17 Giugno 2015 7 commenti

Orange Is The New Black – Una storia sempre più corale di Marco Villa

Non si parte con i fuochi d’artificio, ma in fondo chissenefrega: Orange Is The New Black non deve conquistarci, perché l’ha già fatto.

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Nel momento in cui scrivo, tanti saranno a buon punto con la terza stagione di Orange Is The New Black e tanti l’avranno già finita. Noi, come da tradizione, ci prendiamo i nostri tempi, anche perché se il Castelli dovesse guardarsi di fila tutte le 13 puntate di Orange Is The New Black poi dovrebbe mettere da parte qualche sitcom orrenda con le risate finte che guarda solo lui. E questa cosa potrebbe portare a tragedie e scompensi che a confronto il dinosauro ibrido di Jurassic World è un compagnone con cui giocare a Risiko.

Quindi: in questo post parleremo delle prime due puntate della terza stagione, per fare un po’ il punto e capire cosa c’è in ballo. La prima stagione di Orange Is The New Black aveva fatto esaltare tutti, ma proprio tutti tutti tutti. Pur lanciata con un hype infinitamente inferiore rispetto alla “coetanea” House of Cards, è la serie che forse ha mostrato in maniera più forte come Netflix avesse tutte le intenzioni di fare sul serio: non una serie prodotta e interpretata da un nome gigante di Hollywood come Kevin Spacey (che garantiva copertura e clamore), ma una serie corale con interpreti sostanzialmente sconosciuti e una storia potentissima.

Prima stagione da bomba per tutti, seconda stagione con pareri un po’ più sfumati, soprattutto per colpa della storyline legata a Vee, sorta di Crudelia Demon delle carceri, infilata un po’ a forza nella faccenda e altrettanto a forza estratta nel finale. Trattavasi di esperimento, di tentativo di capire come portare avanti tutte le storie personali delle protagoniste senza perdersi in migliaia di microracconti paralleli.

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L’inizio della terza stagione conferma che, per gli autori, la sfida da raccogliere è sempre la stessa, ma che questa volta la soluzione trovata è differente. Le prime due puntate mostrano una vasta serie di storyline, ognuna delle quali molto più chiara e molto meno abbozzata di quanto accaduto un anno fa. Rapido elenco, in ordine del tutto casuale e senza badare al peso che la storia avrà: Piper/Alex again; Red e marito; Bennett + Daya + nascituro; chiusura della prigione; eroina di Nicky + Boo. Nei primi due episodi nessuno di questi temi prende il sopravvento e, soprattutto, viene confermato come Chapman abbia ormai perso il ruolo centrale che aveva nella prima stagione. È una delle tante e il tiramolla eterno con Alex non fa altro che confermare come sia stata in parte accantonata, dal momento che per lei non sembra esserci nessuna novità narrativa di particolare rilievo.

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Orange Is The New Black, insomma, riparte da quello che è sempre stato il suo punto di forza (la dimensione corale), mettendo da parte l’idea di storyline stagionale che aveva caratterizzato, ma in qualche modo anche indebolito, la seconda stagione.

Non si parte con i fuochi d’artificio, ma in fondo chissenefrega: Orange Is The New Black non deve conquistarci, perché l’ha già fatto. Quello che si chiede a questa stagione, invece, è di provare a chiudere alcune trame, prima che diventino stantie: Piper-Alex su tutte, ma anche la stessa Nicky.



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