18 Maggio 2021

La ferrovia sotterranea – Prime Video: una fuga disperata e onirica di Lorenzo Peroni

Tratta dall’opera Premio Pulitzer di Colson Whitehead, La ferrovia sotterranea è un racconto potente e con un peso specifico non indifferente

Prima di parlare della Ferrovia Sotterranea, è il caso di fare un passo indietro e citare Barry Jenkins e Steve McQueen. Sono i due autori di punta della nuova generazione del cinema black ed entrambi hanno preso una piccola pausa dal grande schermo, per ritrovare maggiore libertà e vitalità nel mondo della serialità. Steve McQueen (Shame, 12 anni schiavo), dopo essersi momentaneamente impantanato con Widows – Eredità criminale, ha diretto la miniserie Small Axe, che avrebbe dovuto essere presentata in anteprima a Cannes 2020 (l’edizione cancellata). La serie,  5 film TV andati in onda sulla BBC One e pubblicata da Prime Video negli USA, racconta storie, personaggi ed eventi storici della comunità afro-britannica londinese tra gli anni sessanta e ottanta lo ritrova in gran forma. Uscita italiana? Boh. 

Barry Jenkins invece, dopo l’Oscar a Moonlight ha continuato la sua ricognizione dell’identità e della storia afroamericana con If Beale Street Could Talk (da un romanzo di James Baldwin), ottimo ma di poco appeal per il botteghino. Anche lui torna con un prodotto per il piccolo schermo, La ferrovia sotterranea, miniserie prodotta da Amazon Studios e Plan B Entertainment (la casa di produzione di Brad Pitt), tratta dall’omonimo romanzo premio Pulitzer di Colson Whitehead (su Prime Video dal 14 maggio). 

La storia è quella di Cora (Thuso Mbedu), schiava in una piantagione della Georgia che tenta la fuga per trovare una libertà mai conosciuta prima. Evadere dall’inferno del Sud è praticamente impossibile e gli schiavi riacciuffati finiscono ammazzati dopo le peggiori torture. Ma Ceaser (Aaron Pierre), uno schiavo istruito, le insinua un tarlo, le propone una fuga, sembra sicuro di sé, lei in prima battuta rifiuta, ma qualcosa le fa cambiare idea; sua madre, Mabel, è l’unica schiava a essere fuggita senza far ritorno in piantagione, l’unica a non essere stata catturata, è una leggenda per gli schiavi, una macchia sull’onore dei padroni e dei cacciatori di taglie. Abbandonata anche dalla madre, Cora è completamente sola, la fuga attraverso la spettrale e mortifera palude che si estende al di là della piantagione per lei diventa l’unico orizzonte possibile. Non ha la benché minima idea di quello che la aspetterà. C’è un mito tra i neri dei campi di cotone, quello della ferrovia sotterranea: una via di fuga segreta che collega il Sud al Nord, verso la libertà. Una leggenda si dice, ma Ceaser rivela a Cora che la ferrovia esiste davvero e che sarà quella la loro via di fuga, la loro possibilità di una vita nuova, da uomini liberi. 



La ferrovia sotterranea è esistita davvero, è incredibile lo so però è così realmente, certo, non esattamente nella forma raccontata da Whitehead e Jenkins. Nel periodo tra 1810 e il 1850 abolizionisti e neri danno vita una rete clandestina di informazioni, percorsi e luoghi sicuri (e segreti) per permettere agli schiavi di fuggire negli stati liberi del Nord e in Canada. Le fughe registrate in quegli anni sono tali che dopo il 1850 viene approvata la Fugitive Slave Law, una legge che imponeva la restituzione dei fuggiaschi anche negli stati del Nord.

Whitehead prende l’idea della rete “sotterranea” e la trasforma in una vera e propria ferrovia, con tunnel e locomotive che corrono nel sottosuolo degli Stati Uniti d’America per migliaia di chilometri. “Chi ha costruito tutto questo?”, chiede Cora, le sembra incredibile, improbabile (come a noi, d’altra parte). “Chi costruisce tutte le cose?”, le risponde un capostazione. Insomma, non ci interessa, da subito capiamo che non lo sapremo mai, perché non è quello il fulcro della narrazione. La ferrovia sotterranea è una grande metafora (esplicita e potente) sul potere della conoscenza. Durante la sua fuga Cora impara a leggere, a conoscere il mondo anche attraverso le storie raccontate nei romanzi e nei libri. Ma è anche una riflessione sul potere della memoria, delle parole e la loro manipolazione.

Jenkins adatta per il piccolo schermo il romanzo in maniera rispettosa, senza stravolgerlo e dando vita ai personaggi attraverso la sua poetica malinconica e dolente. Il regista trova un equilibrio perfetto tra il carattere più avventuroso della narrazione e quello più riflessivo, intimo. Nella sua riduzione predilige un racconto lirico a un approccio didascalico, dove ritmo ed emotività si sposano alla perfezione. Lui, più fan di Wong Kar-wai che di Spike Lee, mette in scena una fuga disperata e onirica, sviluppando la storia tra ellissi e inquadrature di grande impatto estetico. Rispetto ai suoi lavori cinematografici stempera (ma non tradisce) lo sfrenato manierismo estetico, dando spazio a piani medi e panoramiche che restituiscono un senso di insieme. Fotografa così le identità dei diversi stati attraverso i quali si spinge la fuga di Cora, ognuno dei quali incarna manifestazioni differenti del razzismo, da quelle più sottili e subdole a quelle più virulente.

Stupenda la fotografia di James Laxton, pittorica e evanescente, poi violenta e grottesca; incredibile il lavoro sull’audio che restituisce, portandolo in primo piano, un mondo tattile e insidioso. La Ferrovia Sotterranea è un’opera epica e violenta, potente ed emozionante, piena di crudeltà, ma anche di umanità, solidarietà e speranza, ricchissima sia a livello estetico che a livello emotivo. Binge watching sconsigliato, gustatevela un episodio per volta. 

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