31 Maggio 2024

Fiasco – Su Netflix una comedy francese di delizioso disagio di Diego Castelli

La cronaca di un disastro cinematografico diventa l’occasione per un mockumentary in cui si ride molto, ma soprattutto si cringia

Pilot

Vedi le coincidenze. Sono passati due giorni da quando parlavamo male di Tires nei termini di una specie di aspirante concorrente fallito di The Office, che basta spostarsi al di qua dell’Atlantico (ma rimanendo sempre su Netflix) per trovare invece una serie che a The Office assomiglia pure un po’ di più, ma che è anche parecchio più riuscita.

La coincidenza potrebbe in realtà parere pilotata, perché Fiasco non è uscita in questi giorni su Netflix, bensì a fine aprile. Ma ne parliamo solo ora perché il mio radar per le serie francesi non è così sviluppato, ed è servito che il Villa mi dicesse “guarda Fiasco” per tipo due settimane, prima che effettivamente mi decidessi.
E meno male che ho deciso.

Fiasco è creata da Igor Gotesman (che figura anche nel cast) insieme al suo amico Pierre Niney, che della serie è proprio il protagonista. I due hanno già lavorato insieme in passato e il pubblico francese già li conosce, e lo stesso Niney ha dichiarato che chi ha apprezzato i loro progetti precedenti (come la serie Casting(s) e il film Five) ritroverà facce amiche e stile non così diverso.

Fiasco parla essenzialmente di… un fiasco, nel senso di un clamoroso fallimento.
Il protagonista Raphaël (interpretato da Niney) è un giovane sceneggiatore che ha scritto un film incentrato sulla vita di sua nonna, partigiana della Resistenza francese nella Seconda Guerra Mondiale. La produzione del film, giudicando ottima la sceneggiatura, ha scelto di consentire a Raphaël di curare anche la regia, lavoro che il ragazzo non ha mai fatto in vita sua.

Qui cominciano i problemi, perché Raphaël non pare granché tagliato per il lavoro di regista, e perché qualcuno sul set, per motivi inizialmente misteriosi, sembra deciso a sabotare la produzione in ogni modo.
Tutto quello che potrebbe andare male va anche peggio e, per aggiungere al danno la proverbiale beffa, la produzione del film è seguita da una troupe che dovrebbe dare vita al classico documentario dietro le quinte, e che sarà testimone (e noi con lei) di una vera e propria catastrofe.

Non c’è molto da girarci intorno: Fiasco fa ridere. E fa ridere in quel modo a cui i mockumentary alla The Office ci hanno ormai abituato, cioè nell’associare al racconto del disastro il punto di vista dei personaggi, dichiaratamente raccontato alla telecamera, con cui vedere i loro tentativi di porsi come figure ragionevoli, intelligenti, preparate, quando in realtà sono lì a commentare i loro palesi insuccessi.

In questo senso, rilevante è il fatto che le interviste siano girate dopo che il fiasco è già avvenuto: la serie non ha interesse a nascondere il fatto che la produzione del film è finita a scatafascio, preferendo stuzzicarci con il “come”. Il fatto che uno dei produttori venga intervistato quando ormai è finito a fare il muratore è già un buon indizio, e un discreto teasing, di quello che andremo poi a vedere in forma di flashback.

Buona parte della comicità di Fiasco è inestricabilmente intrecciata e supportata dal disagio e dall’imbarazzo. Non è tanto che Raphaël sia un regista scarso dal punto di vista artistico, cosa su cui in realtà non si calca nemmeno troppo la mano. Il tema è che è del tutto incapace con le persone.
Se il lavoro del regista è anche un lavoro di gestione dei caratteri e delle professionalità con cui si trova a lavorare, Raphaël pare completamente inadeguato al ruolo, e più che altro impegnato (miseramente) a cercare di mantenere saldo uno status da artista e professionista, in mezzo a gente che lo ritiene un ragazzino.

Il meccanismo comico è quasi sempre quello della spirale discendente: nel tentativo di risolvere piccoli problemi, Raphaël commette piccoli errori per inesperienza o arroganza o paura, e per rimediare a quegli errori ne commette altri, più grossi, che nascono dalla sua totale incapacità di avere pienamente coscienza delle conseguenze delle proprie azioni.
Il più delle volte, l’inevitabile esito sono situazioni assurde in cui Raphaël finisce quasi senza accorgersi, ma in cui il disagio supera qualunque livello di guardia. Un esempio per tutti: la famiglia di una comparsa del film le organizza una festa a sorpresa alla fine del primo giorno di riprese, e Raphaël finisce ad aspettare dietro il divano con i parenti di lei; solo che Raphaël era andato lì per comunicare il fatto che la donna non tornerà a casa, perché nel frattempo è finita in ospedale per un incidente sul set.

Un elemento non scontato, ma infine vincente, riguarda poi il fatto che non tutti i personaggi sono degli imbecilli. Di solito, in questo tipo di commedie, tutti i protagonisti sono buffi e assurdi, ognuno a modo suo. Qui invece buona parte dei personaggi è effettivamente “normale”, nel senso realistico del termine, persone che sono lì a fare il loro lavoro. Ma è proprio il contrasto fra quella normalità del contesto, e la scheggia impazzita rappresentata da Raphaël e da pochi altri personaggi, a rappresentare il principale motore comico e dell’imbarazzo.

Gli autori sono così bravi a costruire queste scene di disagio crescente, e gli interpreti così capaci di metterlo in scena nel modo giusto, che personalmente, in alcuni casi, ho dovuto interrompere la visione per prendere un attimo di respiro prima di riprendere, perché facevo fatica a sostenere il cringe vissuto dai protagonisti.

Può darsi (anzi, quasi sicuro) che io sia particolarmente sensibile a quel tipo di comicità da pelle d’oca, ma comunque i nostri amici francesi sanno molto bene come si fa.
Lo dimostrano con l’attenzione al dettaglio, come quando l’intervista a Raphaël deraglia perché lui vorrebbe usare un frase ad effetto per darsi un tono, ma finisce con il riconoscere che sta cercando di usare una frase ad effetto, ottenendo l’effetto opposto e dando prova di una grande consapevolezza linguistica di chi scrive la serie. Ma lo dimostrano anche nelle scene teoricamente più grezze e meno sottili, come quella in cui alcuni personaggi devono sostenere un’intervista tv dopo essere stati subdolamente riempiti di lassativo dalla talpa presente nella produzione: una scena comica in cui i protagonisti rischiano di cagarsi addosso non è esattamente la prima cosa a cui pensiamo quando immaginiamo una comicità raffinata, ma i nostri la portano comunque a casa giocando sul ritmo, sull’assurdità della situazione, sulla capacità di giustificare pienamente quella sequenza nel contesto più ampio della narrazione, senza farla arrivare a caso, tanto per.

Per quando gli autori abbiano dichiarato di essersi largamente ispirati alla travagliata produzione di Babylon A.D., il film di Mathieu Kassovitz con Vin Diesel che nel 2011 diede vita a un documentario volto proprio a raccontare le sue difficoltà produttive, Fiasco è una creazione completamente originale di Gotesman e Niney, e non mi stupirei se potesse diventare, un po’ come Dix pour cent / Call my Agent, la base per successivi adattamenti in altri paesi.
È una comicità che funziona, è perfettamente esportabile, consente alle produzioni cine-televisive di fare autoironia in un modo che piace sempre ai critici, e offre la possibilità di inserire senza troppa fatica qualche stella del cinema in vena di divertimento (nel caso di Fiasco, per esempio, c’è Vincent Cassel nei panni del bizzoso attore di fama).

In attesa di vederne una versione italiana con Favino, comunque, possiamo goderci la Fiasco francese apprezzandone la creatività, il ritmo e l’inventiva.
Sempre ammesso che riusciate a sopravvivere all’imbarazzo.

Perché seguire Fiasco: parte da un’idea precisa e la sviluppa in modo coerente, calandoci in un abisso di assurdità sempre maggiore.
Perché mollare Fiasco: se fate fatica con la comicità che gioca principalmente sull’imbarazzo da pelle d’oca.



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