21 Marzo 2013 9 commenti

Girls – La seconda stagione ci è piaciuta. E pure tanto. di mimmogianneri

Tocca già salutare Hannah & Co.


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Girls
è una delle cose più belle della tv odierna, per tanti motivi. Tra questi, il principale è che ha una miriade di quei momenti che hanno fatto per decenni la fortuna (e la noiosità) della cinefilia. Quelle sequenze, scelte visive o atteggiamenti dei personaggi, in cui per un attimo lo spettatore attento e noioso sembra cogliere il senso di tutta l’operazione, del mondo intero – in genere al grido di “è fatta, mi hai fregato, sono tuo, per le prossime tre ore il film può anche essere una merda” – cosa assai rara nelle altre serie televisive, spesso molto irreggimentate nel seguire pedissequamente lo script.

Faccio qualche esempio di momenti in cui ho gridato “genio”, così, da solo nella mia stanzetta. Poi ognuno ne troverà a decine. Penultima puntata della seconda stagione. Siamo al party di Charlie, in un locale di quelli giusti, tutto bianchissimo, molto cool e con un dj da un milione di dollari. Prima (spoilerino) del momento imbarazzante della performance canora di Marnie, una leggera panoramica ci mostra l’ambiente. Accanto a una colonna, al centro del locale, una ragazza, sconosciuta, parla al telefono e piange. La ragazza non la vedremo mai più, non ha alcun senso in termini di “arco narrativo”, ma è uno di quei momenti in cui Girls fa vedere qualcosa al di là di ciò che spiattella: qui, la tristezza e la solitudine di piccole storie personali all’interno dell’affresco super cool di un party all’apparenza gioioso e non intaccabile dalla sfigaggine.

In fondo, Girls racconta proprio i piccoli/grandi scarti tra ciò che i personaggi sono/vorrebbero essere e ciò che gli accade intorno, che inevitabilmente stride con le ambizioni personali o con le interpretazioni razionali che si tentano di dare agli eventi. Ogni personaggio di Girls vive questa piccola contraddizione, un sentimento dello stare in mezzo alle cose e al mondo, avendo la sensazione di esservi partecipi in prima persona, senza riuscire a diventarne protagonisti. Tutto ciò Girls lo racconta in modo, diciamo – che Iddio mi perdoni – cinematografico, nel senso di visivamente pregnante, più che ben raccontato.

Per esempio, un altro “genio” mi era sfuggito in una scena all’inizio dell’ultima puntata della prima stagione, quando, dopo il litigio tra Hannah e Marnie, gli amici aiutano quest’ultima a traslocare e li vediamo portare giù dalle scale un divano. Hannah cerca un po’ di aiutare combinando disastri, Marnie se ne strafotte, finché Adam, armadio com’è, fa tutto da sé. Quella breve scena racconta meglio di qualsiasi dialogo le identità e i rapporti tra i personaggi (la generosità eccessiva e a perdere di Adam, la goffaggine e la tendenza ad essere sempre fuori luogo di Hannah, il disappunto che svela l’egoismo e la puzza sotto il naso di Marnie).

Girls si propone in questo modo nuovo e inaspettato anche nei rapporti con l’industria. HBO, per quanto patria della libertà creativa, impone uno standard. Vale per il finale della seconda stagione, di fatto un po’ tirato per rispondere alla volontà di chiudere gli “archi narrativi” (pfui!). Vale per il tono generale delle serie di HBO, che sono coraggiose, “spinte” (tra mille virgolette), a volte un po’ di default: vediamo culi (qui, uno molto grasso), sesso, gente violenta e menefreghismo come se non ci fosse un domani. Questi codici non sono un’eccezione, sono il suo standard. Non ci stupiamo se i personaggi della tv via cavo sono “cattivi”, perché lo sono nella stessa misura in cui quelli della Rai/ Lux Vide sono buoni, buonissimi, tutti santi e poeti. Quando in una puntata di Girls Adam si masturba per cinque minuti di fronte ad Hannah lo troviamo dunque coerente, non coraggioso. Ma la cosa veramente figa di Girls è quando osa proprio sul terreno del romanticismo o dell’invenzione creativa, nonostante la sua identità di serie “cruda” e “documentaristica” su delle ragazze un po’ fighette e artistoidi; come, per esempio, nella scena in cui, mentre i treni della metropolitana scorrono fregandosene dei destini di chi portano in giro per la città, Shoshanna e Ray dichiarano di amarsi e lui, per la prima volta, rinuncia al suo cinismo, ammettendo di essere un loser.

Girls è potente, importante, emozionante e innovativa proprio perché, ponendo tanti piccoli scarti rispetto alle consuetudini – comprendendo tra questi anche l’apparente incoerenza della storia di lei, sfigata, che si fa un medico ricchissimo dalle fattezze di un modello – si mostra ricercato, vivo, vero. Insomma, personale. Una cosa del genere, in tv, forse non c’è mai stata (e speriamo solo in epigoni all’altezza).
Adesso, con una seconda stagione che sembra essere andata via in un attimo, così, come un’istantanea su un mondo possibile, vicino e intimo, aspettare un anno è un po’ meno duro, quasi fossero ancora lì, che fanno le loro robe, mentre noi le nostre.

 



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