1 Aprile 2015 9 commenti

American Crime – Un crime diverso, che spacca di Marco Villa

American Crime scava a fondo nella società americana, prendendo un omicidio come spunto

Copertina, Pilot

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Una serie antologica a tema, dedicata al mondo del crimine e concentrata su una storia differente a stagione. Se ci aggiungete che nel titolo c’è l’aggettivo American, l’impressione che si tratti di uno scimmiottamento di American Horror Story diventa piuttosto forte. Poi però scopri che il creatore della serie è John Ridley, aka lo sceneggiatore di 12 anni schiavo. E scopri che nel cast c’è quella santa donna di Felicity Huffman, nonché Timothy Hutton, che non ti ricordi assolutamente che faccia abbia, ma che come nome ti suona parecchio bene. E allora il pregiudizio negativo diventa positivo ancora prima di schiacciare play: ed è giusto che sia così, perché American Crime è una serie tv che merita tutti gli elogi di questo mondo.

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In onda dal 5 marzo su ABC, American Crime racconta – ma dai – la storia di un crimine, ovvero la rapina nella casa di un ex soldato e di sua moglie, rapina finita con l’uccisione di lui e con lei violentata e mandata in coma. Fin dalla prima puntata, appare piuttosto chiaro che il crimine in sé non sarà al centro della narrazione, almeno non in senso classico. Non aspettatevi il racconto delle indagini, dei poliziotti che piano piano si avvicinano alla verità e che conducono le proprie investigazioni fino in fondo. No: i poliziotti fanno il loro lavoro, ma sono quasi sullo sfondo. American Crime racconta infatti il modo in cui tutti i personaggi toccati dal crimine reagiscono al crimine stesso.

In prima fila ovviamente i genitori delle due vittime: padre e madre di lui (Hutton e Huffman, appunto) sono separati da anni, con lui che ha avuto problemi grossi in passato e lei che è una stronza di dimensioni gigantesche, ma che in fondo fa parecchia pena; padre e madre di lei sono invece una coppia super-credente e bigotta, in perenne contrasto con i suoceri.

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Un passo dietro di loro ci sono quelli che sono coinvolti in modo attivo nel crimine, ovvero il tizio che viene accusato di aver materialmente compiuto l’omicidio, la sua fidanzata tossica e soprattutto una famiglia messicana che vede il figlio minore coinvolto di striscio. Il giovane Tony, questo il suo nome, pecca di grandissima ingenuità, ma le sue azioni rischiano di mandare all’aria tutta la famiglia, tenuta insieme a fatica dal padre, un grandissimo Benito Martinez, finalmente alle prese con un ruolo diverso dal duro senza se e senza ma (versione poliziotto in The Shield, versione narcos in Sons of Anarchy).

I drammi personali, già non da poco, sono resi ancora più pesanti dalla tematica razziale che attraversa con insistenza la storia: le vittime sono bianche, probabilmente uccise da un nero, in combutta con un clandestino messicano e aiutati (inconsapevolmente) da un ragazzino americano di origini messicane. Questo sembra il vero cuore di American Crime: non l’indagine e il crime in senso stretto (nonostante il nome), ma il tessuto sociale del paese, guardato nello specchietto da laboratorio di una cittadina della California. E questa è una figata, sia chiaro: di crime belli e tensivi se ne trovano molti, di serie in grado di prendere il meccanismo dell’indagine e di piegarlo per fare qualcosa di altro e di più ambizioso, beh no, non ce n’è molte. Insomma, giusto per chiudere il giochino iniziale, se American Horror Story punta tutto sulla seconda parte del proprio titolo, American Crime è nettamente incentrata sull’aggettivo American.

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Oltre all’impostazione generale della serie, altri aspetti da elogiare sono scrittura e messa in scena: la prima non è mai didascalica, la seconda cerca continuamente di fuggire dagli automatismi del genere. Esempio perfetto, nella prima puntata, l’arresto del tizio della gang: passiamo da una scena di interrogatorio in cui si fa il suo nome a una scena ambientata in un negozio in cui, senza spiegazioni, né alcun tipo di costruzione, il tizio viene arrestato. Liscissimo e allo stesso tempo lontano dalle serie a cui siamo abituati. Un po’ come tutta American Crime, una serie diversa, che merita molto.

Perché seguirla: per tono e taglio davvero unici, per l’ottimo cast e per scrittura e regia mai banali

Perché mollarla: perché non è un crime e voi volete indagini e processo

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