12 Luglio 2012 4 commenti

Consigli per recuperone – Person of Interest di Diego Castelli

Vai John, picchiali tutti!

Copertina, On Air

ATTENZIONE, CERCHERO’ DI SPOILERARE IL MENO POSSIBILE, MA QUALCOSA SCAPPERA’!

Pochi giorni fa, quando vi ho invitato a vedere Scandal, stavo effettivamente “consigliando un recuperone”: ero un tizio che aveva visto una serie e ne consigliava la visione a un pubblico che probabilmente non l’aveva seguita.
Questa volta uso lo stesso titolo (“Consiglio per recuperone”), ma la situazione è sostanzialmente opposta: siete voi che, nel corso degli ultimi mesi, mi avete fatto notare che Person of Interest meritava attenzione, e che non avrei dovuto abbandonarla (considerando anche che ne avevo parlato bene all’inizio).

Che vi devo dire, avevate ragione.

Person of Interest, che ha l’etichetta di “serie di JJ Abrams” pur essendo un po’ meno jjabramosa di altre, ha lavorato in modo diverso rispetto ad altri prodotti: non è iniziata sulla spinta di un pilot clamoroso, facendo parlare di sé e cercando poi di mantenere la share a tuti i costi.
No, Person of Interest, malgrado una certa patina fantascientifica, si è comportata come un crime abbastanza tradizionale: un numero non eccessivo di personaggi principali, casi di settimana, sottotrame più orizzontali a collegare gli episodi (specie dalla seconda metà della stagione), ma non per questo troppo complicate da precludere la visione a chi si è perso qualche puntata.

Soprattutto, la serie ha trovato una sua cifra stilistica, prediligendo un ritmo veloce fatto di inseguimenti, sparatorie e (gran belle) scazzottate, e lavorando sul carisma dei due protagonisti: l’alchimia tra Harold, lo zoppo e asociale genio del computer, e John, l’ex soldato senza paura e coi pugni d’acciaio, ha funzionato perfettamente, tanto da permettere piccole deviazioni e divertissement inaspettati, come l’episodio in cui i due, avendo a che fare con un neonato, sembravano una coppia gay in stile Modern Family. Inutile dire che, oltre alla sceneggiatura, il merito va anche ai due interpreti Jim Caviezel e Michael Emerson, fascinoso e letale il primo, “difettoso” e quasi buffo il secondo.

Ma è tutto il giocattolone che ha funzionato, con il coinvolgimento progressivo e morbido dei due aiutanti poliziotti; il lento ma costante svelamento del passato dei due giustizieri; la crescita della fama dei nostri nel mondo della criminalità organizzata e delle forze dell’ordine (con la leggenda dell'”uomo in completo”). Alla fine della prima stagione, abbiamo l’impressione di aver seguito un serie abbastanza semplice, ma che è riuscita a costruire con pazienza una vera coppia di eroi, con tutta l’epica e la passione che possiamo associare al termine, senza dover usare artifici eccessivamente retorici. Cioè, arrivati ad oggi sarei indeciso se scegliere John o Jack Bauer come guardia del corpo. Forse sceglierei John, c’è sempre il rischio che Bauer decida di torturarti. Così, perché gli va.

Per il momento non stiamo parlando della serie della vita, sia chiaro: dobbiamo vedere come si svilupperranno le linee orizzontali della trama, come verranno gestiti, eliminati o arricchiti i molti personaggi di contorno, e quanto saranno bravi gli autori a costruire un’architettura narrativa che spieghi davvero le origini e i misteri della Macchina, senza sbrodolare in risvolti troppo fantasiosi (che magari vanno bene in Fringe, ma non sarebbero adeguati qui).
Nemmeno possiamo dire che non ci siano stati difetti: alcuni episodi erano più banali di altri, non sempre i combattimenti sono stati spettacolari (sembrerà poca cosa, ma per me conta assai!), e poteva essere gestita meglio, soprattutto nel finale, la figura di Elias: il cattivo della serie – tanto più riuscito e inquietante per chi si ricordava Enrico Colantoni come pacioccoso detective di Veronica Mars – è stato protagonista di tanti ottimi momenti, (primo fra tutti l’episodio in cui è stato introdotto) ma verso il finale di stagione si è come eclissato, lasciando spazio ad approfondimenti sulla Macchina e alla caccia ad altri criminali. Avrei preferito un finale più incentrato su di lui, con una sorta di scontro finale pieno di quei risvolti psicologici assolutamente possibili con un personaggio del genere – malvagio sì, ma con un suo curioso codice morale e con l’infanzia tragica che hanno tutti i buoni cattivi. E’ comunque evidente che Elias ha ancora parecchio da dare, e si farà trovare pronto per la seconda stagione.

Gli ascolti americani non hanno fatto altro che rispecchiare questa evoluzione: partenza discreta ma comunque abbastanza timida, e poi una crescita costante, fino a risultare una delle novità meglio performanti dell’anno. Il merito è di una solidità narrativa costruita con calma e costanza, che ha permesso al pubblico di entrare anche in corsa, per poi rimanere invischiato nei semplici ma efficaci misteri e nel ritmo sostenuto.

Per quanto mi riguarda personalmente, avevo lasciato in sospeso la serie proprio a causa della sua iniziale verticalità. Un problema tutto mio, che ormai conoscete perfettamente. Ma il passaparola, così come deve aver funzionato in America, ha avuto effetto anche su di me: passati piacevolmente la prima decina di episodi, è poi partita la vera e propria scimmia, che non mi faceva assaporare la giornata che non contemplasse almeno un episodio di Person.

E ora, per colpa vostra, c’è un’altra serie da seguire in autunno. Mi toccherà licenziarmi e vivere alle spalle dei genitori.
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