31 Ottobre 2011 17 commenti

Grimm – Ancora i telefilm con le fiabe, per di Diego Castelli

Contro i lupi cattivi, pi

Sono passati pochi giorni da quando i miei soci si sono scannati sopra Once Upon a Time, e subito il palinsesto americano offre la seconda serie fiabesca dell’anno.
Parliamo di Grimm, ovviamente, che dalle frequenze di NBC combatte a colpi di cappucci rossi e lupi cattivi le principesse e i reami fatati di casa ABC.

E vince. No perché è il caso di dirlo subito.

Protagonista è Nick (David Giuntoli), detective che da un giorno all’altro comincia a vedere bestie ululanti e creature spaventose nei volti dei passanti. Ad aiutarlo, facendogli capire che non sta uscendo di testa, è la vecchia zia malata, che gli rivela una verità inaspettata: Nick è l’ultimo discendente della famosa stirpe dei Grimm, e ha il potere di vedere l’invisibile, scoprendo il mostruoso dove gli altri umani scorgono solo la normalità.
In pratica, la serie ci dice che le storie dei fratelli Grimm vanno considerate qualcosa di più che fiabe e leggende, bensì racconti (poco) allegorici su un mondo nascosto alla vista, ma non per questo meno reale.

Meglio di Once Upon a Time, si diceva. Per due ragioni principali.
Tengo a precisare che il mio giudizio nei confronti della serie di ABC è meno duro rispetto a quello del Villa. Certo, ci sono tante ingenuità, ci si prende decisamente troppo sul serio, ma la storia mi ha intrigato quanto basta per spingermi a vedere il prossimo episodio. Il problema innegabile, però, è una vistosa fragilità di fondo, un rischio evidente di puttanata epocale.
Gli autori di Grimm hanno adottato un approccio differente, strutturalmente più solido. Se Once Upon a Time è una fiaba seriale dal futuro quanto mai imprevedibile, Grimm è prima di tutto un crime. C’è un detective, ci sono casi da risolvere, persone scomparse da trovare, assassini da assicurare alla giustizia. L’impianto è quindi classico e, se vogliamo, più rassicurante. Quello che cambia, ovviamente, è che tutti i crimini su cui Rick investiga hanno una componente soprannaturale che solo lui può riconoscere, e che i suoi colleghi nemmeno immaginano.

Da questo punto di vista, il fiabesco di Grimm è meno infantile e in qualche modo più realistico. Once Upon a Time ci fa vedere il vero e proprio regno delle favole, col castello, i nanetti di Biancaneve e mastro Geppetto, e ci dice che quel mondo va salvato dalla nostra realtà, più buia e triste. E al Villa viene l’orticaria, poverino.
Grimm
invece ci dice che le fiabe sono allegorie, mitizzazioni. Questo non significa eliminare il fiabesco – i mostri esistono, punto – ma dargli indirettamente una patina di concretezza, come a dire che Grimm ci farà vedere come stanno davvero le cose.

Questa impostazione sembra più solida e meglio attrezzata per intrattenere e incuriosire lo spettatore, che può appassionarsi a un’investigazione tutto sommato classica, e insieme divertirsi a scoprire rimandi e citazioni. In questo senso, alcuni dettagli sono abbastanza didascalici, ma trattati in maniera meno goffa rispetto al concorrente. Penso ad esempio alla questione di Cappuccetto Rosso: i licantropi – che poi non vengono chiamati così, ma vabbe’ – hanno una predilezione per il colore rosso, e tendono a essere maggiormente attirati dalle potenziali prede che vestono quel colore. Questa spiegazione, apparentemente banale, è invece ottima per dare una giustificazione biologica a un comportamento favolisticamente noto. E così abbiamo una patina di scienza e di “verità”, per spiegare avvenimenti fantastici. Ben più figo di un semplice cestino di mele sul tavolo di una strega che non ricorda di esserlo.

E poi arriviamo all’altra ragione della superiorità di Grimm. Qui c’è almeno un po’ di autoironia, di consapevolezza di sè. Mentre Once Upon a Time si prende sempre sul serio (e più di una volta ti viene da dire “giovane, tiratela di meno che stai parlando di nani e specchi parlanti”), Grimm riesce anche a ridere di sè stesso, dando una chiave di lettura più leggera e scanzonata. Nel pilot, a portare questa freschezza è soprattutto Eddie Monroe (Silas Weir Mitchell), inizialmente sospettato di essere il cattivo, e poi alleato del protagonista. Eddie è un lupo, uno di quelli che di fronte alle ragazzine vestite di rosso comincia a digrignare i denti. Ma è anche un licantropo pentito che fa la dieta, frequenta la chiesa e va a lezione di pilates, per controllare i suoi più bassi istinti.
Come se non bastasse, Eddie ci dà anche un punto di vista opposto rispetto a quello di Nick, ampliando le prospettive narrative: è attraverso di lui, ad esempio, che sappiamo che i Grimm sono per la popolazione fiabesco-mostruosa una specie di leggenda, un mito che viene tramandato da secoli, usato dalle madri per spaventare i cuccioli. Bastano pochi dettagli, insomma, per farci immaginare un’intera società, nascosta ma viva e pulsante quanto la nostra, con le sue regole e le sue credenze, che nelle prossime settimane potremo scoprire e conoscere sia nelle sue componenti più innocue, sia in quelle più inquietanti.
Insomma, un mondo più complesso e intrigante rispetto a Biancaneve e la Matrigna, spiattellate con profluvio di mantelli e spade nel telefilm avversario.

Sia chiaro: non mancano elementi di criticità. Il principale, probabilmente, è proprio il protagonista: David Giuntoli è un attore dal volto pericolosamente anonimo e dimenticabile, che porta ben poco carisma al personaggio di Nick. Peraltro assomiglia in modo inquietante a Brandon Routh, che già di suo era stato portato al cinema solo ed esclusivamente perché assomigliava al povero Christopher Reeve
A parte questo, i possibili rischi sono facilmente identificabili: per ora l’equilibrio tra poliziesco, fantasy e commedia sembra reggere, ma non può che essere un equilibrio delicato, in cui bastano poche semplici stronzate per rendere tutto fastidiosamente ridicolo. Inoltre, gli ottimi dati del debutto di Once Upon a Time (tutti da confermare, sia chiaro) potrebbero suggerire che, se si vuole usare la fiaba, è il caso di non uscire troppo dal seminato. Grimm è più maschile e più adulta, e per me più meritevole, ma non è escluso che possa scontentare sia gli appassionati di crime che gli amanti del fantasy.

Ah, inutile dire che per il Villa questo equilibrio praticamente non esiste.
Se volete anche la sua velenosa ma appagante opinione, mandate un cesto di salumi e formaggi tipici della vostra regione a:

Redazione Serial Minds
Fringe Street 2D
4815162342 Capeside
Massachusetts

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Previsioni sul futuro: Nick risolverà molti casi di natura soprannaturale, scoprendo intanto informazioni sul suo passato e addentrandosi sempre più nel mondo fiabesco che nemmeno immaginava esistere.
Perché seguirlo: alla struttura del crime classico aggiunge la componente fiabesca, senza farla diventare una totale pacchianata. Almeno per ora.
Perché mollarlo: se siete tra quelli che proprio non accettano che a uccidere la vittima di turno possa essere stato un licantropo, un vampiro o una fatina incazzata.
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