15 Aprile 2020

Run: l’esordio non folgorante della serie prodotta da Phoebe Waller-Bridge di Diego Castelli

La creatrice di Fleabag produce una strana comedy di cui ancora dobbiamo capire i contorni, ma il cui esordio stupisce meno di quanto avessimo sperato

Quando abbiamo sentito nominare per la prima volta Run, le antennine ci si sono drizzate per tre motivi:
1. Va in onda su HBO, e tutto quello che va in onda su HBO va guardato almeno un po’, anche solo per poter dire, nel caso, “non è al livello delle solite cose di HBO”.
2. Ha un concept che suona abbastanza originale, con due ex fidanzatini del liceo pronti a onorare a 17 anni di distanza un antico patto tale per cui, se uno dei due avesse spedito un sms con scritto “run”, e l’altra avesse risposto, avrebbero mollato tutto per riunirsi e viaggiare insieme attraverso l’America.
3. La serie è creata da Vicky Jones, ma soprattutto prodotta dalla sua amica Phoebe Waller-Bridge, creatrice di Fleabag e Killing Eve, che farà una comparsata a un certo punto.
Toh dai, mettiamoci anche un punto 4. per citare i due protagonisti, Merritt Wever (l’abbiamo vista un po’ ovunque, specie nella recente e bellissima Unbelievable), e Domhnall Gleeson (il generale Hux della trilogia sequel di Star Wars, più un sacco di altre cose).

Quindi insomma, buone premesse, di quelle che fanno dire “questa me la segno”.
Poi però ho visto il pilot e, per usare un termine in uso nella tradizione critica di Pittsburgh: meh.
L’episodio parte anche bene: Ruby, la protagonista femminile che si appresta a tornare a casa dopo una capatina al supermercato (che in sti giorni suona un sacco eccitante già di suo), riceve un messaggio sul cellulare con la semplice scritta “RUN”, e va in uno sbattimento immediato che effettivamente colpisce. Non puoi fare a meno di chiederti cosa diavolo stia succedendo.
Ruby molla tutto, prende un aereo e va a New York, dove si reca alla Grand Central Station a prendere un treno. C’è suspense, nell’aria, ma abbiamo già capito che non sarà un thriller, perché Ruby ha fatto battute sul suo materassino di yoga, e non c’è thriller che possa partire con battute sul materassino di yoga. Allo stesso tempo, continuiamo a essere curiosi.

Una volta salita sul treno incontra effettivamente Billy, il protagonista maschile, e da lì si parte a raccontare un incontro che è più una reunion, con i due che non si vedono da anni ma hanno entrambi deciso che valeva la pena rispettare quel patto stipulato tanto tempo prima.
Un patto di cui ancora non sappiamo niente. L’episodio centellina le informazioni, permettendoci di estrapolare dai dialoghi un po’ di elementi sul loro passato e sul loro presente (per esempio, che Ruby è un architetto e Billy uno che scrive libri di life coaching), senza però entrare troppo nel dettaglio. Quello che pare contare veramente è mostrare la forza della connessione fra questi due, che deve giustificare il fatto che siano disposti (soprattutto Ruby) a mollare una vita e delle persone reali, per correre dietro a un sogno dell’adolescenza. E giusto per togliere il dubbio sugli elementi (o parte degli elementi) che compongono questa connessione, ci viene mostrato come i due, pochi minuti dopo essersi rivisti, non possano fare a meno di andare uno alla volta nel bagno del treno per masturbarsi, e spazzare via almeno un po’ della indicibile tensione erotica venutasi a (ri)creare dopo tanto tempo.



E se in quel “indicibile” avete letto un po’ di ironia, beh, c’era. Quello di Run è un pilot in cui ci vengono dette molto chiaramente alcune cose, ma in cui facciamo fatica a “sentirle”. I problemi sono sostanzialmente tre: Prima di tutto una scrittura dei dialoghi che non colpisce più di tanto. Sarà che a sentire il nome di Phoebe Waller-Bridge speravamo di essere presi a sberle come dai primi minuti di Fleabag, ma ciò non toglie che i dialoghi fra Ruby e Billy non sono particolarmente ficcanti, o divertenti, o intriganti. Servono al loro scopo prettamente narrativo, ma con poco mordente.

Secondo problema, il fatto che del passato dei protagonisti sappiamo effettivamente troppo poco. Queste sono due persone che hanno deciso di mollare tutto di punto in bianco per rivedersi dopo 17 anni, ed è una decisione che, non serve nemmeno che ce lo dicano, è tosta, pesante, sorprendente. Ma se nulla sappiamo del loro passato, dobbiamo semplicemente fidarci del fatto che quella decisione sia giustificata, accettare passivamente che la loro connessione fosse così forte, da rendere plausibile una scelta del genere. Solo che questa forza, senza sapere nulla di loro, si vede a fatica, con il risultato che la scelta sembra spesso semplicemente stupida.

E qui arriva il terzo problema, in realtà collegato al secondo: a conti fatti non mi sembrano azzeccati i due protagonisti. Non sembra esserci grande chimica fra i due attori ma, soprattutto, e qui spero di non risultare superficiale o inopportuno, sono bruttini. E non ne faccio una questione di offendere nessuno, è semplicemente ragionare su un metodo di casting: Merritt Wever, che è un’ottima attrice, non è però mai stata una femme fatale, e anzi ha la faccia da patatona che per esempio in Unbelievable diventava la classica donna a cui nessuno porta rispetto, salvo poi rendersi conto che ne sa di più di tutti i presenti nella stanza. Ma per essere chiari, non dà l’idea di una per la quale ti masturberesti compulsivamente in bagno appena la vedi. E Gleeson, dal canto suo, non è manco lui sto grande adone, e in più il ruolo più recente e più conosciuto che ha ricoperto era abbastanza buffo da renderlo un motivo quantomeno dubbio di masturbazione irrefrenabile.
Ancora una volta, questa primitiva attrazione sessuale e spirituale potrebbe comunque essere giustificata e pienamente percepita anche dagli spettatori, se sapessimo qualcosa in più del loro vissuto, ma siccome non lo sappiamo (e al momento, nelle intenzioni dell’autrice, è importante che non lo sappiamo), allora quella carica deve arrivare da qualche altra parte, ma per ora ce n’è poca.

Vale comunque la pena di continuare a seguire Run per un altro po’, per i nomi coinvolti e per la curiosità, che comunque c’è, di vedere cosa combineranno questi due birbantelli (e comunque finché non arriva Phoebe Waller-Bridge io sto qui). Ma se la curiosità puramente intellettuale non sarà presto accompagnata da un sentimento più forte, da un’empatia più viscerale nei confronti dei personaggi, questo simpatico giochino di fughe e treni potrebbe rimanere appunto solo quello, un giochino.

Perché seguire Run: il concept è originale, le autrici meritevoli di fiducia, e c’è la curiosità di scoprire dove una storia del genere potrà portare.
Perché mollare Run: alla vigilia, per vari motivi, speravamo in un pilot folgorante, e semplicemente non lo è.



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