14 Marzo 2018 5 commenti

Love terza stagione: lasciamoci bene, anzi benissimo di Antonio Firmani

Love è una serie che avrebbe meritato più stagioni, ma lasciarla ora ci lascia pienamente soddisfatti, senza rischio-delusione

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È arrivata il 9 marzo su Netflix la terza stagione di Love, scritta da Judd Apatow, Lesley Arfin e interpretato da Gillian Jacobs e Paul Rust (che è anche uno dei creatori della serie).

Si chiude così la minisaga di Mickey e Gus: la terza stagione è anche l’ultima. Sarà che qui a Serial Minds siamo dei sentimentali, sarà che si ama la Jacobs oltre ogni ragionevole motivo, ma la sensazione forte è che, dopo una full immersion di sei ore circa, questa season 3 non abbia fatto nemmeno in tempo a finire che già ci manca.



Innanzitutto c’è da apprezzare l’eleganza della scelta: Love, seppur così giovane, si è ormai costruita uno zoccolo duro di una certa entità, e avrebbe potuto cavalcare l’onda ancora per un bel po’ di stagioni. Qualcuna un po’ più così, qualcuna un po’ più colà (facendo storcere il naso a qualche purista della prima ora), ma tenendo sempre e comunque il livello ampiamente sopra la media. E invece no, l’epopea indie di Gus e Mickey termina qui: una scelta coerente, e in linea col personaggio Apatow, non a caso già produttore di quella bellissima “one season shot” che è Freaks and Geeks.

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Un forte senso di malinconia, dunque, nel vedere scorrere le ultime puntate sullo schermo perché, diciamoci la verità, Love è una di quelle serie che per alcuni aspetti chi recensisce non vorrebbe beccare mai. Con quale coraggio le faresti un appunto o le muoveresti una critica? C’è una forte carica empatica, al punto che anche quelle due o tre cose che potresti dire, alla fine finisci per non dirle perché in fondo a Love si vuole bene come si vuol bene a un amico. Già il Villa e il Castelli, nel recensire le prime due stagioni, ci avevano ricordato che la trama è semplice, banale, stravista, ma che non è questo il punto. Ed effettivamente è così: non è una questione di “cosa”, ma di “come”.

Questa terza stagione fa un ulteriore passo avanti e arriva al cuore della storia. È la storia di Mickey e Gus, lo abbiamo detto, ma non solo. È una storia che diventa suo malgrado generazionale, ma di una generazione non certo epica. Che non ha fatto rivoluzioni, che non ha combattuto per forza al fronte, eppure è affetta da grosso stress post-traumatico. Attraverso i suoi personaggi (tutti, nessuno escluso), racconta di ragazzi e ragazze estremamente fragili, spaventati, che a trent’anni o poco più non hanno ancora trovato un posto nel mondo. Un microcosmo pieno di aspettative, aspirazioni, sogni, in un momento estremamente transitorio della vita: il passaggio all’età adulta. Non è un caso che la serie sia ambientata nella città degli angeli (where dreams come true) e che sia Mickey che Gus abbiano due lavori creativi e non manuali. O meglio, Mickey ce l’ha, è una produttrice radiofonica, e adesso che le cose cominciano a girarle bene, fa pure carriera. Gus invece è ancora il tutor di Arya (interpretata da Iris Apatow, figlia del Judd Apatow creatore della serie). È lì a Wichita, ma ancora per poco.

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La loro più grande paura è rovinare tutto, incasinarsi da soli. Di nuovo. Paura lecita, trattandosi di loro stessi. Ne parlano tanto di questa cosa, la sviscera Mickey ai suoi incontri per dipendenze sessuali e affettive, ne parla anche Gus, che prende parte agli incontri per amici e parenti delle persone con dipendenza da sesso e affetto.
La differenza è che ora, forse per la prima volta, Gus e Mickey riescono veramente a tirare fuori il meglio l’uno dall’altra. Non sono più autodistruttivi. E allora Gus, che nei 24 episodi precedenti aveva mandato al diavolo ottime occasioni (inclusa quella di scrivere un film con un famoso regista asiatico), sotto incoraggiamento di Mickey decide di investire i suoi risparmi in un film low budget indipendente scritto e diretto da lui e fare davvero per una volta qualcosa che veramente ama fare. Il film sarà un fiasco totale, ma questa è un’altra storia: è sempre questione di “come”, e non di “cosa”. Tanto è vero che quel copione poi gli frutterà un ingaggio come sceneggiatore nella successiva serie di Susan, la showrunner di Wichita. Quando gira bene, gira bene. Il Gus di prima manderebbe all’aria anche questa chance, ma il nuovo Gus no, resiste alla tentazione di trasformarsi di nuovo nell’insopportabile pasticcione, esperto in autosabotaggi.
Addirittura Mickey non fa cavolate, lei che di autosabotaggio è campionessa mondiale. I due litigano, per carità, ma stavolta le basi sono solide. Come solide restano pure le basi della scrittura di Love, ormai pienamente matura, al punto da potersi permettere di lasciare per un attimo da parte Mickey e Gus, per far splendere di luce propria il talento di qualcun altro, come avviene con Bertie (Claudia O’Doherty) nel quinto episodio (“Bertie’s Birthday”). Uno dei miei episodi preferiti, che tra l’altro si conclude come meglio non potrebbe sulle note della bellissima Carry On, di Norah Jones.

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A questa storia d’amore crediamo, perché tutti noi trentenni l’abbiamo vissuta almeno una volta. Perché l’amore è così, è complicato, è imperfetto, è fatto anche di bugie, tradimenti, e di week end sul divano a guardare Netflix e mangiare pizza.
Crediamo all’amore in tutte le declinazioni in cui Apatow ce lo racconta. Perché a trent’anni è molto più probabile che un triangolo amoroso assomigli a quello Bertie–Chris– Randy, che a Joey–Pacey-Dawson ed è molto più facile che i consigli assomiglino a quelli del Dottor Greg che a quelli del reverendo Camden.
E allora grazie Love, grazie di tutto, grazie soprattutto per la tua leggerezza.



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