23 Gennaio 2012 7 commenti

Public Enemies – Colpevole o colpevole? di Marco Villa

Tensione ai massimi per un gran bel drama


È dai primi post di Serial Minds che lo ripetiamo: occhio agli inglesi. Non avranno la spettacolarità dei loro ex sudditi al di là dell’Atlantico, ma di sicuro sono in grado di giocarsela in quanto a qualità e temi trattati. Soprattutto, sono l’esempio a cui dovrebbe guardare l’Italia e Public Enemies è l’ennesimo titolo da cui prendere una lezione.

Public Enemies è un drama in tre puntate da un’ora ciascuna, trasmesso da BBC One. Racconta il rapporto tra un ergastolano che esce in libertà condizionata e la donna che gli fa da supervisore.

Lui è stato condanndato per aver ucciso una diciassettenne, all’epoca la sua ragazza, e dopo dieci anni di carcere prova a reinserirsi nella vita sociale. Lei è appena uscita dall’occhio del ciclone, dopo che uno dei suoi assistiti ha ucciso una ragazza mentre era libero e sotto la sua responsabilità. Il rapporto tra i due è piuttosto classico e improntato su una profonda altalena tra diffidenza, fiducia, rancore e paura.



Entrambi possono affondare per sempre l’altro, ma ne hanno anche bisogno per riabilitarsi agli occhi della comunità.

Per una volta a essere meritevole di applausi, prima dalla realizzazione, è il tema di fondo e il modo in cui viene trattato. Nei 59 minuti del primo episodio, veniamo messi di fronte a situazioni che evitano come la peste qualsiasi tipo di rassicurazione e di aiuto all’immedesimazione. Nessuno dei protagonisti riesce a conquistare chi guarda. Sono persone che hanno sbagliato e per i loro sbagli sono morte due ragazze innocenti. Roba pesante, resa ancora più dura dalla messa in scena del dolore delle famiglie delle vittime, che vedono dei colpevoli (a diverso titolo, ovvio) tentare di ricostruirsi una vita.

Proprio qui sta l’importanza della serie, nell’affrontare temi spinosi come i concetti di riabilitazione e punizione. E proprio qui sale l’incazzatura e un “non saremo mai come voi”, che fa scattare l’ennesimo impietoso riconoscimento di inferiorità della nostra televisione nei confronti di quella britannica. Un prodotto di questo tipo, da noi sarebbe impensabile, esattamente come lo sarebbero serie diverse di cui abbiamo parlato in questi mesi, come Black Mirror e Life’s too short. In un paese che non riesce mai a ragionare serenamente in termini di innocenza e colpevolezza, e condanna – sempre – ogni possibile sospettato, una serie che racconta la vita di un assassino che torna libero dopo dieci anni sarebbe qualcosa di devastante.

A maggior ragione se fosse fatto bene come Public Enemies, che non ha particolari invenzioni visive o di scrittura e che, anzi, a tratti gioca anche facile sui sentimenti e sulle situazioni, ma che tiene incollato alla visione con una sensazione di angoscia e tragedia imminente, che non ti abbandona mai. Soprattutto, mette te, spettatore, alla prova: sei davvero convinto che una persona meriti una seconda possibilità? Domanda terribile, che spazza via tutti i discorsi di facciata e va al nocciolo della questione.

Perchè seguirlo: perchè tira in ballo direttamente la propria concezione di giustizia. E lo fa con una tensione finissima.

Perchè mollarlo: perchè siete lettori di Libero o del Fatto Quotidiano. E quindi, rispettivamente, volete la pena di morte per tutto o non concedete a nessuno la facoltà di sbagliare.



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