28 Marzo 2017 1 commenti

Ingobernable – Un guilty pleasure molto guilty e poco pleasure di Marco Villa

Con tanto tanto tanto pathos vi presentiamo la storia di Ingobernable, per gli amici Ingo

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Pur nella nostra bulimia di visioni, qui a Serial Minds abbiamo sempre mantenuto un limite: solo serie statunitensi e inglesi. Magari giusto australiane, oppure in qualche caso una serie tv nordica. Fine. Già si impazzisce così, figuriamoci a diventare cittadini del mondo. Bene, questo proposito ovviamente è destinato ad andare in fumo per i piani di Netflix, che nel corso dei prossimi anni andrà a produrre molti contenuti locali, dove per locali si intendono le nazioni in cui è presente il servizio. Avevamo già visto la francese Marseille e la brasiliana 3%, nel corso dell’anno arriverà la nostra Suburra. Adesso è il turno del Messico, che si presenta su Netflix con Ingobernable, una serie che probabilmente non finirà nella top ten dei capolavori della televisione di tutti i tempi.

Ingobernable è la storia di Emilia Urquiza, primera dama messicana che da qui in avanti, per comodità, chiameremo semplicemente Ingo. Sì, perché ingobernable è l’aggettivo che si può appiccicare al Messico e alla sua tumultuosità, ma in fondo anche a Emilia. E qui già c’è un gran spostamento metaforico che levati. Ingo, come detto, è la first lady messicana, peccato che il presidente muoia, giusto pochi istanti dopo una durissima lite con lei. E qui arriva l’inghippo: dopo essere svenuta&tornata in sé, Ingo capisce che qualcuno la vuole incastrare come omicida e allora via, in fuga nelle strade di Città del Messico. Il tutto operando un unico grande tentativo di mascheramento: bavero alto e occhio sospettoso.

Come sapete, su Serial Minds il sarcasmo vuol dire una sola cosa: anche no. Ingobernable parte fin da subito come una serie che può candidarsi giusto a guilty pleasure, con una sigla che rimanda alla profondità della migliore Anna Tatangelo. Si prosegue sulla stessa riga quando si comprende che ogni azione provoca reazioni mille volte più intense e durature, nel senso di mini-clip da un minuto e oltre con musica drama in sottofondo e ralenti o simili. Insomma: il linguaggio sfocia spesso in quello della telenovela, in cui recitazione sciatta e sopra le righe dominano il panorama. Se la resa degli attori è pecca gigantesca, diverso il discorso per la regia, che al netto di alcuni momenti artificialmente gonfiati di pathos, porta a casa la pagnotta. Confrontandola con un’altra serie local di Netflix, viene da dire che Ingobernabile è migliore di 3% dal punto di vista visivo, mentre paga pegno in termini di cast e scrittura.

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Se la storia e l’ambientazione possono essere interessanti, al termine del secondo episodio crolla sotto zero la voglia di proseguire: nelle prime due puntate non succede assolutamente nulla, o meglio succede una sola cosa. Dopo la morte del presidente tutto resta sospeso in una bolla in cui ogni cosa si ferma: infinite sequenze di Ingo che cammina, il presidente ad interim che si tiene la camicia insanguinata finché questa non si decompone, gente che cammina senza meta nel palazzo presidenziale e la sensazione che la Cirio abbia finanziato gli effetti speciali del sanguinamento. E basta. E questo purtroppo può bastare solo se hai una forza autorale grossa così a livello di messa in scena e scrittura e credo di aver lasciato intuire che non è questo il caso.

Con buona pace di Ingo.

Perché seguire Ingobernable: perché siete dei pasdaran di Netflix o amate un po’ tanto i guilty pleasure

Perché mollare Ingobernable: perché va bene tutto, ma reazioni di due minuti anche no



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