13 Giugno 2014 1 commenti

Murder in the First – La terza via delle serie tv crime di Marco Villa

Un omicidio lungo una stagione: la nuova serie tv crime si chiama Murder in the First

MURDER IN THE FIRST

I crime li dividi in due categorie, di solito. Ci sono i procedurali, ovvero quelli che ogni settimana ti propongono un nuovo caso, che viene puntualmente risolto nell’arco di 40 minuti. Poi ci sono quelli orizzontali, in cui il racconto viene spalmato sulle puntate di un’intera stagione (anche più di una, a volte) e il canonico whodunnit viene portato all’estremo, stimolando la curiosità dello spettatore come e più che nei libri gialli. I crime procedurali spesso sono fatti bene, con un mestiere che nessun altro genere seriale ha. Però qui a Serial Minds li snobbiamo con una certa regolarità e presumibilmente continueremo a farlo, esaltandoci invece per quelle serie tv poliziesche che tentano strade diverse. E Murder in the First appartiene senza dubbio a questa categoria. Anzi: è una sorta di ibrido che fa categoria a sé.

Murder in the First è una serie tv in onda su TNT dal 9 giugno (sottotitoli qui). Creata da Steven Bochco (Hill Street Blues e NYPD Blue tra gli altri, ovvero due capolavori del genere crime) ed Eric Lodal, racconta le indagini su omicidi che sembrano slegati tra loro, ma che hanno in realtà come collante il legame delle vittime con un ragazzo prodigio della Silicon Valley. Protagonisti sono una coppia di detective: lei è Kathleen Robertson (la bionda di Boss e – un secolo fa – di Beverly Hills 90210), lui è Taye Diggs, già visto in Private Practice. Lei è una mamma divorziata con prole da crescere, una poliziotta di quelle toste, ma anche materne. Lui è un uomo distrutto, che sta assistendo alla lenta morte della moglia, malata di cancro.

MURDER IN THE FIRST

Come detto, Murder in the First è una serie completamente orizzontale, che fa della lunga indagine sugli omicidi e sul giovane imprenditore tecnologico il proprio cuore. Non mancheranno ovviamente digressioni sui due detective, in particolare sul protagonista maschile, già delineato a fondo nel corso del pilot, mentre la donna viene lasciata un po’ più vaga (tra i comprimari figura anche Richard Schiff, indimenticabile Toby Ziegler di The West Wing, qui nel ruolo di un avvocato senza peli sullo stomaco).

Raccontata così sembra una serie senza novità di sorta: del resto, The Killing ci ha tenuti per due anni inchiodati allo schermo con le indagini sulla morte di Rosie Larsen. Murder in the First, però, ha qualcosa di diverso dalla serie di AMC ed è il tono, che sta a sospeso tra procedurale e narrazione lunga. Mi spiego: guardando il primo quarto d’ora della serie e senza conoscerne l’impostazione, la sensazione è quella di una serie verticale classica, nettamente debitrice nei confronti di NYPD o di Law & Order. Solo procedendo nella visione del pilot si capisce che i 40 minuti non si concluderanno con un colpevole, ma che dovremo aspettare a lungo prima di scoprire se il proto-Zuckerberg della situazione è colpevole o meno.

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Questa incertezza nel catalogare la serie è dovuta soprattutto all’aspetto visivo. La regia del pilot è firmata da Thomas Schlamme, storico collaboratore di Aaron Sorkin e inventore dei celebri walk&talk di The West Wing. Uno serissimo insomma, vincitore di tre Emmy. Nel pilot Schlamme gioca con i riferimenti visivi, alternando scene in esterni in cui sembra di essere nelle serie crime citate in precedenza (camera a spalla, riprese sporche) e scene in interni in cui fotografia e stile di ripresa rimandano al mondo del drama più classico. Questa diversità stilistica rispetto alle serie crime di ampio respiro la si ritrova anche nella scrittura, che prevede scene di strada molto ritmate e senza grosse differenze rispetto allo stile dei procedurali.

In questo sta la spiegazione di Murder in the First come serie tv che fa categoria a sé: l’impianto è orizzontale, ma elementi di scrittura e regia pescano dal crime più classico e procedurale. Una serie diversa, che parte con un pilot interessante, ma che non fa certo gridare al capolavoro: spetta alle prossime puntate far capire se quella diversità è sintomo di una serie ibrida e incapace di trovare una propria identità o se siamo davvero di fronte a qualcosa di nuovo e bello.

Perché seguirla: per la solidità dei nomi coinvolti e per il tentativo di aprire una nuova strada

Perché mollarla: perché il pilot non è di quelli che ti fa scattare in piedi per la standing ovation, tutt’altro.

 



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