29 Dicembre 2016 25 commenti

Consigli per recuperone: Bojack Horseman di Diego Castelli

Una comedy animata più realistica della maggior parte delle serie live action (più o meno…)

Copertina, On Air, Pilot

Bojack Horseman (4)

Erano ormai molti mesi che le persone più diverse (la palma del più rompiballe va al nostro Martino Coli) mi tiravano la giacchetta per chiedermi perché non avevamo ancora parlato di Bojack Horseman. La risposta, banalissima, era “Perché non l’ho ancora vista”, ma queste vacanze natalizie sono state un’ottima scusa per un recuperone su cui, a conti fatti, avevano ragione loro.
Perché Bojack Horseman di Netflix è effettivamente una delle migliori serie tv in circolazione.

Creata da Raphael Bob-Waksberg, autore comico americano che ha due anni meno di me (così, per farsi venire male al fegato), Bojack racconta di un attore di Hollywood, un tempo star di una sitcom molto seguita dal pubblico e disprezzata dai critici, che ora si trova a gestire una carriera apparentemente al tramonto, i cui pochi seppur luminosi successi non sembrano dargli granché soddisfazione.
La particolarità del setting, al di là dell’impronta metatestuale che tante volte abbiamo apprezzato da queste parti (la serialità che parla di serialità ci piace sempre), è che quasi tutti i personaggi sono animali antropomorfi: Bojack è un cavallo, la sua agente un gatto, il suo amico/rivale Mr Peanutbutter è un cane, e via così, con le due vistose eccezioni di Diane, la ragazza che nella prima stagione si prende il compito di scrivere un libro sulla vita di Bojack, e Todd, una specie di senzatetto stupidone che gli vive in casa, che sono umani.

Bojack Horseman (3)

Se volessi consigliare la visione di Bojack nel modo più grezzo e banale possibile, dovrei semplicemente snocciolare il cast. Accanto a gente come Will Arnett (che fa Bojack), Alison Brie (mitica Annie di Community, fa Diane), Aaron Paul (chevelodicoafare, interpreta Todd), ci sono una pletora infinita di guest star d’eccezione, nomi per cui serialminder e cinefili si strappano i capelli. Faccio giusto qualche nome: Lisa Kudrow, Olivia Wilde, Stanley Tucci, J.K. Simmons, Tatiana Maslany, Jorge Garcia, Jeffrey Wright (il Bernard di Westworld, quando ancora non era Bernard di Westworld), Jessica Biel, Daniel Radcliffe, Margo Martindale e molti altri.
Ma questo è un mezzuccio, uno specchietto per le allodole per vendere più facilmente una serie che, in realtà, ha moltissimo da dire di suo.

Per dare il senso dell’esperienza offerta da Bojack Horseman vale la pena ricordare un dato curioso: all’inizio, dopo la visione di circa metà della prima stagione, molti critici americani scrissero recensioni negative. E il motivo stava nel fatto che Bojack sembrava presentarsi come una qualunque comedy animata per adulti, magari con qualche buon guizzo qui e là, ma incapace di spiccare sopra concorrenti fortissimi e di più lungo corso, da The Simpsons a Family Guy, passando per South Park. Con la seconda parte della prima stagione, però, arriva la svolta, tanto che molti critici tornarono indietro scrivendo nuovi articoli in cui la serie veniva largamente riabilitata, come un diamante inizialmente coperto di fango e ora rivelatisi nella sua vera natura.

Bojack Horseman (5)

E questa vera natura, il cuore pulsante che davvero distanzia Bojack da quasi tutta l’animazione seriale che c’è in tv, sta paradossalmente all’opposto della comedy: i critici si sono innamorati (e pure io con loro) quando si è scoperto che Bojack Horseman, in fondo in fondo, è un drama assai spesso e pure parecchio triste.
Forte di una struttura narrativa completamente orizzontale, in cui la storia si sviluppa molto più in profondità rispetto alla classica immutabilità dei personaggi animati, Bojack Horseman rifiuta di incastrare il suo protagonista in una gabbia di stereotipi su cui costruire gag sempre uguali. O meglio, la gabbia la crea – è la cornice dell’attore fallito e disastrato, che non riesce a tenere insieme i pezzi della propria vita – ma poi ci racconta in modo preciso e ficcante il tentativo di Bojack di uscirne.
Che sia con la scrittura della sua biografia nella prima stagione, o nel tentativo di rilancio mediatico con un film importante nella seconda, la storia di Bojack diventa la lotta di un uomo per la felicità, un traguardo apparentemente inarrivabile per raggiungere il quale il protagonista si trova a corto di strumenti e indicazioni. In fondo è la storia dei soldi che non fanno la felicità, del successo effimero che non riesce a colmare un vuoto che il protagonista non credeva nemmeno di avere dentro di sé, e che poi invece lo colpisce con la forza delle rivelazioni improvvise.
In poco tempo, al di là della metafora hollywoodiana, la storia di Bojack diventa universale, non solo perché tutti, ognuno nel suo mondo, aneliamo alla felicità, ma anche perché pian piano vediamo il protagonista circondarsi di persone e possibilità che potrebbero effettivamente aiutarlo, ma che lui non riesce a cogliere: dall’amicizia/amore con Diane, al rapporto strano ma solido con Todd, Bojack sembra condannato a fare sempre la scelta sbagliata, a non accorgersi mai di ciò che ha davanti gli occhi, autocondannandosi a un’infelicità che, più che figlia delle circostanze, deriva essenzialmente dalla sua inadeguatezza. Una cosa che fa ancora più male perché costantemente paragonata alla gioia quasi patologica della sua nemesi Mr Peanutbutter, che per sua natura (è un cane giocherellone) è quasi incapace di essere triste, come certe persone che ci capita di incontrare nella vita di tutti giorni e che riusciamo a odiare e invidiare nello stesso momento.

Bojack Horseman (7)

Poco sopra ho parlato della “lotta di un uomo”, che potrebbe sembrare un errore considerando che Bojack è un cavallo. Ma è proprio qui che si vede l’ulteriore genialità della serie: proprio perché Bojack Horseman è un drama vestito da comedy, la trasformazione dei suoi personaggi in animali non fa altro che riequilibrare i pesi, diminuendo il realismo di ciò che si vede, mentre contemporaneamente aumenta a dismisura il realismo di ciò che si prova. In qualche modo, l’umanità interiore del protagonista e dei personaggi che gli stanno intorno viene potenziata dalla sua non-umanità esteriore, un altro modo per dire che in fondo siamo tutti uguali, e tutti dobbiamo attraversare le stesse difficoltà della vita, non importa chi siamo, cosa facciamo, o cosa abbiamo scritto nel codice genetico.
Per noi spettatori occidentali, venuti su con la Disney e Bugs Bunny, Bojack Horseman diventa una specie di “vita adulta” di quelle figure infantili. Come se certi personaggi della nostra infanzia, un tempo costretti alla simpatia e al lieto fine, siano diventati grandi e abbiano incontrato le difficoltà della vita.
Compreso questo corto circuito alla base della serie, diventa allora molto più facile godere della comicità surreale di Bojack, basata in buona parte sullo scarto fra umanità di fatto dei personaggi e caratteristiche prettamente animalesche che ancora si portano dietro (con qualche similitudine con Brian di Family Guy). L’amore vero per Bojack Horseman arriva quando riesci a vedere la malinconia profonda dietro la superficie comica, quell’amarezza di fondo che, invece di rovinare la risata, la rende più consapevole e più vera, più raffinata e intelligente.

Non è un caso che Variety, in un recente articolo, abbiamo messo un episodio di Bojack Horseman in cima alla classifica dei migliori episodi seriali dell’anno. Perché in quell’episodio, quasi completamente muto e basato su una gita subacquea in cui il protagonista si trova a galleggiare in un mondo con cui non riesce in alcun modo a comunicare (è la 3×04, “Fish out of water”), rappresenta forse il punto più alto finora raggiunto dalla serie: il punto in cui anche la fantasia più sfrenata e irrealistica viene messa al servizio di sentimenti, passioni e dolori che più umani non si potrebbero.

Proprio tanta roba.

Bojack Horseman cover

 

 

 



CORRELATI