12 Aprile 2012 7 commenti

Scandal – Spiegatemi di cosa parla la nuova serie di Shonda Rhimes di Marco Villa

Una serie sui gladiatori in completo. Eh?

Shonda Rhimes, Shonda Rhimes. La donna che ha inventato Grey’s Anatomy. E poi Private Practice. E poi Off The Map. Su dai, da bravi, prendete fogli e matita e disegnate un bel grafico. Visto come va verso il basso quella linea? Altro che la Grecia, è lei il vero fallimento di questi anni. Su Grey’s Anatomy si può dire quel che si vuole, ma le prime stagioni sono dei manuali di scrittura: perfette. Su Private Practice si può dire solo una cosa: meh. Su Off the Map, invece, è meglio non dire niente.

Ora, visto quel grafico, qual è l’attesa nei confronti di questo Scandal? La mia è pressoché nulla. Il credito guadagnato con le avventure di Grey’s Anatomy la cara Shonda Rhimes se l’è ormai ampiamente giocato e Scandal dà l’idea di essere una sorta di ultimo appello. Per l’occasione, la donna che ha creato millemila staff ospedalieri, abbandona le cliniche e cambia genere. Ecco che genere è Scandal? Boh. Boh perché ci sono indagini, ma non ci sono poliziotti. Ci sono avvocati, ma non ci sono processi. C’è il presidente degli Stati Uniti, ma non c’è politica.

Al termine della visione del primo episodio, il più grosso punto interrogativo riguarda proprio il concept della serie. Provo a riassumere: Scandal racconta la storia di Olivia Pope, avvocato e consulente politico, che guida una sorta di task force di legali, a cui gente in difficoltà si rivolge per risolvere i propri problemi ed evitare di andare in tribunale. Con una insistenza quasi irritante, i protagonisti dicono di non essere uno studio legale, ma dei “gladiatori con il completo”. Un quadro piuttosto vago, che da una parte offre a Scandal la possibilità di affrontare casi e situazioni completamente diversi in ogni puntata, senza avere la rigidità del procedurale di genere, dall’altra toglie alla serie qualsiasi struttura di base sull’identità dei protagonisti (identità lavorativa: cosa fanno questi?). A tutto questo, aggiungete una sottotrama dall’aria orizzontale (in tutti i sensi) che vede la protagonista come ex amante del Presidente degli Stati Uniti. Rileggete pure, non avete capito male: ex amante del Presidente degli Stati Uniti.

Del resto che Olivia Pope (sì, sempre lei, la protagonista) sia una tosta, la serie lo fa capire fin dalla prima sequenza, nella quale una giovine apprendista quasi sviene quando scopre di essere stata assunta dal suo studio legale che non è uno studio legale, ma un gruppo di gladiatori con il completo (l’ho già detto? Loro lo dicono una decina di volte in tutta la puntata. Sereni). Ma cosa avrà mai di così strabiliante questa Olivia Pope? Fosse una poliziotta, potrebbe avere un grande talento investigativo. Fosse un legale, potrebbe avere una grande parlantina. Ma Olivia Pope non è un cazzo, quindi l’unica cosa che ha è l’istinto. L’altra parola che viene ripetuta mille volte nel pilot, oltre alla frase fatta gladiators in suit, è gut. Ovvero viscere, stomaco, budella: lei le cose le sente dentro, le basta guardare in faccia una persona (anche in tv) e capisce subito se dice la verità o meno. Dite: già succedeva in Lie To Me, è anche lei una scienziata delle microespressioni? Ma dai, su, non fate gli ingenui, ve l’ho detto: Olivia Pope non è un cazzo. È tipo la vicina di casa di vostra zia, quella che “si sente le cose”. Peccato che, nel solo pilot, la protagonista di Scandal veda fallire già due volte il suo istinto infallibile.

Quindi: concept nebuloso, protagonista con mezza qualità e pure messa in dubbio nel pilot, sottotrame improbabili. Un fallimento? Non del tutto, perché una cosa è certa: Scandal è il miglior prodotto di Shonda Rhimes dopo Grey’s Anatomy. Non ci voleva molto, d’accordo, ma i suoi punti buoni li ha: comprimari interessanti, facce e corpi scelti bene e, soprattutto, dialoghi di ritmo elevatissimo. Sono proprio le battute dei protagonisti a bloccare sul nascere le facce dubbiose che tendono a formarsi durante il pilot. Certo, è il caso di sottolineare durante il pilot: una puntata si può salvare grazie ai dialoghi, un’intera serie, no. E Scandal dà l’idea di essere un telefilm che viaggia già sul filo del rasoio: per ora non ha un’identità definita. Deve trovarla, altrimenti avrà il fiato cortissimo.

Perché seguirlo: per una scrittura velocissima e per un concept che, in quanto vago, può portare da qualsiasi parte in ogni puntata

Perché mollarlo: perché tutto si basa sulla mitologia di una protagonista che mitologica non è. E perché il rischio è che sia un calderone senza elementi definiti.



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