15 Luglio 2021

Loki: un finale-spiegone che ci va bene così di Diego Castelli

Il finale di stagione di Loki chiude molti cerchi, ma ha anche tantissimo da costruire per il futuro del Marvel Cinematic Universe

ATTENZIONE! SPOILER SUL FINALE DELLA PRIMA STAGIONE DI LOKI

Era iniziata con un episodio ricchissimo di spunti visivi, filosofici, perfino narratologici. Si è sviluppata in una serie spesso frizzantona, ma anche con qualche rallentamento e (paradossalmente) qualche passaggio frettoloso. E si è chiusa con un episodio in cui da un punto di vista dell’azione succede abbastanza poco, ma in cui davanti agli occhi degli spettatori vengono aperti nuovi abissi di conoscenza, con in più l’introduzione di un personaggio che potrebbe essere decisivo per il Marvel Cinematic Universe.
Insomma, Un po’ di cose da dire sulla prima stagione di Loki le abbiamo.

Partiamo proprio dal finale, e poi torniamo indietro. Tanto non è che parlando di Loki possano esserci problemi nel mescolare un po’ i piani temporali.
Dopo la fuga di Loki e Sylvie dal Vuoto, i due approdano in una specie di castello che, già lo intuivamo sul finire dell’episodio 5, sta al di là di qualunque spazio e tempo. È la fine del viaggio in ogni senso possibile.
Nel castello vengono accolti da una versione di Miss Minutes significativamente più inquietante del solito, che pur di convincerli a tornare indietro e lasciar perdere la loro missione gli promette la possibilità di rientrare nel flusso del tempo e di farlo da vincitori, tipo che a Loki viene promessa la vittoria sugli Avengers e su Thanos, il Guanto dell’Infinito, un televisore 70 pollici, una fornitura a vita di gel per capelli ecc.
Il nostro però rifiuta, perché una volta che hai scoperto di essere un burattino nelle mani del Tempo, il desiderio di tagliare i fili è maggiore di quello di cambiare semplicemente la scenografia.
Superata Miss Minutes, Loki e Sylvie giungono al cospetto di quello che potrebbe essere boh, Dio? e fanno una conoscenza apparentemente normale, un banalissimo uomo interpretato da Jonathan Majors (già protagonista di Lovecraft Country) che Miss Minutes definisce “Colui Che Rimane”. In realtà è un personaggio fondamentale con un’identità precisa nel mondo a fumetti della Marvel: parliamo di quello che su carta si chiama Kang, un villain di lunghissimo corso, nato praticamente in contemporanea con i Fantastici Quattro, e che non è altri che uno scienziato del XXXI secolo che si mette a giocare coi viaggi nel tempo.



Non è questo il sito per fare confronti super-puntuali con la controparte cartacea, ma è importante conoscere il riferimento perché ci serve a capire, se già l’episodio non lo spiegasse abbastanza, che il season finale di Loki ha introdotto un personaggio che potrebbe essere decisivo per il futuro del MCU.
Chi è Colui Che Rimane, in buona sostanza? È un tizio del 3000 che, imparando a muoversi nel tempo in un momento in cui nessuno impediva il generarsi di nuove linee temporali, è stato in grado di incontrare diverse versioni di se stesso, tutte ugualmente intelligenti, e tutte arrivate alle sue stesse scoperte. Versioni (anzi, Varianti) che però non erano tutte orientate dalla stessa bussola morale: alcune erano cattive e votate alla conquista e alla distruzione. Ne è derivata una guerra che minacciava di distruggere l’intero Multiverso, e a cui l’uomo che vediamo nell’episodio ha posto rimedio con la creazione della TVA. In pratica ha risolto il problema della varianti che si ammazzano, eliminando le varianti sul nascere e costruendo un’unica linea temporale, quella che nella serie chiamano Sacra.

La mossa di Kang (chiamiamolo così per brevità, anche se nello show quel nome non è mai usato) ha certamente portato ordine nel caos, e forse ha impedito la cancellazione di tutto l’universo, ma il prezzo da pagare è stato alto: a venire meno è stato il libero arbitro, che come tale è un eccezionale produttore di Varianti e dimensioni parallele. In pratica, Kang ha scelto un unico flusso temporale (il suo, immaginiamo) e ha deciso che in nome dell’ordine tutti gli altri non dovevano esistere.
Sicuramente ha salvato molte vite da una fine dolorosa, ma quante altre vite e quante altre felicità sono state semplicemente cancellate dall’esistenza passata, presente e futura? Per esempio quella di Sylvie, che per evitare la cancellazione si è nascosta per secoli nelle apocalissi?

Questo è un po’ il cuore narrativo e filosofico dell’episodio e della serie tutta, e l’ho trovato straordinariamente ben realizzato. Affidando a Majors una recitazione abbastanza gigioneggiante, che potesse alleggerire lo spiegone e fare anche da contraltare alla fittizia pomposità dei Timekeepers (in molti hanno fatto paralleli col Mago di Oz nello spiegare la rivelazione che dietro la facciata del Dio più Dio di tutti, c’è di fatto un uomo), l’episodio è stato comunque capace di mettere in scena con una chiarezza e una forza inaspettata uno dei grandi temi della fantascienza: l’idea di un tempo circolare, in cui il principio di tutte le cose possa essere coincidente con la fine (a “creare” il nostro tempo e preservarlo è un uomo del Tremila), e in cui la possibilità di infinite variazioni rischia di togliere sostanza, identità e importanza alle singole incarnazioni di uno stesso sé.
Lo si vede bene nel modo in cui Kang reagisce all’imminente morte per mano di Sylvie: la sua dipartita in quel momento servirà solo a “sbloccare” la linea temporale, facendo sì che infinite sue versioni emergano per combattersi, e probabilmente per poi finire di nuovo lì, in quella stanza. Per questo lui non ne è preoccupato, perché dal suo punto di vista questo continuo presente dato dalla contemporaneità di tutte i momenti della Storia e di tutte le varianti di quella stessa Storia, rende molto meno preoccupante una singola morte in un singolo momento di una singola linea temporale.
In pratica, cercare di portare lo sguardo al di fuori del Tempo ci consente di sconfiggere la morte, o per lo meno di vederla nella sua componente meno definitiva. Dall’altra parte però, rende sempre più difficile trovare il senso di un percorso che abbia un inizio e una fine, nonché la speranza di una vera libertà per gli esseri umani, che più che scegliere cosa fare della loro esistenza, possono solo scegliere fra destini già previsti e già conosciuti da qualcuno.

Insomma, roba tosta. E questo spessore narrativo e filosofico, che fa eco alle molte domande esistenziali che erano già state poste nel pilot, dà respiro non solo a questa serie, ma anche a quello che verrà: molto più che con WandaVision o The Falcon and The Winter Soldier, che avranno sicuramente conseguenze importanti nel MCU ma che rimangono in qualche modo vicende “personali”, Loki sembra mettere mattoni davvero importanti per il futuro dell’universo di casa Marvel. Nel momento (molto bello) in cui Mobius non riconosce più Loki, che subito dopo vede l’enorme statua di Kang all’interno della TVA, capiamo che gli stravolgimenti non stanno “per iniziare”, sono già iniziati, anzi già avvenuti, visto che il riverbero della morte di Kang si estende in tutti i tempi e le dimensioni, non solo nel futuro di quello che abbiamo appena visto.
Insomma, un gran macello, che non potrà non avere conseguenze importanti: non so se già nel film di Doctor Strange, che pure si chiama “Multiverse of Madness”, o più avanti. Si era detto che Kang sarebbe comparso nel nuovo film di Ant-Man, le cui avventure solitarie di solito non sono le più importanti, ma insomma, staremo a vedere cosa succederà, soprattutto considerando un ultimo punto: nella brevissima scena dopo i titoli di coda vediamo una cosa che non ci aspettavamo, cioè la conferma che di Loki ci sarà anche una seconda stagione (cosa che potrebbe anche mandare a ramengo tutti i film mentali che mi sono fatto fino a una riga fa).

Riportando lo sguardo un po’ più in piccolo e limitandoci a parlare di questi sei episodi della prima stagione, il suo peso narrativo e la sua voglia di battere strade potenzialmente molto ardite è per me già motivo di promozione senza se e senza ma.
Detto questo, vale anche la pena di notare come tutto questo gigantesco carrozzone, molto più grande del previsto, da certe angolazioni possa apparire per l’appunto un carrozzone, dove non tutto trova esattamente il suo posto, nel modo più preciso ed elegante possibile.
Per esempio, come accennavamo all’inizio, tutto l’ultimo episodio è un grande spiegone. Il che va bene se il contenuto dello spiegone ti appassiona e ti intriga, magari per tue particolari inclinazioni verso un certo tipo di fantascienza, ma ciò non toglie che in termini di pura azione succeda davvero poco, e molto meno di quanto avvenuto nell’episodio 4, che resta il più frizzante di tutti.
Ok, Loki e Sylvie si menano e poi si baciano pure, in quella che a conti fatti possiamo considerare come la prima scena di masturbazione del Marvel Cinematic Universe, ma a parte questo l’episodio più che creare un’azione che era pure lecito aspettarsi, la annuncia.

Questo è un altro tema importante di questo primo ciclo di Loki, e finisce col diventare un paradosso: è una serie molto piena, ma il cui compito principale (e forse inaspettato) è mettere le basi per qualcosa che verrà.
Quella pienezza, infatti, riguarda soprattutto il world building, cioè la costruzione di un mondo della storia che è di fatto completamente nuovo rispetto al resto del MCU.
La prima stagione di Loki non procede tutta alla stessa velocità, qualche volta rallenta (come nel terzo episodio), qualche volta accelera (come nel quarto), qualche volta dà l’impressione di non avere avuto abbastanza tempo per costruire uno sviluppo che riuscisse a essere emozionante come avrebbe meritato. In questo senso, la vicenda delle Varianti di Loki nel Vuoto è emblematica: tante, tutte interessanti, tutte meritevoli di un approfondimento, tutte bruciate nel giro di un episodio.

Da questo punto di vista, WandaVision e TFATWS potrebbero essere considerate superiori, perché raccontano una storia precisa che parte in un punto, finisce in un punto diverso, e lascia una certa idea di compattezza. La prima stagione di Loki è invece palesemente sfrangiata, un po’ come la sua timeline, e non a caso è quella che termina col cliffhanger più grosso di tutti. È una serie che ha buttato una quantità abnorme di carne al fuoco, e non sempre è stata in grado di gestirla nel migliore dei modi, proprio dal punto di vista dei pesi compositivi e della capacità di presentarsi con tutti i pezzi e i ritmi al posto giusto nel momento giusto.

Se però mi chiedete quale serie ho effettivamente preferito, nel complesso, fra questa e The Falcon and The Winter Soldier, beh, non c’è nemmeno paragone: Loki inventa delle cose. Anzi, inventa praticamente tutto un universo che in ogni momento della prima stagione emerge con una ricchezza di idee e di mezzi degna di dodici stagioni di altre serie (a parte probabilmente la Doctor Who a cui molto si ispira). Non è una serie perfetta, non è priva di passaggi a vuoto o di dimenticanze, come per esempio nel rapporto fra Loki e Mobius, che attraversa fasi alterne mancando forse di un pezzettino di epica finale che poi diventa impossibile quando il personaggio di Owen Wilson non riconosce più il fratello di Thor (a proposito, che non riconosca più quel personaggio così importante è un altro indizio di cose davvero pazze che potrebbero succedere di qui a breve). Ma è anche una serie in cui, in ogni momento, non sapevamo cosa aspettarci dal momento successivo, e che ci ha permesso di sbattere la testa su questioni fantascientifiche e filosofiche di enorme respiro, come probabilmente mai accaduto prima nel MCU.
Poteva essere un pochino più “divertente”, sì. Un ciccinnino più appassionante nel senso più istintivo e meno intellettuale del termine. E Tom Hiddleston poteva diminuire drasticamente il numero di volte in cui alza di scatto la testa per frustare l’aria coi capelli lunghi, in quella mossa diventata così caratteristica e insieme così ripetitiva (che pooi magari sono solo invidioso…).
A parte questo però, abbiamo scoperto un sacco di cose e ora abbiamo davanti agli occhi un altro blocco gigantesco di cose che vogliamo scoprire. Non mi vengono in mente cose molto più importanti da chiedere a una serie tv.

EDIT: mi sono dimenticato di dire una cosa che aggiungo qui. In occasione del pilot avevamo parlato di come il personaggio di Loki, proprio in quanto personaggio, venisse analizzato nelle sue componenti narratologiche, come figura che deve sempre fare le stesse cose perché il suo compito è sempre lo stesso. Il tema dell’evoluzione di Loki in quanto personaggio non si è perso, ma in questo finale è passato un po’ in secondo piano rispetto alle mille rivelazioni che andavano fatte a proposito di Kang. Resta però un dettaglio importante: il “nostro” Loki, cioè quello che avuto la possibilità di parlare di Mobius e di riflettere sulla sua vita in un certo modo, è il Loki che poi prova a tenere insieme l’universo e che sembra disposto a rinunciare al suo tornaconto personale in nome di un Bene Superiore che nemmeno lui sa quale sia in quel momento (ma già il fatto che ci pensi è significativo). Sylvie invece è un Loki che quella riflessione non l’ha fatta, e che anzi non ha potuto fare altro che provare dolore e covare vendetta, e in mancanza di quel percorso non può che portare a termine la sua missione omicida nei confronti di Kang.
In questo senso, la riflessione sul personaggio arriva comunque a un compimento, anche se in modo meno esplicito e “accademico”, per dire così, rispetto all’inizio.




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