28 Febbraio 2011 1 commenti

In difesa del dottor House di Diego Castelli

L’ennesimo motivo per continuare ad amare il nostro medico preferito


ATTENZIONE SPOILER! SI PARLA DELL’EPISODIO 13 DELLA STAGIONE 7, E OVVIAMENTE ANCHE DI QUELLI PRECEDENTI…
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L’ultima volta che ho parlato specificamente di House era il 23 settembre, e commentavo il primo episodio della settima stagione. Un inizio particolarmente “drama”, con House e la Cuddy impegnati in una relazione tanto intensa quanto potenzialmente precaria.
A distanza di qualche mese è necessario tornare dal nostro diagnosta preferito, non tanto per il fare il punto della situazione, quanto per difenderlo ancora una volta da chi lo accusa di non essere più il vero House, di aver perso lo smalto delle origini e via dicendo.
Sono molti, infatti, gli spettatori che nel corso degli anni hanno protestato, quando non addirittura lasciato la serie, di fronte a certe deviazioni che ritenevano lesive del potentissimo format originale: dal cambio di cast con la selezione simil-reality al superamento della dipendenza dagli antidolorifici, arrivando appunto ai passaggi un po’ sdolcinati del neo-rapporto con la capa.

Ebbene, io sono sempre stato un acceso difensore di House, e ho sempre visto quelle deviazioni come passaggi assolutamente necessari per dare al personaggio – e allo show nel suo complesso – un alto spessore narrativo e psicologico, e una molteplicità di sfaccettature necessaria a evitare l’appiattimento su meccanismi sempre uguali a loro stessi.
Quando poi è arrivata la tredicesima puntata della settima stagione, si è reso necessario l’invio di un messaggio semplice e chiaro: se avete mollato House, siete matti!

L’episodio dal titolo Two Stories è un mezzo capolavoro. E non per una particolare rilevanza nella storia orizzontale, quanto per il suo valore intrinseco di alto esercizio di scrittura.
Il racconto si snoda su più piani diversi, variamente intrecciati tra loro. Prima due ragazzini sorpresi a (quasi) baciarsi nel retro della loro scuola, che una volta spediti nell’ufficio della preside trovano in sala d’aspetto il nostro dottor House, in apparente attesa di un qualche castigo. Poi lo stesso House impegnato in uno dei quei “giorni della carriera” tipicamente americani, dove i padri vanno nelle classi dei figli a raccontare il loro lavoro (si capirà solo successivamente come ci è finito). Infine il caso di puntata, la misteriosa malattia di un universitario asiatico che assorbe le fatiche di Foreman e degli altri.
A unire questi piani c’è una struttura abilmente disordinata del tempo, che fa scorrere parallelamente eventi in realtà successivi. Questo contesto straniante – per l’uso intensivo di strumenti classici come l’inizio in medias res e la contemporaneità discorsiva di più piani narrativi diversi – diventa la base per una serie di dialoghi d’antologia: in classe con i bambini House parla del caso medico, mentre con i due ragazzini in amore discute del suo rapporto con la Cuddy. In entrambi i casi, Greg si trova di fronte personaggi dall’aspetto minuto ma dall’intelligenza fina, capaci di tenergli testa nel ragionamento in un impeccabile crescendo intellettuale.
Ma soprattutto, parlando alla classe di scolari House aggiunge altro materiale a un episodio già di suo abbastanza intricato, romanzando allegramente il suo resoconto diagnostico e infarcendolo di espliciti riferimenti cinematografici, puntualmente svelati da un improbabile ragazzino cinefilo.
Da questo punto di vista, spettacolare è la scena dell’irruzione di House e Foreman nell’appartamento del malato, un covo di nerd che Greg vuole usare non solo per reperire informazioni sul suo paziente, ma anche per farsi aiutare a crackare il computer della Cuddy. La scena è una citazione evidente di Pulp Fiction, ma è difficile accorgersene finché House non spara a bruciapelo a uno degli inquilini: l’evento, del tutto spiazzante, è l’inizio perfetto per una puntata che mescola sapientemente sperimentazione, volontà di stupire e amore per il mezzo audiovisivo. Dopotutto, non a caso si fa riferimento a un film che nel lontano 1994 sorprese il mondo per la sua capacità di giocare con le tradizionali leggi della narrazione cinematografica, rimanendo comunque un intrattenimento godibile.

La dialettica tra realtà e menzogna, uno dei temi più gettonati di tutto lo show, finisce dunque per influenzare non solo i dialoghi tra House e pazienti, ma anche la struttura stessa dell’episodio, trasformato in labirinto pieno di svolte impreviste, accostamenti arditi, immagini irreali e riferimenti incrociati. Una puntata in cui House, per partecipare al giorno della carriera, ruba l’identità a un altro medico, tale dottor Hourani: un nome quasi uguale al suo, ma in fondo molto diverso, ancora una volta a mezza via tra verità e bugia.

E’ bene dire che non si arriva alle estreme conseguenze: alla fine il caso medico è risolto, i pezzi tornano al loro posto e la storia appare chiara, anche se rimane difficile da ricostruire in poche righe (anzi, niente di più facile che mi sia perso qualche passaggio fondamentale!).
Per questo parlavo di “mezzo” capolavoro: perché dopo aver messo tanta carne al fuoco, qualche dettaglio si perde, e non tutti i fili narrativi trovano una degna conclusione audiovisiva: penso alla classe di bambini, ad esempio, che sparisce dalla scena in modo giustificato ma non particolarmente entusiasmante; e penso anche ai ragazzini sbaciucchiosi, che costruiscono con House un’impalcatura discorsiva affascinante (e in aperta discordanza con la loro giovane età), ma priva di un finale realmente potente.

Il concetto, comunque, rimane uno solo: dopo sette anni, siamo ancora qui a stupirci della capacità di questi autori di superare i limiti da loro stessi imposti al prodotto, per offrire 43 minuti che sappiano solleticarci il cervello più di quanto House non faccia già normalmente. E rimaniamo in attesa dell’episodio 15, annunciato in America come nuova perla per gli amanti del cinema e della scrittura coi controcazzi (e noi saremo sul pezzo!).

Dopo tutto questo, qualcuno si lamenta perché il nostro povero zoppo si è innamorato e ogni tanto fa gli occhioni dolci alla sua bella. Non vi sembra quantomeno ingeneroso?

PS Mi sono dimenticato la citazione telefilmicamente più ganza di tutte: uno dei personaggi secondari dell’episodio è un pubblicitario di New York, con giacca e cravatta e capello nero ben pettinato. Se state pensando a Mad Men, sappiate che l’ha fatto anche House, che invece di chiamare il tizio col suo vero nome, Dave, lo chiama Don, come il Don Draper della serie di AMC. Genio…



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