22 Marzo 2023

Swarm di Prime Video è la serie da guardare in questo momento di Marco Villa

Swarm è una serie violenta e grottesca sull’ossessione, la solitudine e il bisogno disperato di uno scopo. Firmata (anche da) Donald Glover

Pilot

Swarm è la serie di cui dovremmo parlare in questi giorni davanti alla macchinetta del caffè e non è detto che non accada a breve, nell’arco di pochi giorni. Se fosse stata su Netflix, saremmo già in quella situazione: invece è arrivata il 17 marzo su Prime Video, che di suo fatica di più a entrare nel discorso collettivo (con le grandi eccezioni di The Boys e LOL, in parte pure Mrs. Maisel), ma la sensazione è che Swarm possa bucare quel muro di gomma. Vedremo.

Swarm è una serie creata e in parte scritta e diretta da Donald Glover e Janine Nabers. Glover non ha bisogno di presentazioni, Nabers ha lavorato con lui su Atlanta e in precedenza era nel gruppo autorale di Watchmen. In poche parole, Swarm è la storia di un’ossessione, che si innesta su una psiche non proprio in bolla: in un primo tempo, l’ossessione è ciò che tiene insieme i pezzi, fino a quando un evento traumatico non fa detonare la follia e la violenza.

Tutto questo, nella testa e nelle azioni di un solo personaggio: Andrea detta Dre, interpretata da una bravissima Dominique Fishback, che avevamo già incrociato in Show me a hero (da ribadire sempre: capolavoro sottovalutatissimo) e nella recente The Last Days of Ptolemy Grey. Dre è una ragazza di Houston, che vive con la sorella Marissa e si arrabatta tra lavoretti vari per tirare fine mese. La loro è una vita al limite, di quelle in cui tutti gli sforzi vengono ripagati da sfighe e avversità. L’unica fiammella di speranza è rappresentata da una sfrenata adorazione per Ni’Jah, una popstar venerata ai limiti del culto: passione condivisa da entrambe, ma che per Dre è faccenda di capitale importanza. Così, quando si ritrova da sola (evito spoiler), il culto di Ni’jah diventa questione di vita o di morte, ma soprattutto di morte, perché è il motore che la mette sulla strada, alla ricerca di tutte le persone che hanno in qualche modo “disonorato” la cantante, principalmente parlandone male sui social.

Dopo un inizio drammatico, Swarm diventa una serie sempre più violenta, con un certo gusto per lo splatter e l’esagerazione: ogni episodio pone Dre in un contesto differente dal precedente, senza nessuna cura per quello che è stato e senza preparare quello che verrà. Ogni puntata è ambientata a distanza di mesi e Dre assume sempre una nuova identità: del resto è un fantasma, non c’è nessuno che la cerca o che indaghi su di lei e questo le permette di costruire menzogne su menzogne, con le quali si intrufola in contesti sempre differenti. L’unico ombrello rimane sempre l’ossessione per Ni’Jah, perché presto si capisce che anche ciò che davamo per assodato e veritiero può essere falso.

Ora, per approfondire il discorso dovrei per forza buttarmi negli spoiler, ma sarebbe un peccato, perché la dimensione più interessante di Swarm è proprio la sorpresa, il fatto di non avere una traiettoria prevedibile, né all’interno del singolo episodio (il finale quasi onirico della terza puntata), né sull’arco della serie stessa (l’enorme parentesi del quarto episodio). Quello che si può dire è che la presenza di Glover e in generale del mood Atlanta è evidente: è una serie che ha personaggi quasi esclusivamente neri, ma soprattutto è una serie che adatta a proprio piacimento stereotipi e schemi. O meglio: è Dre che li adatta a se stessa, infilandosi nelle pieghe create dalle scorciatoie mentali che ognuno si crea, su temi come il colore della pelle o gli abusi subiti dalle donne. Vago? Eh, mi rendo conto, ma è giusto per restituire il senso che sì, è una serie dritta e da un certo punto di vista molto basica, perché in fondo parliamo di una serial killer, ma che non si nega il lusso di riflettere su se stessa e su quello che ha intorno.

E poi c’è la ciliegina sulla torta, ovvero il debutto attoriale di una certa Billie Eilish, tra le protagoniste del quarto episodio. Billie Eilish che, di fatto, potrebbe essere una Ni’Jah della vita reale, con schiere di fan pronte a difenderla e trasformarsi in esercito. Già, perché lo Swarm che dà il titolo alla serie è il nome collettivo con cui sono stati battezzati i fan della star: singolarmente sono api (bees), collettivamente sono swarm (sciame). E nella necessità di Dre di far parte di qualcosa di condiviso c’è tutto il senso di questa serie: per lei, i delitti sono una sorta di atto di fedeltà a un’entità che però non ha la minima idea della sua esistenza. 

Perché a conti fatti Swarm è la storia di una ragazza emarginata, con enormi problemi di salute mentale e con un gigantesco senso di solitudine e inadeguatezza, che la divora dall’interno e la spinge alla disperata ricerca di uno scopo. È una serie tragica, che usa la leva del grottesco e del sanguinolento per non essere drammatica in ogni istante. In questo modo, Swarm si impone come una delle sorprese più belle di questo inizio di 2023. Ecco perché dovreste guardarla, per poi discuterne. Ecco perché non si spiega come sia arrivata così in sordina, nonostante il potenziale e pure la notiziabilità di una Billie Eilish. Misteri.

Perché guardare Swarm: perché è semplice e spiazzante insieme

Perché mollare Swarm: perché la violenza non è poca e spesso è gratuita



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