22 Settembre 2010

Boardwalk Empire di Marco Villa

Il kolossal HBO di quest’anno. Sulla fiducia.

Pilot

I pilot sono delle bestie non facili da prendere.
Insidiosi, mentitori, ingannevoli.
E non sto a linkarvi per l’ennesima volta Flash Forward. Anzi no, l’ho appena fatto
Ad ogni modo, per questo motivo eviterò di usare superlativi e paroloni roboanti per il primo episodio di Boardwalk Empire.
Grave sforzo perché ci starebbero tutti.

Boardwalk Empire è il kolossal HBO di questa stagione. Tra i crediti vanta un certo Martin Scorsese, regista del primo episodio e coinvolto in prima persona nella scrittura e nella supervisione artistica del progetto. La serie inizia in concomitanza con l’entrata in vigore del proibizionismo negli Stati Uniti e mostra come gangster, mafiosi e poliziotti di Atlantic City affrontano la realtà di un Paese senza alcool sui tavoli, ma pieno di bottiglie nelle bische e nei depositi della mafia.

Lungi dal voler essere subito esplosivo, il primo episodio si limita a mettere in scena situazioni, personaggi e volti. Soprattutto volti, dal momento che tra gli attori scelti per interpretare i protagonisti abbiamo Steve Buscemi (nei panni del politico corrotto Enoch “Nucky” Thompson) e Michael Shannon (fresco di matricidio nel thriller di Herzog e qui nei panni di un investigatore dell’FBI). Tra i due pendola Michael Pitt (Jimmy Darmody, reduce della grande guerra con un istinto omicida difficile da sopire).

Tutti si muovono in una Atlantic City dai due volti: ricostruiti al dettaglio negli interni, dalle scenografie smaccatamente artificiali negli esterni. Metafora più che evidente della trave portante dell’intera serie, ovvero il continuo cortocircuito tra immagine pubblica e privata, legalità e crimine, istituzione e corruzione. L’esterno è artefatto ed eticamente accettabile per elettori, vedove e popolino (che non si accorgono dell’artificialità o non vogliono accorgersene). L’interno è lussureggiante e ambiguo, ovvero eticamente accettabile per trafficanti, contrabbandieri e gangster.
La gestione dell’alcool sarà presumibilmente la linea narrativa principale, ma già nel primo episodio emergono possibili trame secondarie, capaci di sfaccettare ulteriormente personaggi già tutt’altro che monolitici (si veda il rapporto tra Nucky e la giovane che aiuta).

Se a livello di scrittura il pilot non si spinge molto in là nello sviluppo della trama, a livello di messa in scena e montaggio la strada è tracciata.
E si tratta di una strada prettamente cinematografica, che unisce inquadrature strette e non televisive a un montaggio parallelo utilizzato per accentuare la doppiezza e la non univocità delle situazioni (la sovrapposizione tra l’addestramento dell’FBI e il gioco con i soldatini di Jimmy e suo figlio, il numero dello stand-up comedian e le scene di azione).

Tornando all’inizio, cerco di evitare superlativi e braccia alzate.
Mi limito a dire che siamo di fronte a 70 minuti di altissima qualità, che lasciano intravedere l’esistenza di personaggi forti e memorabili, immersi in un mondo affascinante e morboso. Giusto per dire: The Black Donnellys meets C’era una volta in America.
Se non vi basta per aspettare con ansia il secondo episodio, non so proprio cosa fare.

Previsioni sul futuro: con molta calma e senza fretta, Jimmy e Nucky metteranno in piedi il loro impero dell’alcool. Con ancora più calma e ancor meno fretta, l’FBI si metterà sulle loro tracce.

Perché seguirlo: perché scrittura, messa in scena, interpretazione e montaggio lasciano presagire qualcosa di grosso. E perché dopo una sola puntata HBO ha già rinnovato la serie per una seconda stagione.

Perché mollarlo: perché scrittura, messa in scena, interpretazione e montaggio lasciano presagire qualcosa di grosso. Ma anche qualcosa di lento e di ampio respiro. Insomma, non è per tutti.



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