7 Giugno 2012 5 commenti

White Heat – 25 anni di storia inglese in una serie sola di Marco Villa

L’Inghilterra dal 1965 al 1990 nelle vite di un gruppo di ragazzi un filo stereotipati

Brit, Copertina, Pilot

Io ho un problema pesante con le serie che attraversano gli anni. Nel senso che di solito mi piacciono in modo non obiettivo. Ne sono consapevole e questo è il primo dei dodici passi. La colpa è di Heimat, che mi si è impiantato nel cervello durante la tesi e ogni tanto spunta fuori sotto forma di “dai, che mi riguardo il ritorno a casa di Paul Simon o la puntata su Ansgar”. Lo so, ci sono modi più leggeri per rilassarsi. E alcuni anche perfettamente legali, ma ognuno ha le sue croci.

Ad ogni modo, se Heimat è la storia della Germania dal 1919 al 2000, White Heat si propone di essere la storia dell’Inghilterra dal 1965 al 1990. Per l’esattezza, White Heat segue un gruppo di ragazzi che condividono un appartamento nella swingin’ London. Si tratta però di un viaggio a ritroso: il gruppetto viene presentato nel tempo presente, in occasione della morte di uno di loro, evento che li fa riavvicinare dopo anni. Ed evento che li riporta in quell’appartamento condiviso, facendo così partire tutti i ricordi.

Di base quindi, c’è dell’angoscia. Pensate a un gruppo di amici che resta insieme per anni e che poi si perde completamente di vista. Incubo? Più o meno, e infatti tutte le prime sequenze sono pesantissime, con un senso di oppressione costante, che, personalmente, non è dato dalla consapevolezza che qualcuno morirà (passano comunque venticinque anni), ma dalla certezza che qualsiasi tipo di relazione verrà a crearsi è destinata a rompersi. Pesante. Ma bello, perché dà subito una bella spinta alla storia e alla tensione drammatica.

Peccato che, andando avanti nel primo episodio, queste cose in parte si perdano. I vari personaggi, infatti, finiscono per appiattirsi su stereotipi tagliati troppo con l’accetta: il giovane borghese e ribelle, il nero che lotta per non essere più identificato come tale, l’omosessuale, la ragazza di provincia alla scoperta del sesso e così via, fino ad arrivare all’immancabile artistoide disinibita. Se questa caratterizzazione viene in parte giustificata internamente alla storia (con frasette buttate lì sulla scelta dei coinquilini dettata da qualche “esperimento sociologico” del padrone di casa), alla lunga non tiene e rischia di essere un ostacolo enorme allo sviluppo della faccenda. La sensazione è quella di un prodotto che abbia voluto tentare un passo troppo lungo: raccontare venticinque anni di storia e insieme portare sullo schermo lo spettro più ampio possibile della popolazione inglese.

Intendiamoci: White Heat non è per niente brutto e l’idea di non raccontare in continuità, ma di saltare in modo irregolare nel tempo è più che interessante (gli episodi sono ambientati a distanza di anni l’uno dall’altro), resta però il timore che la forza di questa struttura finisca per rendere ancora più evidente l’estremismo dei personaggi.

Di nuovo, intendiamoci: pur nella loro psicologia non proprio profonda, alcuni sono più che interessanti. Il ragazzo di colore cui si accennava, la ragazza di provincia, ma soprattutto, ovviamente, il borghese ribelle, personaggio tragico e che difficilmente riuscirà a risolversi. Non certo il miglior pilot possibile, la fortuna, però, è che White Heat arriverà senz’altro alla fine, evitando di lasciarci l’amaro in bocca provato un paio di anni fa dopo il pilot di My Generation.

Perché seguirlo: per l’ambizione (che va sempre premiata) e la struttura

Perché mollarlo: perché il rischio è quello che i personaggi vengano buttati via proprio in nome di ambizione e struttura

Argomenti bbc, pilot, white heat


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