4 Maggio 2018 3 commenti

Tabula Rasa – Quando la mente diventa un labirinto di false piste di Francesca Mottola

Una donna che ha perso la memoria, ma deve discolparsi da un’accusa pesantissima: su Netflix c’è Tabula Rasa

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Nell’antica Roma l’espressione “tabula rasa” indicava una tavoletta di cera cancellata in modo da potervi riscrivere sopra. Di fatto, la stessa cosa che succede alla mente di Annemie “Mie” D’Haeze, protagonista di Tabula Rasa, serie belga andata in onda a ottobre su Een e distribuita ora da Netflix. A seguito di un grave incidente stradale, Mie viene colpita da amnesia anterograda. Mie ricorda con lucidità ogni dettaglio della sua vita precedente all’incidente, ma non è più in grado di memorizzare nuove informazioni, né conserva alcuna memoria che possa aiutarla a fare chiarezza nel caso di persona scomparsa in cui si trova coinvolta al suo risveglio.

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Tabula Rasa, creata dalla showrunner Malin-Sarah Gozin e con Veerle Baetens (Alabama Monroe – Una storia d’amore) nel ruolo di Mie, si presenta come un thriller psicologico, che gioca abilmente con la strategia del narratore inaffidabile e con elementi classici del genere horror – la casa infestata, il bosco, le bambole, una serie di numeri ricorrenti. La narrazione è frammentata e oscilla continuamente tra i mesi che hanno preceduto l’incidente – e la scomparsa di Thomas De Geest, visto per l’ultima volta proprio in compagnia di Mie – e il confuso presente, che vede la protagonista internata in un istituto psichiatrico. L’intricata costruzione temporale e l’atmosfera di mistero e inquietudine che permea l’episodio pilota riescono a coinvolgere lo spettatore e a mantenere (quasi sempre) alta la suspense, ma non sono sufficienti a nascondere alcune debolezze strutturali e narrative, che rendono il risultato finale non del tutto convincente e un po’ acerbo, come ad esempio la presenza di alcuni tempi morti disseminati lungo tutto il pilot e una serie di spiegazioni eccessivamente didascaliche sulla condizione mentale di Mie.

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Da Mr. Robot a Legion l’espediente del narratore inaffidabile ha dimostrato di essere senza dubbio efficace all’interno delle strutture narrative “a puzzle”, in cui cioè lo spettatore è in grado di mettere insieme i pezzi e scoprire la verità solo quando arriva alla fine. Allo stesso tempo, è facile intravedere una certa fragilità dietro a uno stratagemma che è stato forse eccessivamente abusato dalla serialità degli ultimi anni, perdendo potenza e capacità di stupire lo spettatore, ormai abituato ai plot twist e ben più difficile da cogliere di sorpresa rispetto al passato. Nonostante ciò, Tabula Rasa rimane un esperimento interessante: anche se lo svolgimento a tratti delude, l’idea di fondo resta valida e viene rafforzata da un’estetica molto curata – soprattutto nelle scene oniriche – e da un cast convincente.

Perché guardare Tabula Rasa: perché gioca piacevolmente con elementi familiari dell’horror e del thriller e il mistero riesce a essere coinvolgente

Perché mollare Tabula Rasa: perché il rischio che sconfini nel già visto diventando prevedibile è piuttosto alto

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