1 Settembre 2010 1 commenti

Fringe di Marco Villa

Dal multiverso alla Bolivia

Attenzione
Si parla di quello che succede nelle prime due stagioni

È una questione di qualità.
C’è chi sotto il peso di “erede di Lostfinisce per implodere e chi invece è in grado di scrollarsi di dosso l’etichetta per guadagnarsi meriti propri.
Si parla di Fringe, la creatura di J.J. Abrams e soci che tornerà su Fox il 23 settembre per la terza stagione.
Nata tra tante speranze, quasi naufragata nello scetticismo, si è rialzata con un finale di prima stagione spettacolare e una seconda annata di altissimo livello. Calato il numero dei riempitivi, più spazio alla narrazione orizzontale e ai personaggi.



Da tanti additata come clone di X-Files, in realtà Fringe se ne distacca in maniera netta.
Certo, c’è il paranormale e la scienza che scavalca la razionalità, ma a differenziare i due titoli c’è un elemento pesante come un macigno: l’ironia.
X-Files si prendeva tremendamente sul serio, giusto qualche battutina o passaggio autoriferiti qua e là, ma davvero poca roba. La forza di Fringe sta invece nel cambiare costantemente tono: è capace di discorsi articolati e quasi filosofici sul multiverso o il controllo della mente, ma ha anche il coraggio di smorzarli un istante dopo con un muggito della mucca di laboratorio.
Da questo punto di vista, la prova schiacciante è senz’altro rappresentata da Brown Betty, puntata della seconda stagione incentrata su un racconto di Walter, in cui i protagonisti vengono spostati in un tempo indefinito in cui si respirano atmosfere anni ’40, ma si usano cellulari e computer. Con tanto di scena musical con balletto dei cadaveri. Ecco, questo X-Files non ha mai saputo farlo ed è forse uno dei limiti più grandi della serie di Chris Carter: continuando a mettere carne al fuoco sullo stesso argomento, senza stemperarlo, si finisce per arrivare all’esasperazione e al parossismo.

Figura cruciale che permette tutto questo è ovviamente il personaggio di Walter Bishop, interpretato splendidamente da John Noble.
Giusto per fare due righe un po’ più toste e aggrovigliate del solito, si può dire che la forza di Walter Bishop è data dal rivestire contemporaneamente due ruoli.
Il primo, nel passato e nei flashback, quello di villain, di cattivo, capace di condurre esperimenti sui bambini o di rapire il Peter dell’altra dimensione per farlo figlio proprio.
Il secondo, nel tempo presente del racconto, quello di fool, di buffone, in grado di cogliere con genialità gli elementi decisivi per la risoluzione dei problemi, ma anche di comportarsi come un bambino capriccioso con le persone che lo circondano.
Tutto questo viene poi ulteriormente potenziato dalla presenza – importante e imponente – del Walter Bishop dell’altra dimensione (quello che viene chiamato Walternate, così come la seconda Olivia viene chiamata dagli attori Bolivia, ovvero Olivia B. Di nuovo, l’ironia).
Grazie a questo sdoppiamento, John Noble conquista un ulteriore ruolo, quello del buono, dell’eroe. Visto con gli occhi dello spettatore affezionato ai personaggi, Walternate è il cattivo che cerca in ogni modo di portare alla rovina il Walter di questa parte e il suo mondo. Ma di fatto, Walternate è solo un padre che cerca di ritrovare il figlio e in questo contesto i ruoli di eroe e di villain si invertono nuovamente. Per essere più chiaro, vi linko un’immagine.

Insomma, prima stagione incoraggiante ma con dei limiti, seconda stagione di grande e decisa conferma. La terza deve essere quella della consacrazione, perché Fringe può davvero diventare la serie più importante di questi anni.
Boom. L’ho detta.

Solo 1 commento a Fringe

  1. Dottor D. ha detto:

    Sono arrivato solo a metà della seconda serie, ma finora mi sembra che il limite di “Fringe” stia nei casi di puntata, quasi sempre di una banalità desolante: tutta roba già vista almeno cinquanta volte in altri film, telefilm e fumetti. Non a caso, gli unici episodi davvero interessanti sono quelli che aggiungono tasselli alla linea lunga (per intenderci, quella sulla guerra interdimensionale). Meno male che c’è il dottor Bishop: presenza adorabile, a tratti poetica, capace di tenere avvinto lo spettatore nonostante tutto (misterioso, invece, il senso del personaggio di Peter).



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