30 Ottobre 2012 3 commenti

Nashville – Il musical country che proprio mancava di Diego Castelli

Un nuovo musical che mantiene quel che promette

Alè, anno nuovo, nuovo musical. Dopo Smash, anche questo autunno è arrivata una serie che potremmo definire “erede adulta” di Glee, se consideriamo lo show di Ryan Murphy come capostipite del musical telefilmico degli ultimi anni.

Parliamo di Nashville, ovviamente, che invece di raccontare il dietro le quinte di uno spettacolo di Broadway si concentra sulla musica country, uno dei generi musicali più popolari d’America (anche se quasi solo dai bianchi), e ben poco seguito in Italia. Il motivo, senza dilungarci troppo ché non ho nemmeno le competenze necessarie, è che il country nasce come musica tradizionale, come il nostro liscio o la nostra musica napoletana. E in America è trattata allo stesso modo, con un sacco di gente che la segue, la canta e la balla, e un altro sacco di gente che pensa sia la merda più fumante. Ovviamente ci sono mille sfumature, che vanno dagli irriducibili cowboy col banjo e la barba a gruppi dichiaramente più pop, passando per grandi artisti che magari non appartengono al genere, ma ne hanno subito le influenze.

In questo contesto, Nashville è la capitale del country, dove le aspiranti stelle incontrano le vecchie glorie, e dove i produttori discografici cercano sempre nuove leve a cui mettere un cappello e degli stivali per fargli cantare di amori spezzati, praterie sconfinate e notti di luna.
Nashville (in corsivo) parla prorpio di questo: Connie Britton è una cantante di grande fama, ma che ormai sta percorrendo il viale del tramonto. Hayden Panettiere, invece, fa la nuova star, la Justin Bieber del country, tutta poppeggiante (in senso musicale e anatomico), seguita da uno stuolo di ragazzine impazzite che però non la soddisfano pienamente, visto che lei vorrebbe essere considerata anche dal pubblico più adulto, che invece la ritiene più che altro una gnocca rumorosa.

Ovviamente, le due sono destinate a scontrarsi, perché l’etichetta che le sostiene vorrebbe che andassero in tour insieme, e perché la Panettiere vuole fregare alla Britton il suo storico chitarrista/compositore (che della Britton è anche ex fidanzato). A questo dovete aggiungere il marito di Connie, che su spinta del ricco e ammanicato suocero decide di concorrere alla carica di sindaco.
Se vi sembra che abbia cominciato a parlare poco di musica e molto di dinamiche tra i personaggi, è perché Nashville appare meno “musicale” delle sue cugine. O meglio, si canta parecchio, e da apprezzatore (anche se non clamorosamente esperto) del genere posso dirvi che si ascolta della bella roba. Ma rispetto a Glee e Smash, che sulla componente musicale e coreografica puntano davvero molto, qui il drama è tutto: dal punto di vista strutturale, più che un vero musical Nashville è una specie di Dallas con le chitarre, dove a interessare veramente sono le crude e laceranti dinamiche tra i personaggi. Senza contare che le canzoni sono sempre “vere”, manca cioè quella componente di “cantano e ballano ma siamo solo noi spettatori a vederli così”, che invece è tipica del musical classico.

D’istinto viene subito da patteggiare per la bella ed elegante Connie, mentre la subdola troiaggine della Panettiere ispira in parti uguali desiderio sessuale e voglia di menare le mani. Ma nei pochi episodi finora andati in onda le cose si complicano subito, con giri incrociati di amori, ambizioni professionali e politiche, scheletri nell’armadio che avrebbero bisogno anche di una cassapanca da tanti che sono, e in generale risvolti smaccatamente da soap opera.

Non vorrei però che questo termine ispiri negatività. Perché Nashville non è affatto male. Certo, è quella roba lì, è il drama femminile che incontra la musica country, quindi non potete aspettarvi chissà quali rivoluzioni. Ma la storia regge, il ritmo è giusto, l’atmosfera ha tutto un suo fascino tamarro-campestre, e gli interpreti sono bravi e in parte.
Voglio vedere come va avanti, insomma, sapendo che presto tutte ‘ste starlette acidelle cominceranno a darsele di santa ragione, metaforicamente o meno.

Perché seguirla: fa promesse specifiche (drammi e musica country) e le mantiene.
Perché mollarla: oltre ai drammi e alla musica country non c’è altro.



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