6 Agosto 2019 17 commenti

The Boys – Tutto confermato, prima stagione fantastica! di Diego Castelli

Avevamo applaudito l’anteprima, e il resto non ha deluso

The Boys (7)

Era palesemente necessario tornare a parlare della prima stagione di The Boys dopo la nostra anteprima di un paio di settimane fa. Prima di tutto perché la serie, avendo ricevuto molta attenzione, ci fa fare più visualizzazioni se ne parliamo di nuovo. E in secondo luogo, ma non meno importante, perché i sei episodi che non avevamo visto hanno confermato che sì, The Boys è una delle migliori novità dell’anno, e una boccata d’aria fresca nel genere serial-supereroistico.

Non stiamo a ridire di cosa parla ecc ecc, se non l’avete ancora vista la prima recensione senza spoiler è quiIn questo articolo daremo per scontato che chi sta leggendo ha visto tutta la prima stagione, ok?
Vado?
Via.



The Boys (6)

La partenza è un dato (s)oggettivo che non posso ignorare: mi son bevuto tutti d’un fiato i sei episodi che ancora mi restavano da vedere. E il motivo è che funzionano dall’inizio alla fine. Praticamente non c’è un solo minuto (con una piccola eccezione che vediamo dopo) che in The Boys venga sprecato. Che sia per divertire, riflettere, sorprendere, stupire, entusiasmare.
In realtà il succo di quello che volevo dire l’ho appena detto ma, visto che non vorrei chiudere qui il pezzo, fatemelo articolare un po’ meglio.

Per quanto The Boys si porti dietro una certa, esplicita aria iconoclasta (“prendiamo il mondo dei supereroi e ribaltiamo tutto”), una volta finita la prima stagione non si ha l’impressione di aver assistito a qualcosa di “mai visto”. Una sensazione che ci capita di provare con Legion, per esempio, o con The Handmaid’s Tale, serie che fanno della sperimentazione – narrativa ma anche e soprattutto visiva – un punto d’onore e una specie di sacra missione.
Con The Boys, per quanto la prima stagione suoni indubbiamente fresca e originale, questa sensazione non è così accentuata. Non è la prima volta che vediamo quella fotografia metallica e sporca. Non è la prima volta che vediamo i supereroi trattati in modo diverso dal solito (anche se forse raramente li abbiamo visti così cattivi). Non è la prima volta che vediamo una vena splatter così divertita e tamarra (basta pensare a Preacher, che viene quasi dagli stessi autori). E potremmo andare avanti. Ciò che fa davvero la differenza, in The Boys, è che c’è tutto, e tutto si incastra perfettamente.

The Boys (4)

Sarebbe quasi da fare una lista per sottolineare la molteplicità di anime della serie e la sua capacità di piazzare trovate efficaci indipendentemente dal registro usato in ogni dato momento.
Dobbiamo ridere? Butcher afferra un neonato modificato e lo usa come mitra contro i cattivi.
Dobbiamo provare rabbia e indignazione? Homelander sacrifica un intero aereo pieno di innocenti solo per non rovinarsi la reputazione.

Dobbiamo intenerirci e sospirare? Abbiamo tutte le storie d’amore che ci servono: quella classica fra Hughie e Annie; quella strana ma tenerissima fra Frenchie e Kimiko; quella tragica e sbagliata fra A-Train e Popclaw; quella viscida e morbosa fra Homelander e Madelyn.
Dobbiamo sorprenderci? C’è lo svelamento finale con la ex di Butch ancora viva e, con lei, il figlio di Homelander. Che non è un sorpresa gigantesca una volta arrivati lì, lo si poteva prevedere, ma il fatto di averci effettivamente “mostrato” un parto mortale ci aveva lasciato comunque il dubbio, permettendo al cliffhanger di funzionare alla grande.
Dobbiamo, infine, riflettere? Possiamo farlo su più fronti. Attraverso il filtro dei supereroi, il cui mondo risponde da sempre a precisi criteri e ideali, The Boys ci mostra il marcio di una società contemporanea in cui la smania di profitto, di follower, di potere, è infine riuscita a fagocitare anche il purissimo paradiso dei super. Importantissimo, in questo senso, il fatto che gli autori infondano una profonda umanità anche a quelli che dovrebbero essere i cattivi. Se all’inizio A-Train e The Deep sembrano esclusivamente malvagi (omicida noncurante il primo, molestatore l’altro), lo sviluppo della storia ci mostra anche il loro essere vittime di un meccanismo perverso che sfrutta ogni loro debolezza e spezza ogni possibilità di riscatto.

The Boys (2)

Lo sviluppo dei personaggi è certamente uno dei migliori pregi di The Boys, nonché la base della sua capacità di essere sorprendentemente realistica: l’impressione sempre più marcata, col proseguire degli episodi, è quella di trovarsi di fronte alla descrizione più verosimile di come sarebbe davvero un mondo popolato di persone con poteri straordinari. No, non sarebbe il nostro mondo normale, con l’aggiunta dei super. Con ogni probabilità comporterebbe la loro integrazione nelle dinamiche della nostra realtà, che ormai non può più prescindere dai social network, dal marketing, dalla politica senza scrupoli, dalla continua e pervasiva opera di falsificazione del reale con l’obiettivo della manipolazione degli “spettatori” (nel senso più largo del termine).
Tanta parte di The Boys è dedicata proprio alla messa in scena di questa falsità di fondo, alla differenza fra ciò che accade sotto l’occhio delle telecamere e ciò che invece succede quando si spengono. E se è vero che è un problema che già conosciamo e di cui sentiamo spesso parlare, il fatto che qui venga associato ai supereroi, la cui semi-divinità di solito è proprio ciò che li protegge da queste derive, non fa altro che rendere la riflessione più vivida e più ficcante.
La naturale chiusura del cerchio, ovviamente, è la scoperta che gli stessi eroi sono fabbricati a tavolino, grazie al composto V. La loro natura pienamente “aziendale”, nella nascita come nella vita adulta – non sono mutanti, o ragazzini morsi casualmente da ragni radioattivi, o esperimenti militari sfuggiti al controllo dell’esercito – è la morte definitiva del supereroismo classicamente inteso, che è poi quello che vorrebbe perseguire Starlight, non a caso quella che si trova più in difficoltà nell’accettare la sua nuova identità di arma fabbricata in laboratorio.

The Boys (3)

E nonostante tutto, malgrado una struttura filosofica e concettuale molto centrata e precisa, che non risparmia critiche esplicite alla società e politica americana – come non vedere nell’opera di Homelander, che va a costruirsi da solo i super-terroristi, un’accusa pesante nei confronti dell’America più interventista, che nel corso dei decenni ha creato più problemi di quelli che pretendeva di risolvere? –  The Boys non perde mai un’oncia di leggerezza. Sempre godibile, sempre divertente, senza che la risata più sguaiata sconfini pericolosamente nei momenti più introspettivi o tragici.
A conti fatti, tutta sta faccenda si potrebbe riassumere così: The Boys ci riconcilia con la buona scrittura. È una serie scritta quasi alla perfezione, in cui una grande mole di spunti e intenzioni viene organizzata in otto episodi che, come accennato più sopra, non lasciano nulla al caso, non prevedono tempi morti, non sprecano un solo minuto dietro a un’emozione di troppo o una risata fuori luogo. Tutto talmente preciso da farti guardare con imprevisto sospetto altre serie che, fino al giorno prima, ritenevi essere “scritte bene”. 

The Boys (1)

Un’eccezione però c’è, ed è la storia di The Deep. L’eroe marino (ispirato ai vari Namor e Aquaman di fumetti più famosi) inizia come molestatore di Annie e finisce licenziato dopo la scoperta delle sue abitudini ben poco rispettose. È la sezione di The Boys più debitrice degli scandali del #MeToo, e non è affatto banale, perché l’elemento più interessante della vicenda è il fatto che sia la stessa Vought a far fuori The Deep dalla squadra: non certo perché si preoccupano dei suoi comportamenti, ma solo perché è meglio dal punto di vista dell’immagine, critica sottile ma evidente nei confronti di chi certe battaglie le combatte non per ideale, ma per interesse.
Eppure, nonostante questo, la sua è la storia che sembra più estranea rispetto al resto: mentre tutti gli altri personaggi sono intessuti in un tela globale che li racchiude tutti, a un certo punto The Deep sembra uscirne, e non riceve nemmeno un finale particolarmente efficace, o che faccia venire molta voglia di sapere cosa sarà di lui. Considerando l’importanza che al personaggio era stata data nei primissimi episodi, su questo specifico punto si è persa un po’ la bussola.

Ad ogni modo, un’inezia. The Boys funziona dall’inizio alla fine, è stata già rinnovata per una seconda stagione, e ci ha lasciato con un cliffhanger che promette grandissime cose, in un momento in cui i buoni (veri) sono stati di fatto sconfitti dai buoni (finti) e avranno grande voglia di riscatto.
Mica facile, quando devi combattere senza poteri contro Superm… pardon, Homelander.



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