25 Aprile 2017 2 commenti

The Get Down seconda parte: col dovuto rispetto, ma senza esagerare di Francesco Martino

È tornata la serie di Baz Luhrmann

Copertina, On Air

Get down (1)

Se quattro anni fa qualcuno mi avesse detto che mi sarei ritrovato a guardare con gusto un prodotto uscito dalla mente di Baz Luhrmann probabilmente gli avrei dato del pazzo. Il mio rapporto con il regista di Moulin Rouge! e Il Grande Gatsby è da sempre settato su un odio incondizionato verso le sue opere, piene di quelle esagerazioni stilistiche capaci di rendere pesante anche la storia più banale.
Avete presente una chiesa gotica, con tutte quelle guglie e quei rosoni messi lì per riempire di roba qualcosa che magari non ne aveva nemmeno bisogno? Ecco, Baz Luhrmann è questo, un uomo continuamente bisognoso di riempire i suoi racconti di doppie esposizioni, voice over e idee visive che sprizzano la parola kitsch da tutti i pori.
(Sì lo so che così mi attiro insulti, ma la premiata ditta Castelli&Villa mi dice sempre che devo essere sincero, sennò non vale)

The Get Down non fa eccezione, e nonostante Luhrmann sia solo uno dei padri di questa serie, la sua impronta è chiaramente la più forte e riconoscibile. Ma allora come sono riuscito ad andare avanti per undici episodi senza sentirmi male? Se si guarda al passato, ai film usciti dalla mente del regista australiano, è impossibile non notare un filo rosso comune a tutti: che si tratti di un musical, di un melò o di una storia in costume, i prodotti di Luhrmann hanno sempre messo in secondo piano l’aspetto prettamente narrativo, i personaggi veri e cicciosi, quelli capaci di attaccarsi al cuore dello spettatore senza abbandonarlo mai, prediligendo, con varie sfumature, il culto della forma. Ecco spiegata quindi la differenza tra The Get Down e qualsiasi altro abomin… pardon, lungometraggio firmato dal nostro Baz: contrariamente ai suoi prodotti cinematografici, la serie Netflix può avvalersi della formula seriale, raccontando nell’arco di undici episodi una trama capace di far evolvere più corposamente situazioni e personaggi, pur mantenendo intatto lo spirito kitsch del regista.

Get down (1)

Avevamo lasciato i Get Down Brothers sul trampolino di lancio per il successo, pronti a spiccare il volo dopo una prima parte di stagione usata come prologo della loro ascesa. La seconda parte prosegue su quella rotta, cercando di ampliare il discorso in una lotta fra crew che diventa ben presto un fantasy-urbano in cui degli inserti animati tratteggiano l’animo più folle della serie Netflix.
I Guerrieri della Notte incontrano l’hip-hop in un racconto ricchissimo che però finisce per perdersi nella sua vanità, arrivando a girare a vuoto e concludendo il suo percorso in modo non pienamente soddisfacente. Il continuo gioco di rimbalzi tra passato e presente, quello in cui Ezekiel sembra una sorta di Kendrick Lamar, non funziona sempre, soprattutto smette di farlo quando si dimostra un escamotage senza futuro, finendo per somigliare ai continui specchietti per le allodole utilizzati da Luhrmann nelle sue storie.

The Get Down è un prodotto ottimamente confezionato e con alcuni archi narrativi degni di nota (Giancarlo Esposito ancora una spanna sopra tutti), ma bisogna essere ben consapevoli che, in fondo, è un piatto molto semplice splendidamente impiattato, quell’idea furba che siete riusciti a vendere al vostro capo in maniera convincente riempiendola di aggettivi pomposi.
Non sarò mai amico di Baz Luhrmann, ma forse solo conoscente.

Get down (2)



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