1 Ottobre 2013 10 commenti

Breaking Bad Series Finale. E lacrime. di Diego Castelli

Una serie che non dimenticheremo

Breaking Bad finale (3)
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ATTENZIONE SPOILER! NON LEGGETE SE NON AVETE VISTO IL SERIES FINALE DI BREAKING BAD!!!

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Poco più di tre anni fa scrivevo il mio primo post su Serial Minds (se siete curiosi lo trovate qui). Era un post su Breaking Bad.
Il fatto che fosse da poco finita la terza stagione mi dava ovviamente motivo per scriverne in quel momento particolare, ma ricordo distintamente una certa urgenza, una volontà precisa: la prima cosa di cui avrei scritto sarebbe stata la serie di Vince Gilligan, perché non poteva esistere un blog telefilmico degno di questo nome che non consigliasse la visione di Breaking Bad.
Tre anni dopo siamo ancora qui, ancora a scrivere di Walter White. Purtroppo, per l’ultima volta.

Non c’è un modo facile di affrontare questo finale. O meglio, ce ne sarebbero talmente tanti, di punti di vista e angolazioni, che tutti sembrano meritevoli e nessuno migliore.
Potremmo partire semplicemente dalle emozioni. Ma sarebbe banale, e nemmeno troppo giusto. Banale perché se ancora non avete deciso di guardare Breaking Bad, non sarà questo post a farvi Breaking Bad finale (4)cambiare idea. E se invece siete stati nostri compagni di viaggio, allora non vi serve che io descriva le emozioni provate durante la visione di questo finale, perché le avete vissute sulla vostra pelle.
E oltre che banale sarebbe ingiusto, perché questo episodio non è stato “emozionante”. Per lo meno, non nel senso hollywoodiano del termine. Ci sono state puntate molto più tese e pesanti di questa, molto più strazianti. Se escludiamo la sparatoria finale, e il breve ma significativo addio tra Walt e Jesse, siamo di fronte a un episodio pacato, riflessivo, lento di quella lentezza con cui AMC ha costruito una fortuna. Perché è un addio, lungo e calibrato, pensato non come una fiammata buona solo a far provare un ultimo brivido, bensì come l’agrodolce saluto a un personaggio – e a una storia – che non aveva più bisogno di dimostrare nulla, perché sapeva che i suoi fedeli spettatori avrebbero bevuto ogni parola e ogni inquadratura come se fossero le ultime gocce d’acqua in mezzo al deserto.

Questo ovviamente non significa che non ce ne sia stata, di “storia”. Tutt’altro: questo series finale è l’ultimo colpo di coda di Walter White, l’ultima espressione della sua intelligenza e della sua abilità di stratega. Una rivincita, dopo essere stato messo alle strette da un gruppo di “cattivi” che davvero non meritavano di avere la meglio su di lui. Una rivincita perché, soprattutto, Walt è riuscito a portare a casa alcuni di quei risultati che si era prefisso fin dall’inizio della serie, tra cui la sicurezza economica della propria famiglia e la salvezza di Jesse, a lungo messa in dubbio e rinnegata dallo stesso Walt, salvo poi essere rieletta a obiettivo finale dell’agire del protagonista.
Protagonista che va incontro alla fine che tutti ci aspettavamo, dettaglio più dettaglio meno, perché il karma non esiste nella realtà, ma nelle serie tv probabilmente sì.

Ma tutto questo è superficie. Non ci basta raccontare le emozioni che abbiamo provato o descrivere la qualità della regia, della recitazione e della sceneggiatura. Non ci basta dire che Breaking Bad è stata una serie “bella”, o “appassionante”. E’ troppo poco, ci sembra di non renderle giustizia. Quando incontriamo un prodotto come questo, che sappiamo essere qualcosa di più di un’esca per Breaking Bad finale (6)vendere abbonamenti alla pay tv, vorremmo sempre cogliere un senso più alto, una qualche forma di insegnamento. Non possiamo accettare che ci rimanga solo il ricordo di qualche buona serata.

Ebbene, io credo che Breaking Bad, spogliata delle sue immagini più concrete, della metanfetamina e del sole a picco, dei tormentoni e delle sorprese, ci dica qualcosa sul cambiamento. Sul cambiamento e sul caos.
Fin dal titolo, Breaking Bad è una serie sul divenire. Quel “breaking” è un gerundio che non indica qualcosa di già accaduto, né qualcosa che accadrà. Indica invece qualcosa che sta accadendo. E quel qualcosa è una trasformazione profondissima, fisica e psicologica, tra le più incredibili mai viste in un telefilm, di un personaggio che fin dalla prima stagione viviamo come un nostro doppio. Non nel senso di persona qualunque, o di stereotipo, bensì di essere umano in cui tutti noi possiamo identificarci, per le modalità e i contesti che influenzano il suo agire.
Già perché qui arriva l’altro protagonista oscuro, il Caos. Breaking Bad, pur trattando di un uomo di grande razionalità, è una serie in cui un sacco di cose succedono per caso. Dalla comparsa di un tumore del tutto imprevedibile (nei polmoni di un non fumatore), giù giù fino ad arrivare alla scoperta della vera identità del geniale Heisenberg da parte di un uomo di intelligenza giusto sopra la media, seduto su un water.
Quello che vediamo in Breaking Bad non è tanto l’ascesa e il declino di uomo, bensì i modi sempre diversi con cui quell’uomo cerca di adattarsi a una vita che gli tira addosso fortune e sfighe nella maniera più imprevedibile. L’avevamo scritto anche tre anni fa, e vale ancora oggi: Walter White è prima di tutto un sopravvissuto, uno che si è ribellato al destino avverso lottando con le unghie e con i denti, trasformandosi mille volte (da professore a spacciatore, da boss della droga a fuggitivo, fino a quella specie di fantasma che si muove silenzioso tra le macerie del series finale) e facendo tutto-ma-proprio-tutto ciò che poteva per liberarsi dalle catene di un fato ormai scritto, in un mondo quasi sempre ostile. Un mondo vivo, pulsante, fatto di strane soggettive in cui sembra che gli oggetti guardino i personaggi, e talvolta che gli parlino Breaking Bad finale (5)persino, attraverso un lavoro sul sonoro d’ambiente tra i più ricercati del panorama seriale. Un mondo in cui i valori cambiano continuamente, in cui certi dettagli prendono enormi significati mentre altri diventano quasi superflui, come quella massa di banconote che da mesi gira dappertutto senza che nessuno sappia mai cosa farne, a parte nasconderla e difenderla. Come se Walter White fosse la cavia di un esperimento condotto da chissà quale intelligenza superiore, nascosta al di qua dello schermo e intenta a osservarlo, confonderlo e punzecchiarlo per vedere come reagisce.

Ed è per questo che abbiamo amato Walt così tanto: anche quando aveva ormai superato la fase del povero professore malato, diventando un boss della droga a cui il potere piaceva eccome (l’ha ammesso anche nel finale), non siamo mai riusciti a trovarlo del tutto colpevole. Perché abbiamo vissuto ogni istante di questo suo percorso, e anche nei momenti più bui sapevamo quanto esso sia stato influenzato dagli eventi, più che diretto dalla precisa volontà del personaggio. Certo, Walt poteva evitare di spingersi così oltre, ma lo ha fatto solo per umana debolezza, perché si è lasciato tentare, come potrebbe capitare a me o a voi.

Visto in quest’ottica fatalista e quasi cosmica, da Davide contro Golia, il series finale vuole dunque essere un ultimo grido di speranza per tutti noi, poveri homo sapiens spaventati da questo universo sfuggente e vagamente sadico. Perché se è vero che Walt ha più che altro “reagito” a ciò che la vita gli metteva davanti, se è stato sballottato da un caos che nemmeno il suo genio poteva contenere, allo stesso tempo c’è spazio per uno slancio finale in cui alcuni dei risultati più significativi vengono raggiunti. Le risate di Jesse che scappa – Jesse che è l’altro grande mutaforma della serie, passato da teppistello attirato dai soldi facili a eroe tragico dannato dal senso di colpa – sono prima di tutto risate di incredulità, da parte di un uomo che dopo la morte di Andrea si era arreso, convinto che non gli potesse capitare più nulla di buono.
Invece… be’, invece arriva Walt, il nostro campione, che ha molto sbagliato ma che non ha mai accettato la sconfitta, ed è infine riuscito ad adattarsi ancora, ritagliando un piccolo equilibrio nel Disordine. Certo, ha dovuto pagare un prezzo salato, ma si è guadagnato il diritto di morire sereno, con quella specie di sghembo sorriso che è l’ultima inquadratura della serie e sancisce l’ultima verità: Walter White esce vincitore.Breaking Bad finale

Non so se questo è il vero senso della vita di Walter White, se è solo uno dei molti sensi possibili, o se mi sono inventato tutto. Né credo sia un buon argomento di conversazione con chi non ha mai visto la serie.
Una cosa però la so per certo, ed è molto più semplice: quando fra venti o trent’anni i nostri figli si vanteranno degli splendidi telefilm che staranno guardando, noi potremo fare la faccia da anzianotti compiaciuti e dirgli “sì, va bene, ma tu non hai mai visto Breaking Bad“.



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