19 Settembre 2019 28 commenti

Unbelievable: il crime femminista da guardare per forza di Diego Castelli

Netflix piazza una stoccata che ricorderemo

Copertina, Pilot

Volendo scrivere di Unbelievable, nuova miniserie di Netflix creata da Susannah Grant (sceneggiatrice, fra le altre cose, di Erin Brockovich), sento il bisogno di correre un po’ per arrivare al nocciolo della questione.
Perché se è vero che molti stanno parlando delle serie, non è per il suo genere o la sua struttura.

Cercando di non fare troppi spoiler (anche se la storia da cui la serie è tratta è vera e quindi “già successa”), possiamo dire che Unbelievable inizia raccontando l’odissea emotiva, sanitaria, burocratica e legale di una giovane donna (Marie, interpretata Kaitlyn Dever) che prima denuncia uno stupro subito, e poi lo ritratta sotto le pressioni della polizia, diventando in tempo zero oggetto di insulti e fango vario da amici e parenti. Dal secondo episodio, invece, la narrazione si sposta verso due detective (Karen Duvall e Grace Rasmussenn, interpretate rispettivamente da Merritt Wever e Toni Collette) che indagano su uno stupratore seriale.
A livello puramente superficiale, Unbelievable è un crime abbastanza tradizionale, con delitti efferati, un colpevole sfuggente, e indagini meticolose. Dal punto di vista strettamente procedurale non succede nulla di veramente nuovo, e possiamo apprezzare la messa in scena soprattutto da un punto di vista tecnico, più che creativo: il ritmo è buono, il cast ampiamente all’altezza, le dinamiche del giallo e dell’investigativo rispettate nel modo più efficace per gli amanti del genere.

La questione, però, è che Unbelievable è molto più di questo, e per certi aspetti è un vero e proprio specchio dei crime a cui siamo abituati.
Il motivo, semplice nella teoria e un po’ meno nella pratica, è che Unbelievable è un crime profondamente femminile e femminista.
I due termini hanno accezioni diverse: la miniserie è femminile perché quasi tutte le sue protagoniste sono donne. Donne le vittime (ovviamente), ma donne anche quasi tutte le persone che si occupano dell’indagine, nonché buona parte dei personaggi di contorno che abbiano una qualche rilevanza nella storia (come le due ex affidatarie di Marie). Già di per sé è una cosa nuova, ma forse non-così-nuova, perché di detective e avvocate donne ne conosciamo già parecchie, alcune di grande successo.
A cambiare davvero le carte in tavola, allora, arriva il femminismo.

Negli ultimi anni di post #MeToo, in cui si sta cercando di costruire una nuova sensibilità nei confronti dello sguardo femminile, nell’universo cineseriale si è fatto strada un femminismo che potremmo definire “da battaglia”, che prende storie e personaggi apertamente “contro”, per usarli come martello con cui scuotere le coscienze e sollevare problematiche con la forza bruta. Di questo approccio fa sicuramente parte The Handmaid’s Tale, storia potente e spesso perfino difficile da digerire, in cui un mondo distopico apertamente maschilista schiavizza le donne e le tratta come bestie da riproduzione. Ma ne fanno parte anche prodotti più “leggeri”, come per esempio Wonder Woman o Capitan Marvel, dove supereroine che spaccano i culi quanto e più degli uomini offrono alle spettatrici (soprattutto le più giovani) una possibilità di identificazione supereroistica che altrimenti scarseggerebbe (mentre i maschi, inutile dirlo, hanno solo l’imbarazzo della scelta).

Nella mia opinione – che vale quello che vale, ma visto che ormai siete qui ve la beccate – questo approccio funziona soprattutto sulle donne, a cui offre la rappresentazione di modelli aspirazionali con cui sognare anche e soprattutto al di là dei ruoli codificati da secoli (la donna graziosa e gentile tanto brava a gestire la cucina e i figli, e così brava a supportare uomini complicati). Allo stesso tempo, se può avere un bell’effetto sui ragazzi più giovani, tende a essere poco efficace sulla percezione di uomini adulti e già buzzurri, che liquidano le supereroine come copie sbiadite degli Iron Man di turno. Soprattutto, proprio per la sua necessità di colpire duro e colpire in fretta, questo approccio non può prescindere da donne letteralmente stra-ordinarie, protagoniste così intelligenti, o così forti, o così resilienti, da rappresentare quasi divinità a cui la spettatrice può guardare con ammirazione, ma che si portano dietro anche un certo alone di irrealtà.

E qui, dopo sta lunga parentesi, torniamo ad Unbelievable, il cui femminismo (chiaro e limpido, inequivocabile), percorre una strada completamente diversa. Quello che Susannah Grant sceglie di fare, con precisione millimetrica, non è offrire al pubblico delle super-donne, o delle super-vittime. Al contrario, non c’è una sola donna in Unbelievable che non sia profondamente normale, e il trucco sta nel mostrare non solo come quella normalità possa funzionare benissimo anche in un prodotto di intrattenimento, ma anche come attraverso quella normalità si possa aprire un punto di vista realmente nuovo su un genere altrimenti iper-maschile (anche quando le protagoniste sono donne, costrette sempre a essere più forti o più intelligenti degli uomini che hanno intorno).
Già il pilot ci dice molto, con l’attenzione dedicata allo sviluppo emotivo della giovane Marie, e al percorso a ostacoli che è costretta a superare per far sentire la sua voce: prima ancora che parta qualunque vera indagine, per la quale bisogna aspettare il secondo episodio, la prima puntata di Unbelievable si (e ci) concentra su ciò che una vittima di stupro deve patire dopo la violenza subita. Interrogatori continui, analisi sanitarie invasive, e soprattutto il dubbio, il sospetto che in fondo quello che dice non sia poi così vero. La materia, ancora una volta, non è trattata con eccessiva foga: la volontà di denuncia non passa attraverso urla e strepiti, bensì attraverso gli occhi stralaunati e i prolungati silenzi di una ragazzina che, semplicemente, si trova ad affrontare qualcosa di più grande di lei, senza che nessuno sia davvero in grado di cogliere il suo punto di vista.

Se vogliamo, è anche l’episodio in cui il femminismo è più vicino alla sua versione “da battaglia”, non fosse altro perché a interrogare e infine ad abbandonare Marie sono due detective uomini.
Ma il bello di Unbelievable è ancora di là da venire. Qui non voglio esagerare con gli spoiler, anzi cerco di non farne proprio, ma possiamo dire che quando entrano in gioco le due investigatrici, la vera anima della serie emerge in maniera tanto pacata quanto inequivocabile.
Karen e Grace non sono due super-donne. Non lo sono esteticamente, non lo sono caratterialmente, non lo sono professionalmente. Non sono geni come il dottor House, o bellone come le protagoniste di L.A.’s Finest. Sono poliziotte, sono mogli, una è madre. Niente più di questo. Eppure, sono le persone giuste al posto giusto. Sono lavoratrici serie e preparate, ma soprattutto si trovano a poter usare il loro essere donne come strumento con cui alzare il livello della sfida, e prestare attenzione a dettagli che le toccano profondamente e che troppi uomini rischierebbero di lasciar correre.

In questo senso, Unbelievable è piena di piccoli ma significativi dettagli sia nella costruzione dei personaggi sia nello sviluppo dell’indagine. Le due protagoniste sono molto diverse fra loro, ma l’attenzione dell’autrice si concentra soprattutto su Karen, detective ancora giovane, con un po’ meno pelo sullo stomaco, che prende sul personale l’indagine ammazzandosi di lavoro. Ci sono molte scene in cui il lavoro o la vita di Karen ci permettono di “vedere con occhi diversi” questo crime altrimenti abbastanza tradizionale.
Per esempio quando Karen sprona con parole ruvide i suoi sottoposti perché non stanno lavorando con il giusto impegno. È una scena costruita affinché gli spettatori possano provare uno strano disagio nel vedere come la sfuriata di Karen sia percepita come una rottura di balle, una pignoleria inutile, sottintendendo che la stessa sfuriata fatta da un protagonista maschile sarebbe stata ricevuta in ben altro modo. Non c’è niente di pacchiano, si badi bene, ricordatevi che non siamo nel femminismo da battaglia, ma in una sua versione più sottile e quasi strategica.
Stesso discorso per quando si vede Karen tornare a casa con la spesa, nonostante sia presissima dal caso. Si è mai visto un personaggio maschio e non single fare la spesa durante un’investigazione importante? Probabilmente no. Anche in questo caso, però, si tratta di un elemento piccolo, inquadrato di sfuggita, solo un dettaglio. Ma tutti questi dettagli, insieme, costruiscono dei personaggi femminili a tutto tondo, che non senza fatica riescono a trovare un equilibrio fra le diverse anime che hanno scelto per la propria vita.
In questo modo Unbelievable offre uno sguardo nuovo su una materia che ci sembrava di conoscere fin troppo bene, e che invece può essere affrontata da angolature diverse. La studiata banalità con cui le molte donne della serie vivono, lavorano e sopravvivono riesce a essere diversa dal solito sguardo maschile, ma anche dalla versione pompata di certe eroine più-maschie-dei-maschi che abbiamo visto in altre serie o film. L’impressione è di trovarsi di fronte persone reali che spezzano certi stereotipi e regole di genere non sbattendo i pugni, ma semplicemente facendo il proprio lavoro.

Molto importante, in questo discorso del femminismo strategico, è anche la rappresentazione dei maschi della serie. Evidentemente un maschio malvagio c’è, ed è lo stupratore seriale. Ma gli altri non lo sono. La Grant evita accuratamente di creare personaggi maschili dichiaramente stronzi o ripugnanti con cui far scontrare le sue protagoniste, perché sa bene che quello sarebbe il femminismo da battaglia, che combatte con violenza l’esperienza dei maschi cattivi, rischiando però di creare rigetto in molti spettatori uomini, al grido di “ok ma io non sono così”.
Al contrario, Unbelievable è piena di uomini che possano essere da esempio (lo stagista volonteroso, i mariti delle due poliziotte), ma anche di uomini che semplicemente sbagliano, senza che questo li renda persone orribili o incapace di redenzione. Uomini che, semplicemente, subiscono l’influenza di una società in cui, come viene detto a un certo punto, nessuno dubita di una persona che denuncia un furto, mentre tutti dubitano di una donna che denuncia uno stupro. Ci siamo dentro, in quella società, ci cresciamo dentro, e anche con le migliori intenzioni non è detto che si possa prescinderne con uno schiocco di dita.

Unbelievable è prima di tutto una buona serie crime, emozionante, ben recitata, e con tutte le sue cose al posto giusto. Ma soprattutto è una serie che, nella profonda necessità di costruire un nuovo sguardo sulla realtà, non lo offre come un pugno, bensì come una mano testa. Non c’è volontà di ferire o umiliare gli spettatori (o parte di essi), bensì quella di mostrare come sia possibile un mondo diverso da quello cui siamo abituati, che non per questo, parlando anche di intrattenimento televisivo, sarà un mondo meno interessante da guardare o per cui appassionarsi.
Attendo volentieri i pareri delle serialminder donne sulla questione. Da uomo, dico che da Unbelievable si esce sorprendentemente cambiati, più che dopo molti discorsi o ragionamenti più espliciti.
Avercene.


Perché seguire Unbelievable: è un’efficace storia di genere, raccontata però con uno sguardo diverso e mooolto importante per gli anni che stiamo vivendo.
Perché mollare Unbelievable: se siete già molto attrezzati/e nei riguardi del suo sottotesto femminista, per il resto Unbelievable non aggiunge molto al genere crime di cui fa parte.



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