9 Ottobre 2012 23 commenti

Hunted – Il clone inglese di Alias di Marco Villa

Parte alla grande, poi cala. E ha una protagonista insopportabile.

Dopo quanto tempo dalla morte di una serie diventa etico o quantomeno interessante clonarla? In Inghilterra, per la precisione BBC One, hanno deciso che sei anni sono più che sufficienti e se ne sono usciti con Hunted, che altro non è che la versione non riveduta e non corretta di Alias.

E va bene così. Sei anni, in effetti, sono tanti, un secolo per il mondo televisivo. Hunted parla ovviamente di una spia di sesso femminile, alquanto brava e pronta a tutto. Parla anche di un’agenzia spionistica non governativa che agisce in nome di non ben precisati clienti e ideali (la cosa più bella, per fare capire che sono buoni: uno dei cattivi è “specializzato nell’inquinamento di falde acquifere”. Che tenerezza). All’interno di detta agenzia la protagonista ha una storia complicata del tipo è finita-no-non-finita-ma-davvero-posso-fidarmi-di-te e una sorta di mentore/grande protettore nero e molto rassicurante. E il capo è un tipetto viscido e sfuggente. Oh, l’ho detto: è il clone inglese di Alias.

L’aggettivo inglese, ovviamente, non implica solo la nazione in cui la serie è nata e va in onda, ma anche tutta una quantità di caratteristiche di stile e tono. Come sempre, regia e cura delle immagini sono sopra la media statunitense, ma anche l’approccio è piuttosto radicale: nei primi venticinque minuti ci saranno sì e no 40 secondi di dialogo e nessun tentativo di spiegare alcunché. Punto a favore, ovvio. Peccato che questo vantaggio si perda un po’ quando i dialoghi iniziano a piovere e, soprattutto, quando si inizia a scavare nella vita della protagonista e nel suo passato.

Protagonista interpretata da Melissa George, ovvero miss Faccia da Culo 2012. Intendiamoci: tanto bellina eh, ma veramente odiosa, una sorta Angelina Jolie wannabe (la definizione non è mia, quindi posso dire che è perfetta) con le labbrette perennemente aggrottate. L’effetto, però, non è torbida sensualità, ma culo di gallina. Capita. E in Hunted capita sempre. Non parte bene, quindi il personaggio principale. Aggiungeteci un dramma infantile grande come una casa, scene in cui lei soffre in silenzio rannicchiata in un angolo e capirete in fretta come la reazione più immediata sia quella di volerla scuotere fortissimo, urlandole brutte frasi mascherate con intenti motivazionali. Ok, non siamo ai livelli della insopportabilissima protagonista di The Mob Doctor, però, cristo santo, il casting sta diventando un serio problema (peggior casting dell’anno Revolution eh, non dimentichiamolo)

Trattasi di uno dei pochi passi falsi del pilot, unito a uno scarso equilibrio di tensione interna: molto interessante e avvincente la parte iniziale, al punto da far sentire con enorme forza il calo di tensione nei minuti successivi. Detta facile: prima metà parecchio figa (quella senza dialoghi di cui parlavo prima), poi una vaga rottura di palle. Ma vaga, perché gli elementi per una serie interessante ci sono tutti. C’è persino il mega cliffhanger a fine puntata e un cattivone che promette cattiverie assortite. Come dite? Alias. Eh lo so, l’ho detto subito. Ma ho anche detto che secondo me ci sta. E lo ripeto pure. Così, per bullarmi.

Perché seguirla: perché siete orfani di Sydney Bristol e degli amichetti suoi

Perché mollarla: perché ogni volta che vedete la boccuccia corrucciata di Melissa George vi viene voglia di aprirla con un divaricatore da dentista

 



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