3 Aprile 2012 13 commenti

Game of Thrones – La seconda stagione di Marco Villa

Game of Thrones riparte con una puntata soft di riposizionamento. Ma non senza chicche.

Prima di Game of Thrones le mie frequentazioni con il fantasy si riducevano alla lettura de Lo Hobbit in seconda liceo, sotto obbligo di una professoressa di italiano fondamentalista ciellina e destrorsissima. Due elementi che certo non mi hanno fatto avvicinare al genere, anzi, me ne hanno fatto allontanare ancora di più, nonostante sia cresciuto in una casa in cui il nome di George R. R. Martin spuntava da decine di scaffali. Ciononostante, niente fantasy. Ma zero interesse, neanche ho visto Il Signore degli Anelli. Noia profonda. Queste divisioni tra elfi, maghi, maghetti, maghelfi. Ma per favore, ma siamo seri. Nonostante tutto questo, un paio di mesi fa mi sono messo alla visione di Game of Thrones. Così, a caso. E su mille consigli di gente che non passa le notti a giocare con carte e dadi. Ed è stato una botta. Nonostante il metalupo (il metalupo, dio santo!).

Se state leggendo questo post è perché avete visto la prima stagione di Game of Thrones e quindi non serve che stia a dirvi perché è stato una botta. Lo sapete benissimo: gli intrighi, la violenza, il fascino dei luoghi, quell’ambientazione da medioevo che fa sempre Sodoma&Gomorra. E poi la cosa migliore di tutte: uno sviluppo delle storie che non crea degli eroi immortali, ma dei protagonisti dalla salute molto cagionevole. Per quanto mi riguarda – e so di non stare per fare la scoperta del secolo – il momento in cui Game of Thrones mi ha conquistato in maniera definitiva è stato quando la testa di Ned Stark è stata separata dal resto del corpo. Lì, in quel momento, c’è stata la certezza che Game of Thrones non fosse solo una bella serie, ma qualcosa di davvero importante. Lì, quando non è intervenuto nessun mezzuccio di scrittura per far cambiare verso alla suspense. O se volete anche quando Khal Drogo è stato ucciso dalla splendida consorte. E sì, in mille hanno scritto che non ci voleva molto, che già i libri sono così: ma io i libri non li leggerò mai, quindi bon.



Un punto della situazione necessario, giusto per fissare qualche paletto, prima di dire che la partenza della seconda stagione è stata un megariassuntone e poco più. Quattro fronti in ballo: la follia del re ragazzino che si scontrerà con lo zio nano (un buon surrogato di bestemmia, peraltro: zio nano), la guerra che sta prendendo forza, quel gran donnino di Daenerys e i suoi draghetti, il grande nord che sta per diventare luogo di morte vero e proprio e non più solo una minaccia.

In questo grande riposizionamento delle pedine, non mancano due scene che sottolineano la potenza narrativa già vista nella scorsa stagione. La prima è la dimostrazione di forza della regina nei confronti di Tommy Carcetti Lord Baelish, con uno scambio di battute che termina in un superandreottiano “Power is power” e l’infanticidio di un povero lattante indifeso, figlio illegittimo del vecchio re.

Poco per una puntata? L’avete detto voi. Qui a Serial Minds siamo pazienti: una puntata di ambientamento ci sta, eccome. Del resto, se c’è una serie che si è guadagnata un diritto di questo tipo, beh, quella serie è Game of Thrones.

 



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