8 Luglio 2014 13 commenti

Orange Is The New Black 2 – Perché ci piace così tanto di Diego Castelli

Analisi di una serie che sembra normale, ma che normale non è

Orange is the new black 2
OCCHIO, SPOILER SULLA SECONDA STAGIONE!

Eccoci eccoci. Scusate il ritardo ma volevamo essere sicuri che tutti o quasi avessero visto per intero la seconda stagione di Orange Is The New Black. Sto maledetto/benedetto Netflix che sputa fuori intere stagioni tutte in una volta ci mette in difficoltà.

Dunque, seconda stagione della miglior sorpresa dell’anno scorso. Aspettative a mille, paura fottuta che non riesca a ripetersi, ecc ecc.
E invece no: la seconda stagione di Orange è uno spettacolo. Un gioiellino di scrittura e interpretazione che non ha nulla da invidiare alla prima infornata di episodi e che anche quest’anno (un anno coi Fargo e i True Detective) se ne rimane saldamente lì, nell’olimpo dei telefilm.



L’anno scorso il Villa si soffermò molto sulla confezione della serie. E ne aveva ben ragione, visto che raramente ci era capitato di vedere uno show americano in cui dramma e commedia si fondessero in maniera così stretta ed efficace. Si passava dalle risate alla commozione più volte nel corso dello stesso episodio, senza per questo sentire mai uno stacco veramente forte (e quindi posticcio), senza mai avere l’impressione che ci fosse qualcosa fuori posto. Era un orologio, la prima stagione di Orange, e metteva in scena con sorprendente leggerezza e facilità un modo tutto nuovo di vedere il carcere in tv, lontano tanto dalle durezze di un Oz quando dalla suspense escapista di un Prison Break. Soprattutto, ci offriva lo splendido percorso di Piper Chapman, un percorso che, come diceva il socio, era più di scoperta del proprio lato oscuro, piuttosto che di cambiamento vero e proprio.
Orange is the new black 2 (2)

Ebbene, la seconda stagione mantiene quella qualità strutturale e di scrittura di cui si diceva prima. Ancora una volta tredici episodi che ci hanno divertito, intristito ed emozionato, in un caleidoscopio di sensazioni che è riflesso naturale della moltitudine di caratteri di cui è composto il racconto. Una moltitudine arricchita da alcuni (non troppi) personaggi nuovi, che hanno svolto egregiamente una funzione prettamente tensiva e di sostenimento del ritmo. Penso soprattutto alla subdola Vee, la cui parabola fatta e finita è servita a dare una spina dorsale all’intera stagione, riverberandosi su un po’ tutti gli altri personaggi e andando a toccarli spesso nel profondo delle loro convinzioni e dei loro desideri.

Però c’è di più. A uno sguardo distratto Orange Is The New Black potrebbe quasi sembrare una serie normale. Ok, con un’ambientazione magari particolare e diversa dai soliti poliziotti-medici-teenager, ma comunque una serie in cui si parla tanto e bene o male si sta sempre nello stesso posto, manco fosse una sitcom costantemente ambientata in un bar. Eppure, chi ha visto le due stagioni sarebbe disposto a giurare col sangue che c’è assolutamente di più.
E questo di più non può essere solo una questione di toni, di mescolanza di leggerezza e drammi.

Io credo che un primo motivo di entusiasmo riguardi la capacità di Orange di sorprendere. Non nel senso delle rivelazioni clamorose o dei gagliardi twist, che pure ci sono (vogliamo parlare del finale?), bensì nella propensione al rischio e alla novità. La prima stagione colpiva per il suo essere “diversa”, ma con una prima stagione è un po’ più facile.
La cosa bella della seconda è che all’inizio stupisce con una premiere “traslata” in cui non c’è quasi nessuno dei personaggi tanto amati nella prima stagione. Poi, altra sorpresa, si scopre che il primo episodio completamente Piper-centrico non rispecchia assolutamente l’andamento delle puntate successive. Se ci pensate bene, questa stagione ha enormemente amplificato la natura corale della serie, rendendola quasi del tutto indipendente dalle vicende di quella che dovrebbe essere la “protagonista”, e che invece diventa semplicemente “uno dei molti personaggi interessanti”.
Con ancora maggiore forza rispetto alla prima stagione, quest’anno Orange ha puntato tutto sui comprimari, approfondendo le loro storie, consegnando a loro la trama principale (le macchinazioni di Vee) e mostrandoci la straordinaria ricchezza narrativa inscatolata in quelle quattro mura carcerarie.
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Però c’è ancora di più. Nemmeno questo basta a definire la grandezza di Orange, perché considerazioni di carattere strutturale e narrativo titillano la nostra mente analitica ma dicono poco del cuore e delle emozioni.
Trovo che la vera forza di questa serie sia una ragione scivolosa, eppure macroscopica, già incontrata altrove senza che ci facesse lo stesso effetto. Orange Is The New Black costruisce una eccezionale messa in scena della vita del carcerato.

Boh, vabbe’, un post così lungo per arrivare a ‘sta cazzata.
Bravi, esatto.
Noi, dove con noi intendo “gli incensurati”, tendiamo ad avere sempre una percezione stra-ordinaria del carcerato. Nei film e nelle serie tv ci sono prigionieri violenti e cattivi. Oppure innocenti incarcerati ingiustamente e per questo trasformati immediatamente in eroi. Oppure ancora ascoltiamo le parole delle associazioni per i diritti, che parlano delle carceri più o meno come gli animalisti parlano dei canili: trasformano il prigioniero in un cucciolo indifeso da proteggere per il nostro amor proprio di cittadini modello piuttosto che per le sue reali esigenze.
Ebbene, in tutto questo fumo arriva Orange Is The New Black e ci racconta dei carcerati in quanto persone. E lo fa, si badi bene, senza mai “dirlo”, bensì “facendocelo vedere” (tra i due concetti c’è lo stesso spazio che passa tra Un medico in Famiglia e Breaking Bad).
Non sono (salvo eccezioni) violenti malvagi sempre pronti a distruggere le vite altrui. Non sono cuccioli da proteggere, perché quando vogliono sanno tirare fuori le unghie e urlare per i loro diritti. E non sono povere vittime di un sistema cattivo, perché non c’è un solo momento, nelle due stagioni di Orange Is The New Black, in cui l’empatia per un personaggio si trasforma in indulgenza verso il suo comportamento.
Prendiamo la storia da stalker di Lorna. Proviamo pena per lei, ci sta simpatica, partecipiamo del suo dolore. Ma non c’è mai un momento in cui siamo portati a credere che sia ingiustamente dietro le sbarre. È una stalker, probabilmente non ci sta con la testa, e ha rovinato la vita di persone innocenti, e quindi deve stare lì. Eppure, contemporaneamente, è nostra amica, e tifiamo per lei.
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I personaggi di Orange Is The New Black sono così normali, sono così simili a noi nel simboleggiare la capacità di adattamento dell’essere umano, che alle volte ci stupiamo dei loro comportamenti non-telefilmici. Immagino che molti si siano chiesti perché Red, invece di tentare di scappare insieme al figlio che le arriva nella serra, lo usi semplicemente per farsi portare caramelle e altre merci di scambio. Questo perché siamo abituati a storie d’azione e suspense dove sono tutti stuntmen e agenti segreti. Qui no, qui ci sono persone, e le persone normali cercano di rendere più confortevole il posto in cui stanno, senza per questo rischiare tutto (vita compresa) per ideali da cioccolatino.
In questo contesto, allora, la prigione può legittimamente diventare una casa, nel senso di home più che di house: un posto da cui, paradossalmente, non te ne vorresti andare (come nel caso della madre di Daya) o in cui addirittura vuoi tornare dopo esserne uscita (come accade a Piper nel primo e secondo episodio). Una dinamica puramente e splendidamente umana, che ricordo di aver visto con questa forza solo in Le ali della libertà, che però era un film e non una serie costretta a reggere per molti episodi.

Eccola qui, dunque, la vera forza di Orange Is The New Black: la messa in scena di persone che la società etichetta come non-normali, ma che a conti fatti cercano semplicemente una piccola felicità, come me e voi. È il ribaltamento totale del paradigma classico che vede le persone normali diventare eroi. Narrativamente parlando, in Orange Is The New Black sono tutti eroi, eppure non lo è nessuno, e soprattutto nessuno vuole esserlo.



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