4 Febbraio 2020

Luna Nera – Netflix: una enorme delusione di Marco Villa

Luna Nera è una serie italiana di Netflix, preceduta da grandi attese e speranze: tutte incredibilmente disattese. Ecco cosa non ha funzionato.

Da quando Netflix è arrivata nel panorama audiovisivo, spingendo forte sulle produzioni locali, la curiosità e l’attesa per i prodotti nazionali è molto alta. Anche perché Sky ha dimostrato di essere in grado di realizzare serie che possono conquistare il mondo – in solitaria o con HBO – e da tempo si attende che Netflix possa fare lo stesso anche in Italia. E da mesi tutto indicava che Luna Nera – disponibile dal 31 gennaio – potesse essere il titolo capace di far allineare i pianeti. E invece. E invece la terza serie originale Netflix prodotta in Italia è – senza mezzi termini – la più deludente. 

Siamo nel XVII secolo, da qualche parte in centro Italia, in un periodo in cui il territorio è frammentato tra mille famiglie, unito solo da una fede religiosa che sa di fanatismo. In questo scenario si muove Ade, giovanissima levatrice che aiuta la nonna a far nascere i bambini della zona, finché un parto non finisce male e le due donne vengono accusate di stregoneria: la nonna finisce sul rogo, Ade deve iniziare a scappare, portandosi dietro il fratellino Valente. La sua fuga trova sostegno fondamentale dall’incontro con tre streghe, che la aiutano e la introducono a questo mondo per lei ancora sconosciuto. Sullo sfondo, la storia d’amore tra Ade e Pietro, figlio del signorotto locale che guida la caccia alle streghe.

Luna Nera è una serie fantasy, perché Ade (e non solo lei) ha dei poteri, deve solo imparare a usarli. La scelta di genere è coraggiosa, perché finché si parla di criminalità organizzata o di salotti borghesi, gli italiani hanno un curriculum lungo così, ma appena si esce da questi percorsi la faccenda si complica. Non è un caso che per mesi si sia parlato di Luna Nera come della serie in grado di portare la produzione italiana Netflix sulla scia di quelle internazionali, almeno a livello di temi.



Se Suburra e Baby avevano senso come progetti teorici e avevano avuto poi risultati differenti (Suburra più solida, Baby più traballante), una delle richieste degli addetti ai lavori era di cercare di battere strade differenti. Riassumendo: perché in Germania fanno Dark e in Italia no? Una domanda che devono essersi fatti anche ai piani nobili di Netflix, prima di dare semaforo verde a Luna Nera, dimostrando voglia di innovare e rischiare. 

Da quel momento, però, le cose sono andate male. Ma male veramente, perché Luna Nera è una di quelle serie che ti fanno dire: “Ma è possibile che nessuno si sia accorto in tempo di cosa stesse venendo fuori?”. Partiamo dall’unica cosa che ha senso salvare: le immagini. La fotografia è buona e funziona nel suo valorizzare al massimo le location e l’atmosfera oscura, così come è evidente il lavoro sui costumi. Ma qui ci si ferma, perché il resto è davvero di basso livello.

Tratto dall’omonima saga letteraria di Tiziana Triana (il primo volume Le Città Perdute è edito da Sonzogno), Luna Nera ha un problema enorme di scrittura, che si manifesta fin da subito: già dal primo episodio, le scene sono scandite da dialoghi improbabili, che sono un mix tra dettagli didascalici e continue dichiarazioni d’intenti. Allo spettatore, le informazioni non arrivano mai per inferenza da ciò che viene visto sullo schermo o da non-detti all’interno dello scambio di battute: tutto è esplicito, tutto è sbattuto dritto in faccia. E la cosa sorprende, perché, oltre a Triana, le sceneggiatrici sono Laura Paolucci e Francesca Manieri, che hanno firmato titoli come Il Miracolo, Gomorra e L’Amica Geniale, giusto per fermarsi alla televisione. 

Allo stesso modo, i nomi di Francesca Comencini e Susanna Nicchiarelli, che hanno curato la regia degli episodi con Paola Randi, non sono esattamente quelli di sconosciute alle prime armi. È quindi incomprensibile come si sia arrivati a questo livello di recitazione, perché non c’è un solo interprete che riesca a coinvolgere lo spettatore. A cominciare da Nina Fotaras, che qui interpreta Ade e che nel Primo Re di Matteo Rovere era stata in grado di mangiarsi le (pochissime) scene in cui compariva con un’interpretazione potentissima.

Qui invece la sua prova è sotto il minimo sindacale, per tacere dei momenti in cui amoreggia con il bel Pietro (Giorgio Belli), con scene in cui ti aspetti che da un momento all’altro salti fuori Alessandra Martines e la sua scodella di capelli in formato Fantaghirò. E tutto questo per limitarsi all’aspetto basico della serie e della narrazione, senza volersi inerpicare in letture sul ruolo della donna che dovrebbero essere allegoriche, ma che sono invece spiattellate senza paura.

Luna Nera è una delusione sotto ogni punto di vista. È impossibile salvare qualcosa, se non il progetto sulla carta, quello di una serie fantasy italiana portata avanti da un team di sole donne. Non volendo neanche ipotizzare che possa esistere qualcuno capace di imputare a quest’ultimo aspetto la mancata riuscita dell’operazione, resta il timore che si ha quando una buona idea finisce per sbattere contro il muro della realtà. Per poter aprire una strada, un prodotto deve essere forte, altrimenti non solo quella strada non la inaugura, ma contribuisce a costruire ostacoli per chi verrà dopo. Difficilmente sarebbe potuta andare peggio di così. Peccato.

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