sia il genere e il supporto con cui è veicolata) si tende sempre a cercare il suo valore “assoluto”, grande o piccolo che sia, in modo che il giudizio sia a sua volta imperituro e sempre valido.
Di fatto è un errore, perché non esiste storia (o canzone, o quadro, o quello che volete) che non sia partorita in un preciso momento storico e in un preciso contesto socio-politico, che influenza sia la creazione dell’opera sia, ancora più importante, la sua ricezione.
Le opere d’arte e di intrattenimento che hanno segnato la storia non sono solo quelle “belle”, ma anche e soprattutto quelle “arrivate nel momento giusto”, a interpretare un sentimento, a svelare un segreto, a insegnare qualcosa che nessuno aveva ancora insegnato.
È una valutazione che spesso viene fatta necessariamente a posteriori: la fortuna di Lost non si deve solo al fatto che era una bella serie per la maggior parte del tempo, ma anche al fatto che era una serie piena di enigmi e misteri in un momento in cui la pervasività crescente di internet consentiva a sempre più persone di trovare spazi online su cui discutere di quegli stessi enigmi.
Questione di mode, di sensazioni, di tormentoni e interessi che fluttuano fra il pubblico decretando successi e sconfitte, non sempre o non solo legati alla qualità intrinseca dei prodotti (motivo per il quale tutti i ragazzini volevano un fidget spinner questa estate, e non lo vorranno più la prossima).

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American Horror Story Cult, già dal principio concepita per inserirsi in un preciso contesto ben più delle precedenti stagioni, è un perfetto esempio di come la realtà che corre parallela alla serialità possa darle ulteriore linfa, quasi a prescindere da pregi e difetti.
Cult nasce come satira/critica all’America di Trump. La cosa è esplicita, dichiarata, incontestabile. Per quanto il fuoco dell’horror sia sul mondo delle sette, che non sono certo fenomeno recente negli Stati Uniti, è evidente come il messaggio caotico e affascinante di Kai faccia breccia nelle menti di una popolazione che ha già dimostrato col suo voto una certa predisposizione alla ricezione di messaggi netti, forti, semplici, in cui una paura tanto ingiustificata quanto alimentata a dovere, viene spazzata via dal carisma dell’uomo forte.
E proprio questo Kai punta ad essere: un burattinaio che nell’oscurità semina il caos e il terrore, per poi presentarsi alle telecamere come l’unico in grado di fermare quell’oscurità.

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Il resto della stagione, se dovessimo giudicarlo solo per i suoi meccanismi interni, è un percorso che parte bene e poi si perde un po’ per strada, perché come al solito c’è troppa carne al fuoco (problema storico di AHS). Immigrazione, politica, misoginia, razzismo, nazismo, storia americana, femminismo, diritti civili e chi più ne ha più ne metta. Murphy e compagni buttano tutto nel calderone, più intenzionati a toccare tutti i temi possibili che a dargli una precisa coerenza narrativa. Questo fortunamente non esclude la possibilità di singoli passaggi di grande forza, e anche la rievocazione della morte di Sharon Tate a opera dei seguaci di Charles Manson, di per sé forse troppo lunga e “inutile” nell’economia globale del racconto, resta una delle scene più agghiaccianti e significative della stagione.

Ma qui arriva il momento di far entrare la realtà. Cult critica Trump, la sua America e i suoi elettori, ma se ci fosse solo questo la forza della stagione sarebbe diminuita mano a mano, nei mille rivoli narrativi ostinatamente tenuti in piedi dagli autori. A dare supporto alla serie, però, ci pensa la cronaca: prima con un episodio dedicato a una sparatoria che arriva in tv a poche ore dal gravissimo attentato di Las Vegas, e poi con un twist finale che sembra incastrarsi sorprendentemente bene con un caso così eclatante (quello delle molestie sessuali a Hollywood) da diventare primo argomento di discussione pubblica per settimane.
Il season finale di American Horror Story Cult ci racconta della definitiva vendetta di Ally ai danni di Kai, una conclusione che tutto sommato era nell’aria. La donna, già vendicatasi di sua moglie, si rivela essere la vera talpa dell’FBI all’interno della setta, e anche dopo essere riuscita a far imprigionare Kai non smette di architettare piani diabolici finendo col raggiungere un doppio risultato: viene eletta al Senato ed è probabilmente favorita per la Casa Bianca (lo stesso obiettivo di Kai), e contemporaneamente disinnesca anche l’ultimo piano del suo acerrimo nemico, che riesce sì a uscire di prigione ma solo grazie all’aiuto di una donna che, in realtà, era fedele proprio ad Ally.
A chiudere tutto l’inquadratura della protagonista intenta a tirarsi su lo stesso cappuccio nazi-femminista usato da Bebe.

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Ora, è evidente che il percorso dalla satira politica più ampia alla semplice vendetta personale di una donna, potrebbe anche rappresentare un restringimento delle ambizioni di una stagione debuttata con respiro ben diverso.
Ma proprio perché siamo immersi da settimane in un clima difficile e cupo, che dalle accuse di molestie si è esteso a una riflessione più ampia sulla condizione femminile nell’industria dello spettacolo e non solo, è chiaro che una stagione che si conclude con una vittoria femminile su tutta la linea abbia il suo peso. Tanto più, e questo è il vero twist, quando la “femmina” in questione si è trasformata da vittima in carnefice.
Quello che Cult sembra dirci alla fine dei suoi undici episodi, è che il problema non è la singola persona malvagia o deviata, quanto piuttosto un sistema ormai marcio in cui la capacità di risultare amabili di fronte alle telecamere è l’unica cosa che conta per arrivare al potere. Da questo punto di vista, Ally sembra perfino peggio di Kai, che nel corso degli episodi è arrivato a essere il più “onesto” dei due, quello che manifestava in maniera sempre più esplicita e chiara i suoi desideri, a fronte di una Ally che invece macchinava contro tutti.
Ma questo, ancora una volta, non sarebbe un messaggio rivoluzionario, visto che di film e serie tv in cui il sistema (politico, economico, culturale ecc) viene dipinto come irreparabilmente corrotto sono innumerevoli.

American-Horror-Story-Cult-Finale (6)A contare invece è proprio il preciso momento storico, che gli autori non potevano prevedere con precisione ma che getta una luce tutta particolare sulla conclusione della vicenda: in un periodo di grande fermento e indignazione, dove la violenza degli uomini ai danni delle donne trova le prime pagine dei giornali forse come mai prima, Cult chiude la stagione facendo tutto il giro, mostrandoci una donna che per riappropriarsi di un’identità e un’esistenza che le è stata strappata, finisce col diventare pressoché identica al nemico che ha combattuto.
La somma ironia sta dunque in una distorta parità dei diritti, livellata verso il basso nel momento in cui la setta del titolo finisce col coincidere con l’intera nazione: alla fine di American Horror Story Cult le donne hanno gli stessi diritti degli uomini, primo fra tutti quello di essere dei pazzoidi figli di puttana.

Al netto degli altri difetti dell’annata, che in altre occasioni avremmo magari sottolineato maggiormente, questa ci pare la conclusione perfetta e più inquietante per l’ennesima stagione di una serie che nel titolo comprende le due parole “american” e “horror”.



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