22 Dicembre 2021

The Witcher 2: il ritorno di Geralt di Rivia di Diego Castelli

Seconda stagione di mostri, maghe, e giovani pulzelle

ATTENZIONE! SPOILER SU TUTTA LA SECONDA STAGIONE

Era il 27 dicembre 2019 quando scrivevo della prima stagione di The Witcher, mentre mi apprestavo a festeggiare un nuovo anno che immaginavo sarebbe stato grossomodo simile a quello appena trascorso, magari addirittura lamentandomene.
Povero stolto ingrato.
Non solo è spuntata una pandemia mondiale che ha ribaltato completamente le nostre vite e il nostro PIL, ma come se non bastasse ha fatto sì che la seconda stagione di The Witcher, la serie di Netflix tratta dai romanzi fantasy di Andrzej Sapkowski, ci mettesse due anni ad arrivare sui nostri schermi.
Non staremo a ridirci per filo e per segno che cos’è The Witcher, né sprecheremo troppe righe per rispiegare perché, all’epoca, la prima stagione rappresentò un caso particolare in cui critica e pubblico si divisero in maniera abbastanza netta (malmostosa la prima, entusiasta il secondo), per motivi che c’entravano con il modo in cui la serie era stata concepita e realizzata, un modo che stemperava alcuni difetti produttivi abbastanza palesi con un amore dichiarato e affettuoso per il materiale originale, a partire da un protagonista che aveva voluto fortemente la parte e che aveva fatto di tutto per dare ai fan quello che volevano i fan.
Per tutto questo, c’è la vecchia recensione.

Due anni dopo, la situazione in termini di “atmosfera social” mi sembra un po’ cambiata: sarà che i critici sono paraculi e ci han messo ventisei secondi ad adeguarsi all’aria che tira, sarà che chi non ha apprezzato la prima stagione non si è messo a guardare la seconda, fatto sta che ora mi sembra esserci un accordo maggiore sulle qualità del nuovo ciclo di episodi, a partire soprattutto da un elemento molto specifico.
Se la prima stagione, ispirata alle prime due raccolte di racconti scritte da Sapkowski, raccontava eventi anche parecchio lontani fra loro, per costruire un mosaico narrativo molto abile a creare un’atmosfera, ma potenzialmente confuso in termini di mera comprensione della trama, la seconda stagione risponde in maniera molto diretta a una richiesta che io stesso, sul finire della prima recensione, mi ero permesso di fare (e scusate se mi autocito, cosa sempre poco elegante): “Ora che il sistema di personaggi è stato fondato e descritto nel dettaglio, una narrazione più dritta e coesa avrebbe molto più senso, anche perché il rapporto un po’ da mentore e un po’ da guardia del corpo fra Geralt e Ciri la facilita.”



È esattamente quello che è accaduto: la seconda stagione di The Witcher, abbandonato l’andamento ondivago a volte indecifrabile della prima, è tornata a un racconto molto più lineare e comprensibile.
La cosa curiosa è che, però, alla fine mi è sembrato uno dei principali difetti di questi nuovi otto episodi.
Però no, aspetta, non è propriamente così. Il problema non è la linearità, il problema è che la stagione è stata divisa abbastanza precisamente in due tronconi, e uno dei due mi è parso esageratamente più debole dell’altro.
Quindi sì, sto scrivendo una recensione che parte dalle cose che non funzionano, e non ci sono abituato, ma oggi va così.

La seconda stagione di The Witcher, come detto, è divisa in due storie parallele che solo verso la fine trovano un punto di connessione.
Da una parte, dopo che si erano finalmente ritrovati nel finale di due anni fa, Geralt e Ciri cominciano un percorso comune che è insieme di protezione e insegnamento. Geralt vuole proteggere Ciri dai molti pericoli affollati intorno alla giovane principessa, e nel farlo si rende conto di due cose: che il destino di Ciri è ancora più magico e importante di quanto non credesse inizialmente, e che il modo migliore per proteggere la ragazza è darle degli strumenti con cui difendersi da sola. Da qui l’arrivo a Kaer Morhen, la fortezza ormai decadente dei witcher dove facciamo la conoscenza di Vesemir, vecchio maestro di Geralt interpretato da Kim Bodnia (ve lo ricordate? Era Constantine in Killing Eve). In questo contesto acquista anche nuovo peso la figura di Triss Merigold, la maga amica del protagonista che viene invitata a Kaer Morhen per studiare Ciri e darle una guida anche magica e non solo guerriera, visto che la ragazza, talentuosa eppure pericolosa com’è, ha bisogno di tutto l’aiuto possibile.
Dall’altra parte, e contemporaneamente, seguiamo le vicende di Yennefer, la potente maga che Geralt credeva morta durante l’assedio di Cintra, e che invece è viva e vegeta e si destreggia nelle macchinazioni politiche e militari che coinvolgono per l’appunto Cintra, i regni del Nord e l’impero di Nilfgaard. Una storia che gira intorno alla figura di Fringilla, ex collega di Yennefer, e che tira dentro anche lo sparuto popolo elfico, qui rappresentato come una sorta di metafora di qualunque migrante vi venga in mente nel nostro mondo extraseriale, e che è guidato da un’elfa che ha un nome probabilmente molto esotico per polacchi e anglosassoni, e che invece a noi suona come una compagna di scuola: Francesca.

Ebbene, pur avendo io molto sperato in una maggiore linearità della narrazione, devo anche riconoscere che, al momento di metterla effettivamente in pratica, ha reso solo per metà.
Tutta la vicenda di Geralt e Ciri funziona, anche perché è la più semplice da mettere in scena: l’arrivo di Ciri a Kaer Morhen, la sua determinazione (ben interpretata dall’ottima Freya Allan) a caricarsi sulle spalle il peso della propria sopravvivenza, e infine il desiderio di diventare una witcher anche e soprattutto per cancellare i dolori del passato e dare un senso a una vita ormai preda del Caos (in senso metaforico, ma anche letterale, perché il “Caos” è il nome dato al potere che alimenta la magia), sono tutti elementi che permettono di approfondire i personaggi in modo credibile ed emozionante. Tutta la relazione fra Geralt e la sua giovane protetta è schiacciata da un groviglio di doveri, colpe, promesse, sentimenti trattenuti e tensioni varie, che rendono il loro reciproco affetto un sentimento difficile e laborioso, che va in qualche modo meritato da entrambi, e che nutre la narrazione di dinamiche complesse e realistiche, che in fin dei conti danno maggiore respiro a due figure che, nella prima stagione, erano apparse più monolitiche.

Sull’altro fronte invece, io ci ho visto grande noia. Ma non solo noia, anche confusione: le dinamiche politiche delle varie fazioni in campo sono spesso confuse e abbozzate, ma soprattutto sono un grande chissenefrega. Dirò una cosa banale e semplicistica, ma che credo serva a capirci: in una serie chiamata “The Witcher” e non “Game of Thrones”, quello che ci interessa sono le vicende del witcher, non le vicende politiche di Temeria, Niflgaard, Cintra ecc, e francamente nemmeno quelle degli elfi, che non so se è un problema di confronto con le creature eteree del Signore degli Anelli, ma qui non sembrano altro che straccioni con le orecchie a punta (scelta anche legittima nel mondo molto “realistico” immaginato da Sapkowski, ma che televisivamente rende poco).
Tutta questa linea narrativa serve più che altro a far tornare Yennefer da Geralt, magari con la possibilità di recuperare anche Jaskier / Ranuncolo, che altrimenti ci saremmo persi, ma a conti fatti non riesce a offrire molto più di questo in termini di puro intrattenimento.
Tanto più che il finale della stagione, in questo senso molto più interlocutorio rispetto a quello della prima, ri-unisce le storie di Geralt e Yennefer, ma lascia abbastanza in secondo piano le beghe politiche: nell’ultimo episodio stagionale, la questione da risolvere è prettamente “magica”, riguarda la possessione di Ciri da parte della Madre Immortale, obbliga i witcher di Kaer Morhen a scegliere una strada di amore piuttosto che di violenza, e permette alla giovane pupilla di Geralt (e al witcher stesso) di fare un passo in più nella sua crescita in quanto personaggio. Tutto bene, ma appunto meno epico dell’assedio di Cintra di due anni fa, e soprattutto molto slegato dalle vicende politiche che siamo comunque stati costretti a seguire per buona parte della stagione.
Anche il recupero di Jaskier, in fondo, è apparso un po’ forzato: l’anima comica della prima stagione, capace perfino di imporre un jingle musicale che non ci siamo mai più tolti dalla testa, è apparso depotenziato da una storia che l’ha visto fisicamente meno presente, ma anche più serioso che in passato, con poca possibilità di mettere in scena una verve comica che veniva più facile quando Geralt non era un “padre” preoccupato per la “figlia”, ma solo un mercenario anti-mostri.

Quindi insomma, una storia più lineare ma non tutta appassionante, e la perdita di qualche elemento di divertimento che nella prima stagione aveva permesso di compensare certi difetti puramente fantasy di una produzione non sempre ineccepibile sul piano tecnico.
Però con le critiche ho finito. Perché a parte questi momenti di down, comunque rilevanti, The Witcher è ancora The Witcher, ed è anche stata in grado di mettere una pezza ad alcuni punti deboli della prima stagione.
Innanzitutto la questione visiva: se il primo ciclo di episodi, nonostante un budget già importante, era inciampato troppe volte in scenari poveri ed effetti speciali mediocri (difetto non da poco per una serie che punta anche sulla presenza di creature mostruose), questa volta è andata decisamente meglio. Molto più d’impatto le riprese a volo d’uccello delle varie ambientazioni, molto più credibili (sebbene sempre votati a un certo sapore artigianale) gli interni, ma soprattutto molto meglio i mostri: che si tratti di grosse creature combattute da Geralt, o di piccoli dettagli come il trucco a metà fra prostetico e computer grafica del personaggio cinghialoso di Nivellen nel primo episodio, l’impressione generale è quella di una maggiore pulizia e credibilità.
Vale anche per lo stesso Henry Cavill, chiamato alla costruzione di un personaggio più sfaccettato che in passato, ma anche salito di livello per quanto riguarda le scene d’azione.

E non dovremmo nemmeno dimenticarci che The Witcher, soprattutto in relazione/contrasto con altri esempi famosi del fantasy recente (come i già citati Signore degli Anelli e Game of Thrones) è anche e forse soprattutto una serie tamarra. Che non è una parola scelta a caso, tanto per far scena. Fin dai primi racconti di Sapkowski, la saga di The Witcher opera un lavoro di rilettura del fantasy classico nel quale ci sono effettivamente tutti gli elementi del genere, riletti però in una luce più realistica e in qualche modo nostalgica: il Geralt raccontato nei romanzi, e anche nella serie, è un cacciatore di mostri che si muove in un mondo in cui di mostri ce n’è sempre di meno, e in cui le piccole beghe degli uomini sono molto più rilevanti di qualunque ricerca di magia e fantastico.
In fondo, la vera originalità dell’opera di Sapkowski è proprio questo contrasto fra un mondo che ha tutti gli elementi del fantasy classico, ma da cui in qualche modo si distacca grazie a uno sguardo più cinico, disincantato, perfino “scientifico”.
Nella serie di Netflix, questa caratteristica è presente fin da subito, e si traduce anche in accorgimenti piccoli ma importanti. Per esempio nell’uso delle parolacce, utilizzate in modo molto moderno e poco fantasy. Ma anche e soprattutto in un certo stile di messa in scena della violenza: c’è più Tarantino che Peter Jackson, in The Witcher, e ogni scusa è buona per portare sullo schermo combattimenti uomo-uomo o uomo-mostro in cui c’è sempre quel gusto per l’eccesso, per l’esagerazione, per l’osso frantumato e la mossa acrobatica.
Per dire, a un certo punto c’è Fringilla che evidentemente si sente troppo fighettina nei suoi abitini da sera, e quindi decide di darsi un tono più ruspante paralizzando un po’ di nemici con una pozione e ficcandogli coltelli negli occhi (ficcarre-coltelli-negli-occhi) mentre sono immobili ma perfettamente coscienti.
Insomma, tamarra. Lo era nella prima stagione, ci piaceva anche per questo, e lo è tuttora.

Visto che avevo chiuso la recensione precedente con una serie di desideri per quella successiva, si potrebbe fare la stessa cosa anche a questo giro, e si fa abbastanza in fretta.
Se The Witcher è riuscita ad alzare il suo livello in termini di messa in scena, di linearità della trama e di approfondimento dei personaggi, ora non le resta che “esplodere” sul serio. Per farlo serve una maggiore precisione nei pesi compositivi, con un riconoscimento più furbo di cosa interessa davvero, e la capacità di gestire in maniera più salda l’epica potenziale di certe situazioni, che in alcuni casi è apparsa troppo trattenuta.
Se sarà in grado di farlo, The Witcher diventerà, nel suo modo particolare, il fantasy di riferimento di questi anni, a meno che Prime Video con Il Signore degli Anelli non arrivi a fare la voce grossa (che però non ha fatto con The Wheel of Time, quindi io ci vado cauto che sennò poi le aspettative ci masticano e ci sputano in un angolo).
L’importante, comunque, è che resti tamarra.

PS
Non credo di averne parlato nell’altra recensione, ma dopo una seconda infornata di episodi mi sento di dirlo con più certezza: la cosa che mi piace meno di The Witcher è Anya Chalotra nei panni di Yennefer. Nei libri come nel videogioco, Yennefer è piena di problemi, segnata dalla sua sterilità (che è la stessa di Geralt, cosa che rende il loro amore ancora più tragico) e dotata di un suo specifico spessore drammatico. Perché è anche una femme fatale di rara bellezza e ancor più raro fascino, e una donna dalla personalità forte e agguerrita che sa menare e sa sedurre. Nella serie, Anya Chalotra interpreta una Yennefer molto più dimessa, sia esteticamente (non perché sia brutta, ma perché è cerbiattosa) sia caratterialmente, che finisce col diventare un personaggio molto più romantico. La cosa è così palese che non mi sembra un errore, quanto piuttosto una scelta, come tale legittima. Ma resta una scelta che non condivido, ed è forse l’unico elemento di The Witcher che quando lo vedo, mi fa dire “questa non è veramente The Witcher“.



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