17 Marzo 2020

Westworld 3 season premiere: doveva cambiare, e cambiò di Diego Castelli

La terza stagione di Westworld arriva due anni dopo la fine della seconda, cambiando tantissimo ma senza perdere un grammo di fascino e di mistero

Doveva essere rivoluzione, e rivoluzione è stata. Due anni dopo la seconda stagione di Westworld, in cui Jonathan Nolan e Lisa Joy avevano portato la loro creatura oltre un punto di non ritorno da cui era impossibile tornare indietro, la terza si apre su quel mondo “umano” di cui nei primi due anni avevamo visto così poco, persi com’eravamo nelle praterie fittizie concepite da Robert Ford e all suo vecchio amico Arnold Weber.

Nel corso di due stagioni, e proprio secondo il piano di Ford, gli androidi che popolavano Westworld avevano (ri)scoperto l’autocoscienza, avevano combattuto per la propria indipendenza, avevano scoperto che esiste perfino un paradiso dei robot (l’Oltre Valle) e un luogo misterioso in cui gli umani stessi venivano catalogati e duplicati, in un folle sogno di immortalità (la Forgia).
Un percorso da cui Dolores Abernathy, costretta per decenni a soffrire le pene della fanciulla indifesa, maltrattata e abusata, era uscita rafforzata da un libero arbitrio che l’ha portata a focalizzarsi su un unico obiettivo: la vendetta contro gli umani e la consegente prosperità della sua specie, che all’inizio di questa seconda stagione, per quanto ne sa, conta effettivamente solo lei, in attesa che qualche altro host venga costruito e, per dir così, risvegliato a nuova vita.

Non deve sfuggire la portata dell’operazione e il suo livello di sfida. Per una serie come Westworld (la terza stagione è in onda su Sky al lunedì sera, oppure on demand e su NOW TV), che costa molti soldi e punta moltissimo, anche se non solo, sulla sua componente visiva, un cambio di ambientazione così totale può essere pericolosissimo, anche a fronte di una seconda stagione che, nella parte centrale, aveva mostrato segni di debolezza talvolta vistosi (poi vabbè, come sempre io ero più indulgente del Villa, ma fa parte della nostra programmazione): con questo primo episodio della terza stagione, passiamo da un mondo a metà fra la bucolica nostalgia del vecchio West e le meraviglie di un futuro potenzialmente prossimo, a un paesaggio urbano che odora di cyberpunk, fra grattacieli scintillanti, appartamenti asettici, moto autoguidanti, linee dritte, grigie e blu dove prima c’era spazi aperti e frastagliati.



La scommessa degli autori è chiara: puntare tutto sul fatto che a rendere interessante Westworld non è lo scenario in cui le cose succedono, per quanto carico di un sapore cinematografico quasi secolare, quanto piuttosto il nocciolo di mistero e di filosofia che fin dall’inizio rappresenta il centro di gravità della vita dei personaggi e dell’interesse degli spettatori, e che anzi va nuovamente rimpolpato e riordinato.
Ciò non toglie, però, che lo stacco è forte, vistoso, e può lasciare perfino un po’ frastornati, perché ormai di “West” c’è davvero poco, a meno di non considerare che la parola può riferirsi non solo al genere western, ma anche alla società Occidentale nel suo complesso, che in realtà, sotto sotto, è da sempre al centro della riflessione portata avanti della serie.
Una riflessione che parla di identità, di autodeterminazione, e di come la tecnologia possa lentamente ma inesorabilmente influenzare non solo ciò che facciamo, ma anche e soprattutto ciò che siamo, o quantomeno il modo in cui ci percepiamo.
La buona notizia, oltre al fatto che il vecchio West certamente tornerà almeno in parte, è che tutto quello che di nuovo è comparso in questo primo episodio è sembrato preciso, ricco, denso, interessante, e maledettamente figo.

E da qui si SPOILERA!

Questo esordio di terza stagione, giusto per non essere “troppo” spiazzante, si occupa in larga parte di personaggi che già conosciamo, in particolare Dolores e Bernard.

Dolores porta avanti la sua missione di vendetta, che a quanto pare passa dalla stretta amicizia con Liam Dempsey: non c’entra niente col Patrick di Grey’s Anatomy, è interpretato da John Gallagher Jr. (ex Jim Harper di The Newsroom), ed è il figlio dell’inventore di Rehoboan. Con questo nome, semplicissimo da pronunciare e ricordare, viene indicata una massiccia intelligenza artificiale (massiccia anche fisicamente, tipo enorme uovo futuristico) che, nell’idea del defunto padre di Liam, dovrebbe aiutare a tracciare/predire un percorso per ogni essere umano, garantendo così una sorta di totale ordine e produttività spirituale in grado di rendere il mondo migliore. Un modo elegante e articolato per dire che Rehoboan ci vedrebbe bene come tante marionette carine e pulitine, e Dolores vede nelle sue enormi e inquietanti potenzialità la chiave per ottenere una supremazia totale sugli umani, che a quanto pare non si stanno rendendo bene conto di avere a che fare con una specie di divinità algoritmica.
Proprio il concetto del divino ritorna un paio di volte nell’episodio, specie quando Dolores, al momento di uccidere il capo della sicurezza di Liam (interpretato da Tommy Flanagan di Sons of Anarchy!!!!) per sostituirlo con un robot identico e a lei fedele, dice una frase eccezionale come “Eravate liberi, e avete deciso di costruirvi un Dio. Ma quello che avete costruito non era un vero Dio. I veri dèi stanno arrivando, e sono incazzati”.
E giù applausi da tutte le parti.

Bernard, dal canto suo, si nasconde in un allevamento di bestiame, usa un nome fittizio per passare inosservato, e ogni sera fa un’autodiagnostica per essere sicuro di essere ancora presente a se stesso, senza controlli eterodiretti. Una paranoia che è tutta votata al tentativo di fermare Dolores, perché ora, chiaramente, la situazione si è ribaltata: per due anni abbiamo visto Dolores subire le peggiori angherie da parte di umani brutti e cattivi, e abbiamo fatto il tifo per lei e per la sua rivolta. Ora, però, ci rendiamo conto che al netto del carisma e del desiderio di vederle spaccare tutto, il cattivo della storia è lei, perché la sua vendetta non è più rivolta solo a chi le ha fatto del male, ma all’intero genere umano. Un cambio di prospettiva di cui sono molto curioso di vedere gli sviluppi successivi.
Bernard ha un po’ meno spazio a video in questa premiere, al termine della quale, dopo essere sfuggito a dei colleghi che l’avevano riconosciuto e volevano catturarlo per intascare la taglia sulla sua testa (“sfuggito” non è il termine esatto, diciamo che ha sbloccato la sua seconda anima più meccanica e li ha fracassati di mazzate), sostiene di voler tornare a Westworld. Il nostro ha bisogno di sostegno per fermare Dolores, e va a cercarlo dove meglio può.

Accanto a queste due figure ormai storiche, e ai nuovi personaggi che si portano dietro, quasi tutto il resto dell’episodio è dedicato alla vera new entry della stagione, cioè Caleb, interpretato da Aaron Paul, mitico Jesse Pinkman di Breaking Bad. Con la sua espressione sempre imbronciata e malinconica, Paul interpreta quello che, al momento, è un uomo qualunque, un ex soldato che ora fa il simil-carpentiere, e che di notte usa una particolare app criminale degna di un videogioco con cui recupera lavoretti poco puliti. L’obiettivo (povero cucciolino) è tirare su qualche soldo extra per pagare le cure della madre, chiusa in ospedale con quella che sembra una qualche malattia mentale, o alzheimer, o qualcosa del genere.
Caleb è il classico buono costretto da mali estremi a estremi rimedi solo per sopravvivere, e la cosa è sottolineata più volte da lui stesso, quando rifiuta categoricamente di fare lavori “personali”, che contemplino cioè omicidi o rapimenti: lui ruba ai bancomat, fa il corriere da un punto all’altro senza sapere cosa trasporta, cerca insomma di sporcarsi le mani il meno possibile, sapendo che averle completamente pulite non è cosa che al momento si possa permettere.

Il suo unico amico è Francis, un ex commilitone con cui parla al telefono e che, lo scopriamo a fine episodio, non è altro che una simulazione, una versione sintetica del suo vecchio amico, con cui cerca di superare lo stress post-traumatico legato alla sua morte.
Ed è proprio quando Caleb decide di abbandonare questa amicizia virtuale, decidendo di puntare a relazioni più reali, che per un gioco del destino incappa in una Dolores ferita e zoppicante, a cui presta soccorso. È il finale dell’episodio, e la scena è molto esplicita nel dirci che fra quei due nascerà un qualche tipo di importante sodalizio, così che Caleb possa sostituire la sua amicizia virtuale con quella con una donna che, di nuovo, non è umana. Però insomma, almeno ha la faccia di Evan Rachel Wood.

A chiusura di tutto, dopo i titoli di coda, un ritorno (non del tutto) inaspettato: quello di Maeve. L’avevamo lasciata morente mentre guardava la figlia accedere all’Oltre Valle (che ora dovrebbe stare tipo in una chiavetta usb a casa di Dolores, o qualcosa del genere), e ora la vediamo risvegliarsi in una stanza, vestita anni Quaranta, con un paio di tedeschi morti o tumefatti in salotto. Uno sguardo fuori dalla finestra ed ecco l’ultima sorpresa: un nuovo mondo ambientato ai tempi del nazismo, perché a HBO hanno detto: “sai cosa ci manca per aumentare il tasso di macello, e malvagità, e peso storico-politico? I nazisti!”
Tutti ancora da capire la dinamica della sopravvivenza di Maeve (che si tocca il petto, sorpresa di essere viva, a riprova del fatto che, almeno a livello di coscienza, è proprio quella Maeve), il suo ruolo in questo nuovo mondo, e il suo peso nella futura lotta, anche se una sbirciatina al trailer a fine episodio rende già le cose più chiare: quello che sta venendo a crearsi è una lotta fra Bernard+Maeve, dalla “nostra” parte, e Dolores+Charlotte, decise a raggiungere la supremazia sul genere umano.

Questa premiere mette tanta carne al fuoco. Lo fa visivamente, con la presentazione di ambientazioni tutte nuove ma ricchissime nei dettagli. Lo fa narrativamente, introducendo nuovi personaggi e continuando a sviluppare la psicologia dei vecchi. Lo fa stilisticamente, con un gustosissimo livello di tamarragine e una precisa attenzione a che ogni movimento, ogni inquadratura e ogni frase esplodano di carisma (che magari per qualcuno sarà pure troppo, qualche sprazzo troppo autocompiaciuto c’è). Lo fa filosoficamente, portando avanti un discorso sulla natura umana che ora si arricchisce di nuovi elementi e nuovi punti di vista, rendendo sempre più grigia la zona di confine fra noi e loro.

La sfida è di quelle complicate, c’è da far ripartire una serie ferma da due anni, che aveva mostrato qualche crepa, dandole un nuovo aspetto e gestendo una grossa mole di cambiamenti resi ormai inevitabili (anche da quelle crepe). Ma è proprio questo a farci promuovere a pieni voti questo episodio: con tutte le volte che abbiamo accusato una serie di essere incapace di rinnovarsi, vedere un prodotto mastodontico come Westworld cambiare pelle in modo così decisivo dopo solo due stagioni, non può che farci applaudire al coraggio e alla creatività degli autori.
Poi certo, se questo primo episodio avesse fatto schifo non avremmo applaudito per niente. Ma siccome è un sacco figo, siamo a posto così.

Nota di servizio: se la rozza e volgare tecnologia del 2020 non ci mette i bastoni fra le ruote, domani sera (18 marzo) alle 22, diretta facebook con me e il Villa sulla pagina di Serial Minds, per parlare ancora della puntata, scena per scena, e per quanto mi riguarda poter dire ad alta voce “madonna che bello quando Aaron Paul mangia il panino vicino al collega robot sul grattacielo”.
Chi non viene è un host.



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