27 Agosto 2020

Biohackers – Netflix: un’altra serie innocua, ma non dannosa di Marco Villa

Dette anche: “quelle serie che puoi vederti così, a tempo perso”

Pilot

L’immagine più classica e stereotipata dell’hacker è quella di un giovane – spesso maschio – con il volto semicoperto, chino su una tastiera e impegnato a battere tasti a un ritmo oggettivamente insensato, mentre sullo schermo scorrono linee di codice fitte come non mai. Se è uno dei buoni può anche essere il protagonista della serie (o del film), se è uno dei cattivi invece sarà sempre confinato a un ruolo di secondo piano, pedina nelle mani di qualcuno più potente e pericoloso di lui. Se prendete l’hacker, tenete il suo concetto base di sovvertitore dell’ordine costituito (da altri), lo togliete dal mondo informatico-tecnologico e lo spostate in quello biomedico, ecco che tutto cambia: non solo perché si tratta di un mondo e di un tipo di personaggio pressoché inesplorato, ma perché le conseguenze delle sue azioni non si riflettono in righe di testo su uno schermo, ma in alterazioni ben più concrete. Biohackers prova a indagare proprio questa variazione sul tema, prendendo una struttura e una trama che avremmo potuto vedere mille volte nell’ambito dell’hacking informatico, ma applicandola alle ricerche genetiche.

Disponibile dal 20 agosto, Biohackers è una produzione originale Netflix Made in Deutschland ed è posta subito di fronte a un bivio, ovvero quello che da una parte manda verso un titolo notevole e complesso come Dark e dall’altra arriva a Perfume, presso lidi più rassicuranti e – vien da dire – più in linea con il recente stile largo dei prodotti Netflix. La vicenda principale di Biohackers ha per protagonista Mia, ventenne matricola di medicina particolarmente fissata (e portata) con la sperimentazione genetica. È con questo pallino che si trasferisce a Friburgo con il chiaro obiettivo di entrare a far parte del team di ricerca di Tanja Lorenz, imprenditrice visionaria che ha fondato un impero basato proprio sullo studio del DNA e su come modificarlo per aiutare l’essere umano ad affrontare malattie varie. A Friburgo, Mia finisce in mezzo a coinquilini e amici tutti impegnati in questo campo e con ricerche personali in corso: tra questi c’è anche Jasper, assistente della Lorenz e istantaneo interesse amoroso della ragazza. Tranquilli, però: Biohackers non è una sorta di Grey’s Anatomy in salsa di laboratorio, perché in realtà Mia non è mossa solo dalla sete di conoscenza, ma anche dal bisogno di scoprire cosa è successo al fratello morto ragazzino e con la chiara consapevolezza che proprio Lorenz sia coinvolta con i suoi studi. A questi due aspetti ne va aggiunto un terzo, più legato al genere mystery, perché l’inizio di Biohackers ricorda da vicino quello di Fringe, con tutti gli occupanti di un vagone di un treno che muoiono uno dopo l’altro nell’arco di pochi minuti. Con l’eccezione proprio di Mia, che forse a sua volta è stata materiale da laboratorio in passato.

Tornando al bivio cui si accennava in precedenza, Biohackers prende senza dubbio la strada delle serie più dritte e semplici: è un prodotto che non richiede particolare attenzione e ha il pregio di scorrere senza mai incepparsi o senza avere alcuna pretesa autoriale. Allo stesso tempo, paga forse un’eccessiva leggerezza: fatta salva la scena che apre la serie, nei primi due episodi non c’è mai un momento di vera tensione, né il personaggio di Mia è mai messo di fronte a una situazione complicata. Al contrario, tutto scorre via senza apparenti ostacoli, come se di colpo il conflitto non fosse più una categoria fondamentale per la narrazione. Trattandosi di una serie con uno sviluppo esclusivamente orizzontale, questa impostazione dovrà per forza scomparire, per lasciare spazio a una progressione della trama in grado di catturare davvero lo spettatore. In questo modo, però, Biohackers richiede un bell’atto di fiducia da parte di chi guarda, che deve essere disposto a investire tempo e attenzione nonostante non gli siano state messe esche particolari davanti agli occhi. D’altra parte, il fatto che gli episodi abbiano una durata inferiore in modo sensibile rispetto alla media dei drama è un ulteriore punto di forza. 

Per dirla in modo fin troppo semplice e superficiale, Biohackers cerca di trovare una strada tra Fringe e Revenge, senza però avere la capacità evocativa della prima e la scrittura a incastro tutta fatta di colpi di scena della seconda. Ciononostante, non affonda: per nulla scontato.

Perché guardare Biohackers: per la facilità con cui scorre
Perché mollare Biohackers: perché non ha tensione



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