30 Agosto 2016 2 commenti

Feed The Beast: un elogio piccolo, ma sentito di Diego Castelli

Quando ti vien su l’affetto, tutto il resto passa in secondo piano

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Prima dell’inizio del classico degenero autunnale – ottomila pilot e quell’ansia che ti prende quando decidi di mollare subito una serie che tre settimane dopo potrebbe diventare bellissima – volevo dire due parole su Feed The Beast, il drama culinario di AMC la cui prima stagione è terminata un mesetto fa, il 2 agosto.
Ci tenevo perché me la sono goduta molto, pur non essendo la serie più chiacchierata dell’estate (tipo Stranger Things) e nemmeno quella meno chiacchierata ma di cui da più parti si riconosce il livello stratosferico (tipo The Nigh Of, di cui riparleremo fra un paio di giorni).
Anzi, a voler ben guardare, le recensioni di Feed The Beast non sono neanche tanto positive, e nel mondo della critica c’è una sostanziale indifferenza, con in mezzo qualche insulto.
Ma proprio per questo, Feed The Beast mi permette di parlare di un tema fondamentale per qualunque serie tv, che spesso passa in secondo piano rispetto a valutazioni forzatamente “oggettive” che poi oggettive non sono mai.

Cominciamo col dire che la prima stagione di Feed The Beast è proseguita nell’alveo tracciato dal pilot: il ristorante da ricostruire, i segreti (mal) custoditi da Dion, le difficoltà di TJ a riprendere una vita normale che non comprenda mutismo e bullismo, le deviazioni apertamente criminal-gangster legate a parecchie figure poco raccomandabili che ronzano intorno ai due personaggi principali, le tensioni fra Tom e il padre, i problemi di salute dello stesso anzianotto, i tentativi di Tom di rifarsi una vita (si dice così) con una nuova ragazza.

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Ecco, in tutta questa costruzione di difetti se ne possono trovare diversi. L’equilibrio fra le diverse componenti non è sempre stato perfetto, specie quando si è trattato di suggerire allo spettatore dei potenziali problemi che poi sono sembrati svanire nel nulla (come l’alcolismo di Tom o il fatto che Pilar, prima di farsi spupazzare dallo stesso Tom, si è concessa anche a Dion). Allo stesso tempo, e al contrario, alcune dinamiche sono diventate presto un po’ troppo insistite, in una ripetitività tutto sommato inutile che poteva lasciare spazio a maggiore progressione.
Lo stesso finale, con l’incendio al ristorante che replica quello già avvenuto in passato, arriva a chiudere un cerchio a cui però non serviva quel tipo di chiusura, come se avessimo visto un finale di stagione identico a quello della stagione precedente, anche se in realtà la stagione precedente non c’è stata e, in qualche modo, ci è stata solo raccontata.
E se vogliamo proprio metterci la ciliegina, posso pure dirvi che a me dell’alta cucina frega meno di zero, e sono più felice con tre etti di tagliatelle al ragù cucinate così così, piuttosto che con 56 grammi di una pasta incomprensibile con dentro le ceneri della nonna dello chef, perché-anche-in-cucina-bisogna-sperimentare.

Insomma, ci sono fragilità generali che, senza portare alla bocciatura totale, non consentono nemmeno di mettere Feed The Beast nello stesso calderone di altre grandi serie di AMC.
Allo stesso tempo, a distanza di qualche settimana dal finale di stagione mi trovo a ripensare a Feed The Beast come una delle serie dell’estate che ho visto più volentieri. Il motivo, semplicissimo eppure fondamentale, è che mi importa dei personaggi.
Spesso distratti dallo scintillio della messa in scena, o dalle strizzate d’occhio dei rimandi interni, o ancora dalla calibrazione perfetta di sceneggiature a cui non consentiamo più la minima incrinatura (è uno dei grandi mali della moderna critica popolare su internet), spesso ci dimentichiamo che l’unica cosa che davvero conta, per una serie tv, è che allo spettatore importi qualcosa del futuro dei personaggi. Se non me ne frega nulla dei caratteri che vedo sullo schermo, dei loro problemi e delle loro gioie, che la guardo a fare una serie tv? Al contrario, anche la peggiore ciofeca può rimanere nella nostra dieta seriale, a patto che nel nostro cervello rimanga il tarlo di voler sapere “cosa succederà a quel poveretto”.

Feed the beast (1)

Da questo punto di vista, su di me Feed The Beast ha funzionato benissimo. Pur con la faccia da pescione lesso di David Schwimmer, mi è importato un sacco di Tom, del suo dolore per la moglie morta e per un figlio non ancora guarito, e mi è importato dei segreti terribili che custodivano alle sue spalle, come se fosse un povero tonto che però avrei voluto proteggere. Ma ho avuto a cuore anche la sorte di Dion, fondamentalmente un coglione ma anche uno chef di talento e una persona che vorrebbe rendere fiere le persone a cui vuole bene, anche se la sfiga e un po’ di personale goffaggine ci si mettono sempre di mezzo. E ho provato affetto pure per Pilar, TJ e il nonno, tre personaggi che per mille motivi potrebbero anche risultare odiosi, ma che si portano dietro una loro quota di dolore che non può essere archiviata come se niente fosse, fregandocene completamente.

Molto merito va dato agli attori, sempre in parte, sempre un tantino esagerati ma capaci, proprio per questo, di trasmettere qualcosa di genuino e potente ma allo stesso tempo non troppo pacchiano, specie nei passaggi che potevano scadere facilmente nella soap opera.
Alla fine, la sensazione è quella di aver seguito le vicende di un gruppo di persone che, a vario titolo, ci hanno fatto incazzare – parla, stupido ragazzino! Dì la verità, stupido idiota! Fai sta cazzo di richiesta di midollo, stupido vecchio orgoglioso! – ma a cui alla fine vogliamo bene. Questo affetto non basta per usare paroloni e per consigliare la serie in modo compulsivo a chiunque non l’abbia ancora vista, come spesso ci capita di fare con i telefilm che ci fulminano il cervello. Però basta per presentarci puntuali alla prossima stagione (se ci sarà) e sospirare malinconici all’indirizzo di personaggi un po’ imbecilli, ma che ancora non voglaimo abbandonare al loro destino.

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