19 Giugno 2012 13 commenti

The Killing – Finale di stagione (con spoilerissimi!) di Diego Castelli

Oh, ci han detto chi ha ammazzato Rosie!

Copertina, On Air

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MAI COME OGGI: SPOOOOOIIIIIILEEEEEEERRRRRR!!!

E alla fine ce l’hanno proprio detto.
Era ormai qualche settimana che il vocione tonante e un po’ retorico di AMC ci raccomandava di stare incollati al televisore, perché stavolta il killer di Rosie Larsen sarebbe stato definitivamente svelato. E così è stato, in un finale che poteva sembrare finito troppo presto, e che invece ha garantito un ultimo appassionante colpo di coda.

Bisogna dire che gli autori di The Killing (nel senso più generale del termine) sanno cosa fare quando si parla di suspense. Sono persino troppo esperti, visto che qualcuno, forse non a torto, ha sostenuto che le loro tecniche di creazione della tensione sono persino troppo manifeste, troppo esplicite, per non risultare inevitabilmente artefatte. Pensiamo ai continui cliffhanger di fine episodio, alla musica roboante che sale, a tutti quegli artifici che hanno scritto in fronte “sì, qui c’è della suspense, rabbrividite!”.

Se volete la mia opinione – e immagino di sì perché altrimenti stareste guardando le foto di Belen che limona con l’ennesimo amore della sua vita – queste considerazioni hanno un discreto valore intellettuale, ma non eliminano il fatto che The Killing mi ha tenuto incollato alla poltrona per un anno, 26 episodi e 400 sospettati vari.
Come già scrivevo ad aprile, l’idea di non far finire l’indagine a conclusione della prima stagione (come invece avvenuto nell’originale danese) ha permesso di allargare gli orizzonti del racconto, inserendo nuovi personaggi e scenari, introducendo cospirazioni di più ampia portata che però, intelligentemente, non hanno fatto spostare del tutto il focus dell’investigazione, che invece è in qualche modo tornata lì dove era (quasi) partita, cioè a Richmond e il suo entourage.

La prima stagione era terminata con un finale bello potente, e la seconda è riuscita a tenere alta la tensione mischiando le vicende specificamente poliziesche con i problemi assai umani dei vari protagonisti, prima fra tutti la povera Linden, sempre in bilico tra la detective gagliarda e la psicolabile osssessiva.
L’ultimo episodio, dal canto suo, stava per andare incontro a qualche sonora critica, visto che per molti minuti si è creduto che le responsabilità di Jamie fossero gli ultimi misteri da svelare.
Vero che il povero bastardo andava catturato (anzi, ucciso), e che c’erano altre questioni più “drama” da risolvere, ma giocarsi la carta dello svelamento dell’assassino al penultimo episodio poteva rivelarsi un brutto boomerang.
Astutamente, gli sceneggiatori hanno sì fatto un’importante rivelazione nella penultima puntata, ma si sono tenuti per la fine quella più grossa, cioè il coinvolgimento della zia Terry, che di fatto è la vera assassina della nipote (ancora viva al momento di entrare in acqua).

Il risultato è che l’orologino ha funzionato alla perfezione: una giusta calibrazione di mistery, crime e drama che fino alla fine ha tenuto desta l’attenzione riuscendo a non sacrificare l’intera struttura narrativa alla sola conclusione dell’indagine. Ecco che allora i minuti finali (minuti, non un’intera puntata come poteva sembrare all’inizio) dedicati al filmino di Rosie e alla chiusura psicologica della vicenda risultano azzeccati e non troppo abbondanti.
Certo, l’atmosfera è rimasta plumbea, con Richmond neoeletto sindaco e già pronto a scendere a compromessi con la feccia, e una Linden che in qualche modo non è del tutto soddisfatta del risultato (molti dei veri cattivi sono a piede libero). Ma d’altronde una ragazza morta era, e morta rimane, e il fatto che i genitori possano trarre conforto dal successo della giustizia e dal ricordo su nastro di una figlia più amorevole di quanto ricordassero, non può cancellare il dolore e il male che è stato consumato.

Mi rimane giusto un dubbio sulla gestione dei tempi. Le due stagioni di The Killing, che noi abbiamo visto in poco più di un anno solare, si spalmano in realtà su un arco di neanche trenta giorni, e alcune dinamiche dei personaggi mi sembrano leggermente incompatibili con un arco temporale così ristretto: le accuse al professore di Rosie, che ormai ricordiamo a stento, il periodo di fuga di Mitch, la permanenza di Terry a casa della sorella, sono tutti eventi all’apparenza molto prolungati, ma che a conti fatti si sono svolti in un lasso di tempo molto breve, rendendo un po’ meno giustificate, o magari troppo esagerate, certe reazioni o sviluppi psicologici dei protagonisti coinvolti. Un dazio probabilmente impossibile da non pagare, e che la serie originale aveva evitato cambiando indagine tra una stagione e l’altra. Ma che volete fare, ce ne facciamo serenamente una ragione.

A questo punto, resta un solo, grande interrogativo, che riguarda il futuro della serie. Al momento in cui scrivo queste righe, sperando di non essermi perso qualche passaggio fondamentale, AMC non ha ancora deciso cosa fare con The Killing. Ovviamente, una nuova stagione presupporrebbe un nuovo caso, così come accaduto nell’originale danese, ma si percepisce anche una certa spinta a lasciare tutto così, come una sorta di lunga miniserie (un po’ un ossimoro, ma vabbe’) iniziata e finita dove era giusto che iniziasse e finisse.
Certo, i maneggi solo accennati di Richmond, le questioni psichiatriche irrisolte di Sarah, così come la sua vicenda col figlio e l’ex compagno, lascerebbero ampio margine per un sequel che contempli un nuovo caso criminale e ulteriori approfondimenti su storie già note.
Per quanto mi riguarda, essendo uno che raramente sa dire “basta” coi telefilm, ci spero: le atmosfere cupe, la tensione angosciante e i maglioni improponibili di queste due stagioni sono stati molto diversi rispetto a tutto ciò che c’è in giro in questo momento. Farci un altro giro non mi spiacerebbe affatto.
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