5 Gennaio 2017 3 commenti

A Series of Unfortunate Events – Lemony Snicket in versione Wes Anderson di Marco Villa

La prima serie del 2017 di Netflix è una favola da divano con un grande Neil Patrick Harris

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Abbiamo chiuso il 2016 con il clamore suscitato da The OA, inauguriamo il 2017 con A Series of Unfortunate Events come primo pilot dell’anno. Due serie diversissime, ma accomunate da un piccolissimo fattore: Netflix. C’è poco da fare, il servizio di streaming è in questo momento al centro del discorso seriale e la sua capacità di creare hype e discussioni è innegabile. Così come è innegabile che quell’hype e quelle discussioni siano dovute a una qualità media sempre molto alta e in questo senso A Series of Unfortunate Events, che verrà pubblicata il 13 gennaio su Netflix, non fa eccezione.

A Series of Unfortunate Events è una serie tv tratta dalla serie di romanzi di Lemony Snicket dedicati ai fratelli Baudelaire, rimasti orfani dopo la sciagurata morte dei genitori nell’incendio della casa di famiglia. Rimasti senza nessuno, i tre fratelli vengono affidati al tremendo Conte Olaf, un parente improbabile che, attraverso sotterfugi vari, riesce a ottenerne la custodia con l’obiettivo di accaparrarsi la ricca eredità. Ovviamente è un supercattivo e costringe i ragazzi a subire ogni tipo di angheria e umiliazione.

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Se titolo e trama vi fanno suonare un campanello, bravi: vuol dire che non avete vissuto sulla cima di un impervio monte sloveno negli ultimi quindici anni. Lemony Snicket è infatti il nome d’arte con cui lo scrittore americano Daniel Handler ha firmato una serie di romanzi per ragazzi di grande successo, da cui è già stato tratto un film che vedeva Jim Carrey nel ruolo del perfido Conte Olaf. La serie di Netflix ripercorre la stessa storia raccontata dal film, ma paradossalmente lo fa con un notevole cambio di ritmo. Dico paradossalmente perché, nonostante la durata sia nettamente maggiore, la serie ha un andamento molto più veloce. Anzi: quasi frenetico.

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La prima impressione che si ha dal pilot è quello di una serie che potrebbe tranquillamente uscire dall’universo di Wes Anderson: dialoghi rapidissimi, inquadrature frontali e un senso per il surreale sempre venato da una certa malinconia. Il narratore Lemony Snicket è spesso in primo piano e guarda dritto in camera, spiegando con fare affettato quanto sia dispiaciuto di dover raccontare una storia così tragica. Nel frattempo, sullo sfondo, i veri protagonisti agiscono e portano avanti la storia. Un linguaggio ben delineato, che ovviamente presenta dietro l’angolo il rischio di diventare di maniera o di risultare indigesto a chi mal sopporta lo stile andersoniano. Sta di fatto che la sensazione è che la serie abbia trovato una chiave nettamente più efficace del film per ricreare il mondo di Lemony Snicket, come già il trailer lasciava presagire.

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Come detto, A Series of Unfortunate Events è tratta da una saga per ragazzi e questo traspare in maniera chiara nel suo essere una favola dark (scusate, ho scritto davvero favola dark): a renderla una serie universale è proprio l’uso del ritmo e l’altissimo livello del cast. Su tutti giganteggia ovviamente Neil Patrick Harris nel ruolo del Conte Olaf, ma si fanno notare anche Joan Cusack nei panni del giudice che abita accanto al cattivone e lo stesso Patrick Warburton, ovvero Lemony Snicket.

A un primo sguardo, A Series of Unfortunate Events è una di quelle serie in cui il tono del racconto è importante quanto il racconto stesso e in questo senso il lavoro degli autori Mark Hudis e Daniel Handler e del (monumentale) regista Barry Sonnenfeld è perfetto. Bastano pochissime scene per entrare nel clima e restare affascinati. A Series of Unfortunate Events è una bellissima fiaba da divano, che rilassa e diverte. Il 2017 è iniziato bene.

p.s. vi consigliamo di guardare con grande attenzione l’ultima sequenza del primo episodio: grande attenzione

Perché seguire A Series of Unfortunate Events: perché la cura è altissima e tutto gira alla perfezione

Perché mollare A Series of Unfortunate Events: perché il rischio che ci sia tanta maniera è dietro l’angolo



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