21 Maggio 2021

Domina – Sky Atlantic: L’antica Roma alla portata di tutti di Marco Villa

Una serie molto pop e di facile accesso: Domina racconta la storia di Livia Drusilla, moglie dell’imperatore Augusto

Se volete avere una dimostrazione concreta dell’esistenza dei target di pubblico, Domina è un esempio perfetto. Siamo su Sky Atlantic, con una produzione originale Sky ambientata nell’antica Roma. All’incirca otto secoli dopo Romulus, che prendeva quegli stessi riferimenti, andando però alle origini del mito fondativo dell’impero. Di fondo, Romulus e Domina sono due serie in costume che vivono nello stesso universo di riferimento, pur con coordinate temporali differenti.

Eppure non potrebbero essere più diverse e distanti: Romulus ha come obiettivo la ricostruzione di ambiente e dinamiche storicamente verosimili, per riportare lo spettatore in quel contesto. Domina invece prende il contesto e lo piega alle sue esigenze narrative e spettacolari. Perché? Perché ha un target differente, molto più largo e generalista. Di fatto vuole raccontare una storia e la ambienta in quell’epoca. Ha un obiettivo differente e quell’obiettivo lo centra, senza grossi affanni.

La Domina del titolo è Livia Drusilla, ovvero la moglie di Augusto, il primo imperatore romano. La serie inizia con il racconto dell’ascesa di Livia: finita in esilio dopo che la sua famiglia è caduta in disgrazia per motivi politici, Livia (interpretata nel primo episodio da Nadia Parkes) torna in città dopo un’amnistia e in men che non si dica molla il marito e si sposa con Ottaviano, ovvero colui che diventerà il primo Augusto. La storia di Livia (Kasia Smutniak nel resto della serie) e di Domina è quella di una coppia di potere, in cui l’uomo è la figura pubblica, che ufficialmente gestisce le faccende, ma che non può fare a meno delle strategie che la moglie elabora dietro le quinte. House of Cards con la toga, per dirla male e senza giudizi di valore.



Come detto in apertura, Domina è una serie larga, che punta a un pubblico ampio. Non è un caso che sia stata girata interamente in inglese, lasciando perdere il protolatino estremo di Romulus, ma anche il latino imbastardito di Barbari. Volendo fare altri paragoni, siamo forse dalla parti di quei libri che andavano tanto negli anni ’90, scritti da Christian Jacq e dedicati ai faraoni egizi. L’aspetto più positivo di Domina è il fatto che riusca a trovare toni e ritmi in grado di appassionare un pubblico che cerca una narrazione lineare e classica, senza però scadere nei toni da fiction tipici delle rete generaliste.

Certo, la cialtroneria è sempre in agguato, come la volontà di far parlare per forza i personaggi come se fossero nostri contemporanei. In questo senso, memorabile la scena di una cena in cui uno dei protagonisti è a disagio perché è l’unico con la toga, mentre gli altri invitati sono vestiti in modo informale. A tanto così dalla cialtronata, appunto. Ma quel tanto così fa la differenza. Domina è una serie perfettamente consapevole di ciò che è e di ciò che rappresenta. E dobbiamo esserlo anche noi, da spettatori.

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