24 Novembre 2023

Fargo 5 primi due episodi – Che bello tornare a casa di Diego Castelli

Tre anni ci sono voluti, ma l’inizio è di quelli adorabili

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QUALCHE PICCOLO SPOILER SUI PRIMI DUE EPISODI DI FARGO 5

Io non so se c’entra semplicemente la qualità della serie, pur coi suoi alti e bassi, o se invece dipenda dal fatto che le stagioni sono molto distanti una dall’altra, con il tempo quindi di farci tornare la voglia senza mai sentirci troppo pressati.
Fatto sta che quando arriva una nuova stagione di Fargo, automaticamente ti senti in pace col mondo seriale e ti appresti a fagocitare quella decina di episodi con la consapevolezza che, per male che vada, guarderai una serie sopra media. Se ti va bene, un mezzo capolavoro.

Quando poi arrivi alla stagione 5, e i primi due episodi ti danno la netta impressione di essere tornati in modo preciso, pulito, chirurgico, al vero cuore di questa meravigliosa commedia nera pensata dai fratelli Coen e ripresa/omaggiata da Noah Hawley, beh, non puoi fare altro che esultare.

Come sappiamo, Fargo (che trovate in contemporanea con l’America su Sky e NOW) è una serie antologica in cui ogni stagione racconta una storia diversa, con interpreti diversi, perfino in epoche storiche differenti. Con però alcuni elementi comuni, visibili soprattutto nell’ambientazione geografica, che sta sempre nei dintorni della cittadina Fargo (nello specifico, Fargo è in North Dakota, ma il film e la serie operano quasi sempre in Minnesota).

In questa quinta stagione, arrivata tre anni dopo la quarta e ambientata nel 2019, seguiamo la storia di Dot, madre e moglie come tante, che per un piccolo disguido durante un’assembla di istituto al liceo finisce brevemente in carcere.
Da quel singolo momento parte una catena di eventi che ribaltano la vita di Dot o, per meglio dire, fanno emergere un passato doloroso che la donna ha cercato di nascondere, e che ruota intorno alla figura di Roy, uno sceriffo viscido e maschilista, ma molto potente e ammanicato, che è disposto a tutto pur di mettere le mani su Dot.

A rimanere più sconcertati da questa vicenda sono Wayne, il mite marito di Dot, e la madre di lui, Lorraine, donna danarosa, cinica e di modi spicci, che non ha mai visto di buon occhio la nuora, e che ora rischia di vedere confermate molte delle sue paure.

Diciamo che, nell’annunciare il cast della quinta stagione, FX ha avuto vita facile nel farci venire l’acquolina in bocca, a prescindere da qualunque considerazione sulla trama, la messa in scena e via dicendo: Dot è interpretata da Juno Temple (che ha definitivamente preso casa nel nostro cuore con la sua Keeley di Ted Lasso); Wayne ha il volto roccioso di Jon Hamm (Mad Men, The Morning Show); e poi tutto un sottobosco di facce che ben conosciamo e di cui ci fidiamo, da Jennifer Jason Leigh (interpreta Lorraine) a Lamorne Morris (il Winston di New Girl), passando per Joe Keery (Steve di Stranger Things, che qui interpreta il figlio di Roy, decisamente meno adorabile rispetto al fantasy-horror di Netflix).

Insomma, eravamo ben disposti, inutile negarlo.
Ma per il nostro entusiasmo, comunque, un buon cast non sarebbe bastato. E anzi, a dirla proprio tutta, avevamo anche il desiderio di un’accelerata, dopo che la terza e quarta stagione, pur piene di tante cose belle, ci erano sembrate leggermente inferiori alle prime due.
Ebbene, a trionfare, almeno in questi due primi episodi, è una scrittura che per certi versi sembra tornare alle origini di Fargo, battendo sugli stessi tasti che già resero globalmente celebre il film dei Coen nel 1996.

In queste due puntate ci sono tutti gli elementi che servono, o servirebbero, per imbastire una vera tragedia.
C’è una donna abusata che fugge e cerca di ricostruirsi una vita, solo per poi ripiombare nell’incubo. C’è un maschilismo tossico e violento che non esita a versare sangue per mantenere i propri privilegi. Ci sono dinamiche familiari sbagliate che si mettono costantemente di traverso sulla strada della serenità die protagonisti.

A intervenire, però, c’è una specie di filtro grottesco che cambia costantemente la nostra percezione sulle vicende raccontate. Tutte le potenziali (o effettive) tragedie della storia vengono inesorabilmente trasformate in pezzi di ridicolo, attraverso l’uso di molti trucchi con i quali il dramma viene costantamente stemperato, depotenziato, ribaltato, per farci alzare i sopraccigli e tossire risate amare.

A conti fatti, il segreto di Fargo è sempre stato quello di ridere delle nostre miserie. Sostituendo o decostruendo consapevolmente tutte le tecniche cinematografiche con cui solitamente si monta il pathos, l’epica, e più in generale si etichetta una storia come importante e degna di attenzione pensosa, Fargo ci racconta che, nel grande schema delle cose, le nostre piccole vite non sono niente, sono scherzi del destino, e i nostri affanni sono poco più che sbuffi su silenziose lande innevate, che spesso sono lo scenario in cui si sviluppano le vicende della serie.

La ridicolizzazione riguarda tutto, dalle vite dei personaggi alla stessa capacità (se non addirittura missione) del cinema di raccontare e interpretare la realtà in modo “corretto”, didatticamente rilevante. Da sempre, Fargo inizia con quel “tratto da una storia vera” che è una menzogna spudorata, ma che serve proprio a disinnescare la pomposità di uno strumento di comunicazione che altrimenti rischia di credersela troppo.
Esattamente come rischiano di credersela troppo tutti i vari protagonisti che Fargo ha messo in scena in questi anni, e che inevitabilmente finiscono con l’essere invischiati in trame ai limiti dell’assurdo che spengono ogni velleità di Grande Racconto Edificante.

Nel caso specifico di questi due episodi, ci sono parecchi momenti in cui questa intenzione è evidente. Per esempio, la figura esplicitamente patriarcale di Roy è già ridicola di suo, con tutti quei discorsi sull’ordine naturale delle cose, ma il suo contraltare diretto è il nuovo marito di Dot, Wayne, che è a sua volta una maschio completamente difettoso, certamente più buono e pacifico e per questo preferibile, ma allo stesso tempo inutile nel momento del bisogno.

Qualunque momento di violenza è prontamente slittato sui toni del grottesco, con alcune scene che, in maniera indubbiamente consapevole, mandano vibrazioni da Mamma ho perso l’aereo, anche quando sono effettivamente ottime scene thriller-action, come nel primo episodio.
Sono modi per dare forza al personaggio di Dot, resiliente e combattiva, ma sono anche una specie di tormentone sul fatto che, in Fargo, nemmeno i sicari più esperti sono immuni dalle figuracce più goffe.

I rapporti con la polizia non hanno nulla di realistico, e condannano le forze dell’ordine di Fargo (che non sono composte da idioti, sia ben chiaro, come idiota non era la protagonista del film e quella della prima stagione) a girare in tondo fra indizi e dichiarazioni contrastanti, provando a mettere ordine nelle vite di personaggi che paiono fare il possibile per allontanare tutto e tutti dalla verità, e continuare la loro danza di follia.

Insomma, è Fargo, pienamente Fargo. Un luogo a cui viene appiccicata l’etichetta di realtà, che teoricamente di reale non ha nulla, ma che nella sua assurdità fa tutto il giro per mostrarci almeno una realtà, e cioè l’insignificanza ridicola dell’umanità nel grande calderone del Caos.

In questo Fargo ha da sempre un potere catartico, una capacità di spingerci per qualche minuto su un piano superiore dell’esistenza, da dove guardare gli esseri umani, noi stessi compresi, come pedine di una qualche bizzarro gioco divino in cui, probabilmente, divertirsi e appassionarsi alle vicende di questi cricetini è molto meglio che incazzarsi per le loro sfighe.
Il tutto, e temo di averlo colpevolmente dato per scontato, con una sceneggiatura e una messa in scena in cui non c’è un momento morto, in cui tutto significa, in cui c’è sempre qualche spunto per incuriorirsi, stupirsi, scuotere la testa con un sorriso basito.

Vedremo se il resto della manterrà saldo il livello di queste premesse.
Ci risentiamo.

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