1 Giugno 2012 2 commenti

Common Law – E proteggici dalle serie inutili di Marco Villa

Scappate a gambe levate dalla mediocrit

“E proteggimi dai lacrimogeni e dalle canzoni inutili”, urlava qualche anno fa il buon Vasco Brondi. Sui lacrimogeni, tutti d’accordo, sulla questione inutilità io aggiungerei anche altro, non solo le canzoni. Perché resto convinto che l’inutilità sia il tratto peggiore emerso nella produzione culturale e di intrattenimento degli ultimi anni. Continuando a citare: bene o male purché se ne parli? Certo, ma anche brutto o bello purché mi faccia reagire in qualche modo. Non c’è più tempo per le vie di mezzo, troppa roba da vedere, sentire, leggere. E se il bello va visto e non c’è da spiegarne i motivi, se il brutto merita comunque uno sguardo per capire cosa c’è nel lato oscuro, l’inutile no. L’inutile non merita niente. Ecco perché vi dico, in tutta franchezza: lasciate perdere Common Law.

Common Law è una serie in onda dall’11 maggio su USA Network (e i sottotitoli li fa Subsfactory). Racconta la storia di Travis e Wes, due poliziotti di Los Angeles in perenne contrasto. Indovinate un po’? Uno è superligio alle regole, l’altro uno scavezzacollo che ciao. Se avete bisogno di prendere un attimo di pausa per assorbire lo choc, vi capisco. Common Law è una dramedy, ovvero drama + comedy, geniale invenzione linguistica per evitare di usare l’aggettivo insipido.

Perché Common Law non riesce a essere avvincente nella parte drama (le indagini) e non riesce a essere divertente nella parte comedy (i cazzeggi tra i due). Non è però un disastro, è l’esaltazione delle mediocrità.

E dire che l’inizio non è niente male, con la prima sequenza che vede i due protagonisti impegnati in una seduta di terapia di coppia per risolvere le proprie questioni, insieme a gente che è effettivamente lì con la propria metà sentimentale, non con quella lavorativa. Un’idea carina, interessante, uccisa però da una presenza letale. La dottoressa che guida la terapia è infatti Sonya Walger, già in Lost e presenza velenosissima in Flash Forward, che ammorbò con il suo occhione da mamma Bambi sciaguratamente scampata al proiettile del cacciatore. E già che ci siamo: carico da novanta, anche uno dei protagonisti (Michael Ealey, il nero, perché ovviamente uno è nero del ghetto e l’altro è bianchissimo che di più non si potrebbe) era in Flash Forward, per la precisione nel ruolo dell’agente dei servizi segreti che faceva il misterioso. Roba seria.

Come detto, il problema di Common Law è quello di non convincere sotto nessun punto di vista, pur non raggiungendo mai picchi di oscenità. È una di quelle cose che potrebbe andare su Raidue prima del tg, al posto dei tedeschi che fan saltare la macchine e le autostrade. Magari in quel caso gli dareste anche uno sguardo, in attesa che la polpettina Ikea raggiunga il giusto calore. Ma solo in quel momento e con la consapevolezza che il microonde raggiungerà il suo obiettivo molto prima di Common Law. Anche perché, se l’obiettivo è divertire e intrattenere, ce ne vuole. Menzione d’onore per la scelta di un pilot di un’ora e dieci. Si ringrazia sentitamente. Ah, per la cronaca: i lacrimogeni fanno meno male delle canzoni inutili. E le canzoni durano tre minuti, non settanta. Fate voi i conti.

Perché seguirlo: perché avete quintali di polpettine Ikea da scaldare

Perché mollarlo: perché siete saggi e vi tenete a tre serie di distanza da tutto ciò che è legato a Flash Forward



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