22 Novembre 2022

The Crown 5 – Una corona per domarli tutti di Diego Castelli

Forse la quinta stagione di The Crown non è riuscita a battere la quarta, ma l’asticella è sempre altissima

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ATTENZIONE! SPOILER SU TUTTA LA QUINTA STAGIONE

Normalmente, terminare una stagione di The Crown significa uscire da una specie di bozzolo, o di macchina del tempo. Si torna alla vita reale dopo essere stati immersi in una storia romanzata ma vera, non solo nell’accezione di “aderente a fatti reali”, ma anche in termini di forza, di espressività, di concretezza. Si esce da un paesaggio virtuale così dettagliato da essere vero prima di tutto per noi, che per restare ancorati al nostro presente interrompiamo la riproduzione per spulciare avidamente wikipedia alla ricerca di dettagli storici che la serie non ha avuto il tempo di veicolare, ma che sono lì a ricordarci che sì, è come una finestra su un universo alternativo ma davvero simile al nostro, e da cui c’è tanto da imparare, se si tiene la mente aperta e desiderosa di apprendere.

E dopo questa premessa, certamente memori di aver letto (o addirittura scritto) commenti sui social che parlavano di una stagione noiosa e calante, starete dicendo: vai, dicci il tuo “però”.
Invece sorpresa, non c’è alcun però, e i messaggi critici che anche io ho letto sui social mi sembrano sì venire da un universo parallelo. Un posto dove la serie che ha per titolo The Crown racconta di una corona metallica regalata al re degli elfi negli anni del primo ritorno di Sauron dopo la caduta di Morgoth.
Ma quella serie nel nostro universo ha gli anelli nel titolo, non la corona, ed effettivamente fa un po’ pietà.

La nostra The Crown no.
Era, è, e probabilmente resterà una meraviglia.

Fuori da questo giochino che ha divertito solo me, potrei effettivamente ammettere che la quinta stagione ha rappresentato un “calo”, nel senso che è stata inferiore alla quarta che giudico ancora superiore.
Ma qui è la solita questione di come si interpretano i grafici: se una stagione è da 10 e quella dopo da 9,5, chiaramente la curva scende, ma sempre di 9,5 si tratta.

La quinta stagione di The Crown, per motivi strettamente storici, è stata costretta a perdere una delle figure più importanti della quarta (la Margaret Thatcher di Gillian Anderson) senza poterla sostituire con una figura di pari spessore. Non che Johnny Lee Miller (buon vecchio Sherlock Holmes di Elementary) non abbia fatto un buon lavoro nei panni del successore della Thatcher, John Mayor. È proprio Mayor che non è diventato un’icona paragonabile alla donna che l’aveva preceduto.

Allo stesso modo, l’inizio della relazione fra Carlo e Diana – che in questa stagione, al pari della regina ora impersonata da Imelda Staunton, trovano due nuovi interpreti in Domicic West (The Wire, The Affair) e Elizabeth Debicki (The Night Manager, più film vari) – aveva una forza tutta sua, uno scavare alle origini del mito e del disagio, con una potenza tale da rendere la quinta stagione un inevitabile “seguito” di qualcosa che c’era già, e che cominciava a entrare in una Storia (con la S maiuscola) che ricordiamo meglio di tutta quella raccontata finora dalla serie.

I maggiori problemi, tutti probabilmente inevitabili, finiscono però qui.
Per tutto il resto, The Crown è rimasta The Crown, e sono rimasto molto stranito nel leggere alcuni commenti negativi di questi giorni.

La struttura della stagione, nel complesso, è rimasta la stessa. Si racconta una vicenda orizzontale, per dirla serialmente, perché si racconta la progressione delle vite di un tot di personaggi che sono sempre quelli, con qualche aggiunta e qualche uscita.
Allo stesso tempo, ci si tiene sempre stretta la possibilità di improvvise e forti deviazioni, capaci di aprire una parentesi che racconti un pezzo a sé stante di storia, fondamentale però a rendere più chiaro il quadro di quella principale, cioè la storia della corona e, teoricamente, della Regina, anche se The Crown ha smesso di girare solo intorno a Elizabeth già dalla stagione 3.

L’esempio più lampante e riuscitissimo di questa capacità e volontà di prendersi i propri tempi di racconto è naturalmente il terzo episodio.
Partendo dall’importanza che la figura di Dodi Al-Fayed ha rivestito negli ultimi mesi di vita di Diana (nonché nella notte della sua morte), il creatore della serie Peter Morgan scava nel suo passato e ci racconta la storia… del padre, il Mohammed Al-Fayed che, partendo da piccolo imprenditore egiziano ossessionato dalla gloria inglese, divenne figura ricchissima e potente, con una vita piena di aneddoti eccezionali e un figlio che, per l’appunto, sarebbe diventato l’ultimo compagno di vita e poi di morte dell’amata principessa.
Già il solo fatto che Mohammed assunse come valletto personale quello che era stato il valletto dello zio della Regina, costruendo con lui un’inaspettata amicizia, è abbastanza per un ottimo film. Poi c’è anche tutto il resto.

Ma al netto della struttura, quello che Peter Morgan non ha mai perso e continua a non perdere è un eccezionale senso della misura.
Ancora una volta, la materia storica che l’autore si trova a maneggiare è un intrico di politica, rapporti familiari, amori, tradimenti, aspirazioni segrete, piccoli e grandi egoismi, delusioni, tutto già passato sotto la lente del giornalismo, già masticato e digerito, già sedimentato nelle coscienze in modi probabilmente diversi per ogni singola coscienza.

“Come fai sbagli”, si potrebbe dire, nel senso che Morgan, più che nelle stagioni passate, doveva destreggiarsi dentro un racconto che pian piano si stava avvicinando a una sensibilità sempre più viva, a ricordi veri e concreti di persone ancora esistenti.
Le vicissitudini di Diana e Carlo, fino alla loro separazione e divorzio, non sono equiparabili ai tormenti della giovane Elizabeth, che possono apparirci lontani quanto il Medioevo. Diana e Carlo sono l’altro ieri, sono l’infanzia di alcuni di noi e l’adolescenza di molti altri, e come tali sono molto più soggetti al giudizio feroce di chi non ammette di vedere toccato il proprio personale ricordo, la propria soggettiva ricostruzione dei fatti.

A giudicare dai commenti di cui sopra, evidentemente qualche nervo scoperto è stato toccato, ma a mio giudizio il lavoro, in termini di serialità televisiva e di cinematografia, è sontuoso.

Morgan parte da un solco già tracciato, da psicologie che già esistono e che lui ci ha già raccontato.
La rigidità istituzionale della Regina. La lealtà ma anche l’esuberanza di Filippo. La frustrazione di Carlo, così desideroso di lasciare un segno della storia ma costantemente bloccato dalla semplice esistenza della madre. La tristezza e la depressione di Diana, incapace di reggere la pressione di un matrimonio fallito in partenza e di conformarsi a un “sistema” (è una delle parole chiave della stagione) che sembra uscire da un lontano passato e mal si adatta alle esigenze del presente.

In aggiunta, stavolta, abbiamo anche i tormenti del giovane William, erede al trono costretto ad assistere alla turbolenta separazione dei genitori.

In tutto questo, il senso della misura di Morgan è impeccabile. Magari si potrebbe definire paraculismo, cerchiobottismo, incapacità o scarsa volontà di prendere una posizione (critica che viene più facile muovere a chi una posizione ce l’ha).

In realtà, la priorità per l’autore è quella di non ridurre i personaggi ai loro tratti principali. Non indulgere nella tentazione di servire agli spettatori esattamente quello che si aspettano, cioè un teatro di macchiette.
Così abbiamo una Regina che cerca effettivamente di tenere fede ai propri valori e alla propria forza morale, ma che sa scendere a compromessi quando deve e sa spendere lacrime quando non è più possibile trattenerle.
Abbiamo Filippo che conserva la sua lealtà matrimoniale, e si incazza con chi la disonora, ma allo stesso tempo sgomita e spinge per ottenere spazi personali (l’amicizia con Penny) e diventare così più moderno di quanto lui non volesse, o comunque più di quanto credesse di potersi concedere.
Abbiamo Carlo che per tutta la stagione persevera nel suo tentativo ossessivo di contare qualcosa e di conservare l’amore per Camilla (storia d’amore stra-or-di-na-ria che non riceverà mai l’attenzione che merita perché i suoi veri protagonisti sono antipatici e bruttarelli), ma che sa operare forme di introspezione e comprensione di se stesso, sa insomma essere un uomo intelligente ed empatico, che trova in quell’empatia un ostacolo ai suoi scopi, quasi che per ottenere il suo massimo obiettivo segreto, cioè sconfiggere la madre, debba mostrare di essere come lei.

E naturalmente abbiamo Diana, figura gigantesca che nei primissimi episodi può effettivamente sembrare un po’ macchietta, ma che quando riesce a prendersi più spazio a schermo mostra tutte le sue sfumature.
La Diana di The Crown non è l’angelica vittima tutto cuore che sembra essere l’unica cosa rimasta nel ricordo della gente, ma conserva comunque alcuni tratti che giustificano l’esistenza di quel ricordo. Accanto ad essi, però, c’è la depressione, la paranoia, la paura, la rabbia, la frustrazione. Ma c’è perfino una certa superficialità, la capacità di essere un po’ oca (come quando si invaghisce del chirurgo affianco alla donna che rischia di perdere il marito, e che giustamente si incazza per l’indelicatezza della principessa).
È la costruzione di un personaggio affascinante, dal peso specifico pazzesco, ma anche fragile, indeciso, ondivago, non necessariamente simpatico, come effettivamente deve essere stata una donna che non ha avuto la possibilità di elaborare un percorso di crescita personale, costretta com’era a gestire (di volta in volta accentadolo o rifiutandolo) il percorso pensato per lei da altri.

È insomma una stagione dove succedono meno cose “grosse” e dove vengono inseriti meno personaggi nuovi e “memorabili”, ma in cui lo scavo psicologico, l’attenzione per i dettagli, la voglia di sviscerare ogni angolo di persone complesse e pienamente umane, a dispetto della loro figura semi-divina, sono al livello della miglior The Crown.

Resta un po’ paradossale, ma forse non del tutto, la scelta di togliere dalla quinta stagione quello che poteva essere l’evento più importante di tutti, che già sappiamo non verrà trattato con crudo realismo (se cercate il crudo realismo in questa stagione, basta e avanza lo sterminio della famiglia Romanoff, ho ancora i brividi), ma che poteva essere una sorta di gigantesco cliffhanger emotivo.

Parlo ovviamente della morte di Diana, a cui la quinta stagione, banalmente, non arriva.
Immaginando che la sesta e ultima stagione racconterà fino alla morte della Regina, ci sono 25 anni di roba da raccontare, abbastanza pieni di avvenimenti importanti, compresi alcuni che inizialmente Morgan non pensava di dover inserire (come la morte della stessa regina).
Allo stesso tempo, privare la quinta della morte di Diana lascia un frutto succosissimo da cogliere proprio a inizio della sesta, con la possibilità di esplorare subito, senza aspettare, le conseguenze di un lutto dall’eco violentissima.

Come ogni volta, vale la pena di chiudere con qualche accenno al cast.
Parlando dei pochi difetti della stagione, mi viene da citare Dominic West nei panni di Carlo. E non è certo una critica nei confronti dell’attore in sé, che anzi è un interprete straordinario capace di dare profondità eccezionale al personaggio. Semmai, il problema è banalmente quello della verosimiglianza, perché Carlo avrebbe dato un braccio per essere figo come Dominic West, che invece è un attore molto riconoscibile, e molto orgoglioso di un certo suo modo di parlare, di muoversi, di vivere le emozioni della sceneggiatura, a cui non ha granché rinunciato per sembrare un po’ più Carlo e meno Dominic.

Qualche critica è arrivata anche a Imelda Staunton, che sarebbe una scelta “troppo famosa” per via dei suoi trascorsi in Harry Potter. Come se Olivia Colman fosse stata una presa dalla strada. Per ma la Staunton ha fatto il suo egregio lavoro, pur sapendo che la Regina adulta non ha, quasi per scelta, la varietà espressiva ed emotiva di quella giovane.

Di Diana abbiamo in parte già detto, e ribadisco che Elizabeth Debicki, dopo un inizio dubbioso, mi ha conquistato sulla lunga distanza, un po’ per l’effettiva somiglianza con la Diana reale, e un po’ per la capacità di veicolare con pochi tratti tutta l’indecidibilità e le contraddizioni che hanno reso la principessa un’icona immortale.

In ultimo, ci sarebbe da ripercorrere tutta la stagione per recuperare i tanti piccoli colpi di classe che Netflix ci impedisce di assaporare appieno nel suo odioso, inutile, volgare binge watching: la ricomparsa di Claire Foy nei flash back del primo episodio; i mille dialoghi calibratissimi fra Carlo e Diana, o fra i reali consorti; i rimpianti di Margaret, anche lei schiacciata orribilmente dai doveri della realtà (intesa come condizione metafisica e come sangue blu), e ancora disperatamente legata a un amore ormai passato; la ricostruzione delle famosissime interviste; la capacità di Morgan di fare sempre un passo indietro quando c’è il rischio di diventare pacchiani, senza per questo rinunciare a raccontare tutto ciò che serve.

Sono ormai sei anni che mi spendo in elogi per questa serie, e per fortuna ancora non sento di dover smettere.
Entrare ancora più nel dettaglio di alcune critiche che ho letto mi interessa poco, lo trovo un esercizio stucchevole. Quello che mi interessa è che, ancora una volta, quando ho finito The Crown ho guardato le altre serie pensando “quindi ora siamo solo noi fino al ritorno di The Crown, vabbè”.

Chissà se l’ultima stagione rimarrà a questo livello, o se invece ci costringerà a mettere anche The Crown nella lista delle serie incapaci di chiudere come si deve una storia pluriennale.
L’impressione, però, è che l’abilità di Morgan, unita a quella rassicurante traccia che è la realtà, dove la Regina è appena morta offrendo suo malgrado la perfetta chiusura della serie, sia un’assicurazione più che sufficiente a farci dormire sonni tranquilli ancora per un po’.



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