30 Giugno 2022

Westworld 4×01 – È diventata una serie normale? di Diego Castelli

Il ritorno di Westworld non si può nemmeno definire brutto, ma è questa la serie che doveva sostituire Game of Thrones?

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ATTENZIONE! SPOILER SULLA PRIMA PUNTATA DELLA QUARTA STAGIONE DI WESTWORLD

È il momento di parlare del ritorno di Westworld, riapparsa sui nostri schermi (anche in Italia su Sky, in contemporanea con HBO) a più di due anni dalla fine della terza stagione, nel maggio 2020 (sono successe un po’ di cose, da allora, nevvero?). E se la questione potrebbe essere approcciata da molte angolature diverse, non posso negare né sottacere un sentimento complessivo, generale, che prescinde dai singoli risvolti narrativi.

L’impressione cioè, che Westworld sia diventata una serie normale, come tante, ma soprattutto che non ci sia stato abbastanza impegno per evitare questa deriva.
Però ora ve la approfondisco, ché detta così è troppo poco.

Forse vale la pena fare un paio di paragrafi di contestualizzazione.
Dopo la fine della terza stagione, una stagione di rivolte e di ellissi temporali, ci ritroviamo sette anni dopo gli ultimi eventi a cui avevamo assistito, e lo scenario che ci si para di fronte è curiosamente “semplice”.

Seguiamo infatti le vicende di quattro personaggi principali, in quella che sembra la stessa linea temporale, e in una trama che naturalmente crea delle domande, ma non si porta nemmeno dietro particolari complicazioni.

Abbiamo Evan Rachel Wood (che solitamente conosciamo come Dolores) nei panni di questa fantomatica Christina, scrittrice di trame e personaggi per videogiochi particolarmente immersivi, che viene spinta dalla coinquilina Maya (il premio oscar Ariana DuBose) a cercarsi un fidanzato, e viene minacciata da un tizio misterioso che lamenta di aver avuto la vita devastata dalle invenzioni di Christina.
Non sappiamo cosa ci sia dietro, non sappiamo cosa stiamo effettivamente guardando, e non sappiamo che legame reale ci sia fra questa Christina e Dolores. Però intanto si è creata una base comprensibile da cui approfondire.

Caleb, intanto, si è fatto una famiglia, è tornato a fare il costruttore a Los Angeles, e resta perennemente pronto per una nuova guerra.

Maeve si è nascosta nei boschi per anni, ora l’hanno ritrovata, e lei mena tutti fino a ricongiungersi proprio con Caleb.

William (questo William è un robot, ricordiamolo, quello originale è morto) vuole comprare un importante pezzo di terreno da un cartello della droga, il tizio del cartello gli dice di no, e William scatena quello che sembra un esercito di mosche-host che, non sappiamo bene come, prende possesso del saccentello trafficante, convincendolo a uccidere tutti i suoi compagni e regalare il terreno a William.

Questo, in somma sintesi, il recap dell’episodio, e naturalmente in rete ne trovate di migliori e più dettagliati. Ma questo non era il tema che mi interessava.

Westworld viene da una terza stagione che potremmo definire… complicata, in senso metaforico ma anche letterale.
Dopo aver lasciato l’ambientazione western delle prime due stagioni, la serie si era spostata in una cornice molto più urbana, in cui diversi temi e linee narrative dello show era state portate avanti in modo non sempre precisissimo.

C’erano stati sicuramente degli eventi interessanti, e alcuni concetti fantascientifici erano stati in grado di solleticare l’attenzione e di dare spessore filosofico e spirituale alla narrazione (penso ad esempio alle perle e alla “moltiplicazione” di Dolores, capace di auto-clonare la propria coscienza per riempire diversi host).

Allo stesso tempo, la stagione era sembrata superare quel confine sottile ma importante fra una storia piena di misteri e necessaria di attenzione, e una in cui non si capisce una sega (chiedo scusa per la concretezza). Perfino i recap della terza stagione sono complicati, e a prescindere dalle opinioni di ognuno (il Villa è orientato su “schifo”, io su “ancora meritevole ma certo più faticosa”), è un fatto che una fetta piuttosto larga del pubblico ha vissuto male la terza stagione, spesso finendo per mollare del tutto lo show.

C’è però una lancia che si può spezzare, una di quelle che io spezzo abbastanza di frequente.
Con i tutti i suoi difetti e la sua (colpevole) incapacità di appassionare e trattenere il pubblico che seguiva Westworld con entusiasmo dalla prima puntata, la terza stagione “ci ha provato”.

Dopo aver spinto molto sull’acceleratore nei primi due cicli, e con il problema aver rivelato ormai parecchio dei meccanismi che regolavano il mondo western alla base della storia, i creatori Jonathan Nolan e Lisa Joy si erano trovati di fronte la necessità di una scelta, che sarebbe potuto apparire forzata in ogni caso.

Alla fine, la decisione era caduta sull’allontanamento dalle atmosfere originali, per spingersi in una fantascienza più urbana e più distopica, in cui seguire i personaggi di Westworld in un’ambientazione effettivamente molto diversa.

La scelta può piacere o meno, e per molti è stata sbagliata, ma è anche stata una scelta coraggiosa, fatta da qualcuno che decide consapevolmente di allontanarsi dalla costa conosciuta per affrontare un oceano pieno di opportunità e di pericoli.
E se avete letto la mia recensione di Obi Wan Kenobi, sapete che sarò sempre un minimo accondiscendente verso chi ci prova, magari anche sbagliando, ma nel tentativo di smuovere le acque (cosa che, appunto, Obi Wan Kenobi non aveva fatto).

E torniamo così alla premiere della quarta stagione, un episodio come detto abbastanza comprensibile, che pone le basi per nuovi misteri, che attende di ricollegarsi in qualche modo creativo al passato della serie.
Possiamo perfino arrivare a dire che è stato un buon episodio, d’altronde nel titolo ho scritto “normale”, che non è necessariamente un insulto.

Il problema è che questa normalità non è da Westworld. Non è da serie di HBO ad alto budget e alto profilo, che alla nascita si prefiggeva di raccogliere il testimone di “serie più figa in circolazione” da Game of Thrones.

Quello che abbiamo appena visto è un episodio che non presenta nuove ambientazioni, non svela verità a lungo agognate, non colpisce gli occhi con memorabili invenzioni visive, non imprime un ritmo particolarmente incalzante all’intrattenimento, non ci lascia con la sensazione di aver visto qualcosa di nuovo, ma nemmeno la prosecuzione di qualcosa che ci piaceva molto, perché siamo comunque all’interno dello stesso mondo della terza stagione, che era quello che ha creato più problemi al pubblico della serie, quello che perdeva lo stimolante connubio fra western e fantascienza, per tornare scenografie e paesaggi molto più tradizionali.

Questo fenomeno è particolarmente rilevante, in termini di scelte editoriali, se pensiamo che la quarta stagione di Westworld è arrivata due anni dopo la fine della terza.
Abbiamo cioè autori e autrici che sapevano di tornare in tv dopo un periodo abbastanza lungo e particolarmente denso di avvenimenti di portata mondiale, e hanno deciso che sarebbe stato un ritorno soft, impregnato di uno storytelling pulito e coerente (buone cose, per carità) ma in nessun modo capace di scuotere gli spettatori dal torpore in cui erano inevitabilmente caduti.

È stato un episodio eccezionale? No.
È stato un episodio terribile? No.
È stato un episodio che ha cambiato in qualche modo la nostra percezione sulla serie e sul suo percorso narrativo e artistico? Neanche.

Arrivati alla quarta stagione, debuttata a fine giugno quando tutte le altre erano iniziate in momenti più “caldi” dell’annata televisiva americana, ci rendiamo conto che l’hype per Westworld era parecchio sceso, e che i nuovi episodi non sono riusciti a riattizzarlo. Ma non solo non ci sono riusciti, non ci hanno neanche provato, come se i problemi della terza stagione non ci fossero stati, come se il mondo in mezzo non fosse cambiato.

Il risultato, paradossale per una serie che ci ha sempre dato l’impressione del “tutto o niente”, è che questo primo episodio ci è sembrato, per l’appunto, normale.

Non ho intenzione di mollare Westworld, sono tutto sommato contento di questo ritorno, e ho trovato la premiere abbastanza godibile.
Ma a meno di scosse forti e al momento imprevedibili, nelle prossime settimane aspetterò le nuove puntate come aspetto quelle di molte altre serie, senza particolare differenza, perché il desiderio degli spettatori di seguire misteri e cacce al tesoro è direttamente proporzionale alla qualità di quei misteri e dello spettacolo in cui sono inseriti.

Di tutte le cose che avremmo potuto pensare riguardo Westworld, forse quella meno prevedibile e più amara è che a un certo punto ci sarebbe sembrata una serie qualunque.

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