17 Novembre 2016 22 commenti

Westworld è la nostra nuova droga. Sì, come Lost di Marco Villa

Westworld ci sta facendo entusiasmare e impazzire

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ATTENZIONE: SPOILER SU WESTWORLD FINO ALLA SETTIMA PUNTATA

Possiamo dirlo, senza avere più paura di essere smentiti tra pochi giorni: Westworld è una grande serie tv. Era stata annunciata in pompa magna e lo slittamento della partenza non aveva fatto altro che aumentare l’hype. Tutti elementi che spesso portano alla delusione, ma non in questo caso. Vale la pena ripeterlo: Westworld è una grande serie tv. Per i temi trattati, per la complessità mai fine a se stessa della scrittura, per la capacità di accendere fin da subito la passione degli spettatori, che si sono buttati in un gioco di interpretazioni e teorie che probabilmente ha solo due precedenti. E si tratta di due precedenti che già sapete tutti, non ci sarebbe bisogno nemmeno di citarli: Game of Thrones e soprattutto Lost.



Game of Thrones soprattutto perché l’obiettivo dichiarato di HBO era quello di creare una nuova saga in grado di far reggere al network l’urto della fine della serie tratta dai libri di George Martin. Il riferimento principale, però, è senza dubbio Lost e non solo per la presenza dell’ormai prezzemolino JJ Abrams. Al pari di Lost, Westworld si presenta come una serie che vuole indagare su alcune domande cruciali dell’essere umano, in particolare in relazione al libero arbitrio, all’esistenza di un destino e al sempreverde scontro tra ragione e istinto. Il tutto affidato a Jonathan Nolan e Lisa Joy, con il primo già allenato da tempo a friggere i cervelli degli spettatori con trame intrecciate oltre ogni umana logica.

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Westworld non fa eccezione: quella che nelle prime puntate -semplificando- si è presentata come una serie su uomini che danno sfogo ai più bassi istinti e robot che cercano di scoprire cosa sia un istinto, nel corso degli episodi si sta rivelando la versione televisiva di una scala di Escher, in cui non è mai chiaro dove sia l’inizio e dove sia la fine. O quale sia la differenza tra umano e meccanico, giusto per dire una cosa estremamente legata al settimo episodio, quello che ha rivelato la natura di Bernard.

Online circolava già da tempo la fan theory che prevedeva la non-umanità di Bernard e chi aveva seguito queste teorie non è rimasto sorpreso dalla rivelazione: al di là dell’essere preparati o meno, non si può non sottolineare come le modalità del disvelamento siano state eccezionali a livello di scrittura. Senza alcun crescendo, senza la costruzione di alcun climax, semplicemente con due parole: “What door?”, che potrebbero diventare un nuovo “Not Penny’s Boat” e che confermano quanto detto pochi secondi prima, ovvero che gli host di Westworld sono stati programmati per non accorgersi di alcune cose.

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Bernard è l’host con più libertà, quello con più potere, ma allo stesso tempo è anche il più schiavo, perché non sa nulla della propria condizione. Per questo, Bernard ha il proprio contrappasso in Maeve, che invece passa da una situazione di assoluta sottomissione a una di consapevolezza. Bernard è protagonista dal primo episodio, ma si scopre che il suo ruolo nell’economia del parco e del racconto è marginale, perché eteroguidato. Al contrario, Maeve acquista sempre più peso e importanza: non fosse interpretata da un’attrice di rango come Thandie Newton, non avremmo mai sospettato che potesse raggiungere questo livello, surclassando l’apparente protagonista dei primi episodi, ovvero Dolores. Entrambe stanno affrontando un risveglio, anche se con tempi e modalità differenti.

E questa è un’altra figata di Westworld: la narrazione non è mai lineare, ma viaggia a scatti, pause, deviazioni, come se avesse bisogno di dimostrare in continuazione di non essere schiava di un loop, di non essere sottomessa allo schema preordinato della perfetta sceneggiatura televisiva.

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Man mano che si procede con le puntate, non solo aumentano i punti di interesse, ma anche i livelli di lettura: nei primi episodi ci sentivamo alla pari del visitatori del parco, che si immergevano lentamente in un mondo con regole diverse, ma quel momento è finito e ora siamo dentro e in balia degli eventi, incapaci di tirarci fuori al pari di William, che ha superato ogni resistenza e si è buttato nella storia. Dopo la rivelazione di Bernard e il risveglio di Maeve, la distanza tra umani e non-umani si sta assottigliando sempre di più e la facilità con cui Ford ha condannato a morte Theresa nei sotterranei della casa-laboratorio è solo la dimostrazione del punto di arrivo finale di questo processo, ovvero la totale mancanza di differenza tra ospiti e visitatori. Tra parentesi: dopo sei episodi di sostanziale cazzeggio, quei pochi minuti ci hanno restituito un Anthony Hopkins impressionante, capace di azzerare tutto quello che ha intorno.

Il suo personaggio è senz’altro quello più enigmatico e all’interno delle storie incrociate di Westworld gioca una partita tutta sua: la gioca con quelli del board ma anche con il man in black interpretato da Ed Harris, ovvero il visitatore/giocatore che lo sta sfidando apertamente, andando a cercare il limite ultimo del parco e delle esperienze che vi si possono vivere. Ford è il creatore, il dio assoluto di questo mondo e per questo non si fa problemi a decidere della vita e della morte di chi si trova all’interno del parco, senza porsi grossi problemi sulla sua natura.

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Tantissimi temi, tantissime storie e sottotrame, tutte portate avanti con evidente attenzione per il quadro generale, ma senza lasciare mai indebolire un arco narrativo e senza mai lasciar passare una puntata in modo indolore. Il parallelo tra il creatore del parco e il creatore della serie tv (di qualsiasi serie tv) è evidente, ma la bellezza di Westworld finora è anche quella di rendere stimolante quello che può sembrare scontato. In attesa di arrivare alla rivelazione fondamentale su Arnold, che in fondo è l’equivalente di Jakob di Lost. E torniamo al punto di partenza.

p.s. lo sappiamo, c’è un gigantesco elefante nella stanza, che riguarda William e le fan theory. Ci arriveremo presto.



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