14 Giugno 2016 2 commenti

Veep – Una comedy che non delude mai di Marco Villa

L’arrivo di Hugh Laurie ha fatto compiere un altro salto di qualità a Veep

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È veramente cosa buona e giusta ringraziare HBO. Per tutte le cose belle che ci ha dato negli ultimi 15 anni, dai Sopranos in avanti, per quello che ci dà adesso, da Game of Thrones in giù e per il fatto che ha la possibilità di mantenere in onda serie minori come Veep. Di Veep da queste parti abbiamo parlato sempre poco, perché è una serie che fatichiamo a seguire: ci piace un botto, ma un botto davvero, ma per qualche ragione finisce puntualmente per essere ogni anno un recuperone a stagione finita. E lo sappiamo che a voi di queste cose non ve ne frega niente, ma ci tenevamo a farvele sapere.

Così come ci teniamo a farvi sapere che Veep dopo cinque anni rimane una delle comedy più belle in circolazione. Una comedy che viaggia sempre sottotraccia, con poco clamore e ancor meno hype, ma con un livello medio altissimo, cosa non scontata dopo cinque stagioni. La storia è sempre quella: Selina Meyer prima tra gli idioti, dove gli idioti sono tutti quelli che lavorano con lei. Certo, rispetto all’inizio della serie lei è diventata presidente e ora sta affrontando la questione rielezione, ma in fondo di tutto questo ci interessa relativamente. Come dal pilot, così poi in tutte le puntate, quello che conta è il circo che mettono in piedi gli assistenti di Selina.



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Nel corso delle stagioni sono aumentati un po’ di numero, si sono scambiati di ruolo e hanno avuto funzioni diverse, ma anche di questo non ci interessa granché. Il bello di Veep è infatti che ogni cosa ruota intorno a un gruppo di persone che si muovono in blocco, sbagliando sempre tutti e tutto. Se oggi sbaglia uno, domani sbaglia l’altro, quindi conta poco il cosa e il come: sappiamo già che andrà così, quello che ci interessa è vedere in che modo quelli non colpevoli si butteranno come avvoltoi su chi ha commesso la cazzata del giorno.

Questo è il bello, ma ovviamente è anche il limite maggiore di Veep, che non riesce mai ad avere una narrazione degna di questo nome. Nell’ala ovest della Casa Bianca vanno in onda dei teatrini settimanali con parti preassegnate e nessuna possibile deviazione: anche chi viene allontanato, infatti, finisce per tornare, perché l’unico grande “messaggio” che lancia Veep è che il potere dà dipendenza.

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Più che una storia, infatti, Veep è il racconto di come il potere non sia meritocratico, ma sia frutto del caso: ovviamente è l’ultima serie da poter considerare realistica o verosimile, ma è un perfetto ritratto dell’idiota di successo, di quello che, contro ogni senso logico, continua ad occupare posizioni importanti e magari sempre più cruciali. Senza meritarlo, solo perché il potere alimenta se stesso e aprire il club a un nuovo membro significa toglierne una briciola a chi nel club c’è già. È questo il senso finale della serie di Armando Iannucci, che con Veep non ha fatto altro che continuare una riflessione tragicomica sui luoghi di comando già iniziata in Inghilterra con The Thick of It. La quinta stagione di Veep è in pieno svolgimento e la sesta è già stata confermata. Nel nome dell’idiozia, come sempre.

p.s. non abbiamo volutamente parlato di interpreti particolari, ma la meraviglia di Hugh Laurie nei panni del nuovo vicepresidente? Vogliamo parlarne?

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