5 Novembre 2012

Malibu Country – La vecchieria al potere di Marco Villa

Una serie già vintage negli anni ’90.

In questo sventurato anno, in cui non esce una nuova serie decente nemmeno accendendo ceri votivi a qualche divinità a vanvera, abbiamo visto molti pilot piuttosto brutti e piuttosto diversi tra loro. Il primo che mi salta in mente è il king of da inutility, quel legal talmente insulso che non si riusciva nemmeno a finire e di cui neppure mi ricordo il nome a memoria (ecco, era Made in Jersey). Oppure la queen of da head against the wall, quell’immane, devastante cagata di Beauty and the Beast. E via così, senza risparmiare pressoché nessuna novità (arriverà il post riassuntivo, non temete).

All’appello degli aborti mancati non aveva ancora risposto “presente” una categoria che negli scorsi anni ci aveva dato enormi soddisfazioni (un solo nome: State of Georgia, dio santo). Una categoria che non si manifesta poi così spesso, per fortuna, ma che, quando lo fa, brilla in tutto il suo fulgore come un falò di fricchettoni su una spiaggia in Salento. La categoria in questione è quella della vecchieria. E Malibu Country ci sguazza come un bimbetto nelle palline dell’Ikea (prima che arrivi il bullo della situazione e ve le faccia mangiare… Scusate, questa è vita vissuta del Castelli, forse non avrei dovuto).

Malibu Country racconta la storia di Reba  (ovvero Reba McEntire, attempata stellina della musica USA), cantante country (capito il giochino con il titolo? Arguti, eh?) che ha smesso di esercitare la professione dopo la nascita dei figli. Quando il marito la tradisce, decide di prendere i suddetti figli e sua madre e di trasferirsi dal tranquillo Tennessee alla lussuriosa California, terra di insidie e peccatori. A sorpresa, nonostante un concept così rivoluzionario, Malibu Country difficilmente entrerà nella storia seriale, se non come portatore insano di – appunto – vecchieria. Ora, appare evidente che una serie di questo tipo non punti né a un pubblico giovane, né a uno particolarmente sveglio/smaliziato. Lo spettatore ideale sembra piuttosto la variante statunitense della gloriosa casalinga di Voghera. E quindi tutto filerebbe, se non fosse per il problema vecchieria, che, dopo un’attesa creata con meccanismi che neanche Hitchcock, vado a esplicare.

Malibu Country è una serie vecchia nel senso che sembra fatta vent’anni fa, anche di più. Basta uno sguardo per avere questa sensazione: le luci, la regia, le risate (e non so se era un problema mio, ma suonavano pure metalliche, da oltretomba), la lentezza della recitazione, i dialoghi da risatine “uh uh uh che sagoma” con la manina davanti alla bocca. Fosse una serie non contemporanea, ma fatta in modo decente, avrei detto: fa schifo, non guardatela, ma ci sta, ha il suo motivo d’essere. Malibu Country no: è come fare un film in bianco e nero non per scelta, ma perché il direttore della fotografia non ha mai lavorato con il colore. Nel 2012.

Guardare Malibu Country fa lo stesso effetto di entrare in qualche vecchio negozio di elettrodomestici: ti sembra di entrare in un mondo parallelo, ma non scatta mai la reazione “uh che figo sono in un mondo parallelo”, perché la sensazione di tristezza (e di un certo squallore) la fa da padrona. Qui è lo stesso: i redneck fuori posto, la loro interazione con (attenzione) degli omosessuali (!), la nonna che ciuccia lecca lecca alla droga (la droga! Che paura! La droga). Poi aggiungeteci il country e ciao. Lasciate perdere va’, venti minuti infiniti.

Perché seguirlo: perché avete sul caminetto la collezione completa (con tanto di rarità) di Reba McEntire e Nashville non vi basta come serie country

Perché mollarlo: perché la vecchieria è letale. E non c’è antidoto.

 



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