11 Marzo 2015 10 commenti

Unbreakable Kimmy Schmidt: Tina Fey + Netflix, aspettative fuorilegge di Diego Castelli

Orfani di 30 Rock, a rapporto!

Unbreakable Kimmy Schmidt (3)

 

 

ATTENZIONE! CHI SCRIVE QUESTO ARTICOLO HA VISTO PER ORA SEI EPISODI DI UNBREAKABLE KIMMY SCHIMIDT. SI PREGA DI NON SPOILERARGLI IL RESTO

 

 

Un predicatore/guru/capo di setta vi convince che sta per arrivare una guerra atomica che distruggerà l’umanità. Voi vi fidate e accettate di rimanere segregate in un bunker per quindici anni. Poi vi tirano fuori e scoprite che tutta la storia della guerra era una bufala del predicatore/guru. Ora che fate?
La vostra risposta potrebbe essere “mi prendo a martellate sugli alluci da tanto sono stata idiota”, ma le cose vanno un po’ diversamente per la frizzante e ottimista Kimmy, protagonista di Unbreakable Kimmy Schmidt, nuova comedy di Netflix creata e prodotta da Tina Fey (la madre di 30 Rock).

Vi do qualche altra informazione di contorno, che poi bisogna fare un ragionamento.
Dopo essere uscita dal bunker Kimmy (interpreta dalla talentuosa e iperdentata Ellie Kemper, ben conosciuta dai fan di The Office) si trasferisce a New York, trova un coinquilino nero, gay e aspirante attore-cantante, e si mette a lavorare come babysitter tuttofare per Jacqueline Voorhees (mitica Jane Krakowski di 30 Rock), una casalinga ricca e annoiata di quelle per cui il botox è una religione e l’invecchiamento una malattia.
Unbreakable Kimmy Schmidt (5)

 

Bene, adesso bisogna dividere la recensione in due parti molto ben distinte. La prima parte si rivolge a chi non ha mai visto 30 Rock, a chi considera Netflix niente più che “un’altra rete”, o comunque a chi si avvicina a Unbreakable Kimmy Schmidt con la mente fresca e libera di chi cerca una buona comedy senza farsi troppe menate da serialminder compulsivo.
Per queste persone, esseri umani rispettabilissimi e che invidio anche un po’, Kimmy Schmidt è un gioiellino. La comicità è quella classica di Tina Fey, con tutti gli elementi che conosciamo: ci sono personaggi idioti e in buona parte ignari di una corposa parte del mondo in cui vivono (e non parlo solo di Kimmy che non sa cos’è un selfie, ma anche di Jaqueline che non ha praticamente idea di come vivano le persone povere); c’è la presa in giro e l’estremizzazione di molti elementi del nostro vivere quotidiano, dall’ossessione per l’apparire a certe distorsioni del linguaggio e dei modi di dire; ci sono moltissime citazioni più o meno evidenti, soprattutto riferite al mondo televisivo e cinematografico, ma senza dimenticare un po’ di politica e di costume. E volendo ci sono pure le guest star gustosissime, come quel Martin Short praticamente irriconoscibile ed esilarante del quarto episodio.
Malgrado quello che vi dirò dopo, è dunque impossibile non consigliare la visione di Unbreakable Kimmy Schmidt: banalmente perché è una serie molto divertente, perché lancia positivi messaggi di ottimismo e autostima senza essere troppo retorica, e perché se andasse in onda una volta a settimana avrebbe un posticino quasi sempre assicurato nei serial moments: si veda ad esempio il tentativo di Kimmy di uscire col vecchissimo e arteriosclerotico Grant Belden, oppure le origini etniche di Jacqueline, su cui non dico troppo perché è una roba deliziosa e non voglio spoilerare.
E nemmeno vi ho detto della padrona di casa di Kimmy, delle sue ex “coinquiline” del bunker, dei figliastri di Jacqueline.
Tutto roba buona, tutta roba che fa ridere. E pure tutta in una volta, tredici episodi da spararsi in vena in una botta sola come da tradizione Netflix.

 

Unbreakable Kimmy Schmidt (2)

 

E ora tocca arrivare alla seconda parte della recensione. È la parte diretta a chi leggendo “Netflix” comincia subito ad agitarsi, a chi leggendo “Tina Fey” prova un moto di commozione, e soprattutto a chi leggendo “Netflix + Tina Fey” si inginocchia, alza le braccia al cielo e piangendo lacrime di sangue urla “Grazie Gesù”.
Insomma, diciamola tutta: un’accoppiata del genere tira su le aspettattive. Le tira su tanto, forse le tira su troppo. E il rischio con le aspettative sproporzionate è sempre quello: che speri nella perfezione. Lo sai benissimo che la perfezione non esiste, non l’hai mai vista e mai la vedrai, eppure finisce sempre che ci speri. Anzi no, peggio, finisce che la pretendi.
E ovviamente Unbreakable Kimmy Schmidt non è perfetta. Se ti metti a fare paragoni (dannati paragoni) ti accorgi che i personaggi di contorno sono molto belli, ma cazzarola non come quelli di 30 Rock. Se cerchi la perfezione ti rendi conto che la Krakowski fa al 70% lo stesso personaggio che faceva nell’altra serie, che può anche essere un plus per molti, ma di certo non aiuta il senso di novità. Se ti aspettavi la rivoluzione ti rendi conto che la rivoluzione semplicemente non c’è, perché la comicità di Tina Fey è più o meno quella che conoscevi già: non potevi ragionevolmente sperare di veder cambiata la tua percezione delle comedy come ai tempi 30 Rock, che è una roba di quasi dieci anni fa (non scherzo, 2006, fa impressione lo so).
È un po’ lo stesso problema di quelli che guardando Better Call Saul speravano fosse dirompente come Breaking Bad. Ma su ragazzi, come poteva? Vince Gilligan aveva già fatto la sua rivoluzione seriale, così come Tina Fey aveva fatto la sua: pensare che lo stesso autore possa farne “un’altra” nel giro di pochi anni è quasi utopico.

 

Unbreakable Kimmy Schmidt

 

Oltre alla componente Tina Fey c’è poi il capitolo Netflix, che in questi anni, soprattutto con House of Cards e Orange is The New Black, ha alzato l’asticella della qualità e dell’innovazione imponendosi come produttore di cose belle e soprattutto cose nuove. In questo senso Unbreakable Kimmy Schmidt non riesce a spiccare in modo così netto sullo sfondo seriale, e rimane una comedy efficace e divertente ma non così distante da cose che bene o male abbiamo già visto. Anche la storia del bunker viene sfruttata relativamente: è chiaro l’intento di creare attrito fra la percezione vintage di Kimmy – ingenua ma in qualche modo sana – e un “futuro” (cioè il nostro presente) particolarmente folle e privo di punti di riferimento, ma a conti fatti non riesce ad andare molto oltre il mero espediente comico.
E se per finire vogliamo essere pignolissimi, trovo ci sia anche qualche minimo problema di ritmo, dato da un montaggio non sempre ottimale e da una colonna sonora che ogni tanto si spegne troppo a lungo, rischiando di lasciare gli attori e le loro battute in un ambiente troppo silenzioso. Il risultato è quello di un leggero scollamento tra una gag e l’altra, come se ci fossero delle pause non necessarie.
È una sfumatura, sia ben chiaro, e soprattutto una sfumatura che potrebbe sparire nel prossimo futuro, quando la macchina sarà più rodata e fluida. Ma intanto è una sfumatura che noti perché, come detto, sei arrivato alla serie con la bava alla bocca.

 

Perché seguirla: Se volevate una comedy divertente e intelligente, Unbreakable Kimmy Schmidt lo è.
Perché mollarla: Se leggendo Tina Fey+ Netflix volevate una serie che vi lasciasse completamente a bocca aperta, ecco, allora no. Per lo meno non ancora.

 

Unbreakable Kimmy Schmidt (4)



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