20 Giugno 2017 12 commenti

American Gods season finale: pronti alla guerra? di Diego Castelli

Il corposo finale di una serie che è già cult

American Gods (6)

SPOILER SUL FINALE DELLA PRIMA STAGIONE

Dopo l’episodio di settimana scorsa, abile nell’aumentare la suspense pre-finale deviando verso una storia assai affascinante, ma in buona parte “di contorno” (quella del passato di Mad Sweeney e Laura), gli spettatori di American Gods erano ansiosi di tornare a Shadow Moon e Wednesday, e a un finale che potesse tirare un po’ di somme e dare alcune precise soddisfazioni.
Ebbene, Bryan Fuller e Michael Green, nostre nuove divinità seriali, non si sono fatti pregare.



E il farsi pregare, va da sè, è uno dei cardini di tutta la serie.
L’episodio è sostanzialmente diviso in due filoni principali. Da un parte c’è Bilquis, della cui epopea veniamo a sapere dalle parole di Nancy/Anansi, spider-dio e narratore compulsivo. Nancy ci mostra Bilquis nella sua primordiale forma di Regina di Saba, nell’ottavo secolo avanti Cristo, quando era al massimo del suo potere e i suoi adepti, così come i suoi avversari, finivano tutti per diventare orgiastica poltiglia pronta a essere risucchiata nella sua… anima, diciamo così. Sopravvissuta per secoli, e capace di cambiare pelle innumerevoli volte, Bilquis è infine arrivata in America in cerca di fortuna, trovando però la disgrazia dei discepoli uccisi dall’AIDS e un ambiente che, per una dea profondamente femminile, non era esattamente conciliante (scommetto che June di The Handmaid’s Tale era davanti allo schermo a gridare “amen, sorella!).
E proprio qui, quando ormai Bilquis era finita in mezzo a una strada, ridotta a guardare in tv i terroristi dell’ISIS che distruggevano i suoi vecchi templi, è arrivata la mano tesa di Technical Boy, che mostrandole le meraviglie della tecnologia ha potuto convincerla del fatto che un’applicazione simil-Tinder, ma chiamata col nome di lei, poteva portarle nuovamente migliaia e migliaia di fedeli (e la parola “followers”, in realtà, rende assai meglio il gioco di parole).

American Gods (2)

La vicenda di Bilquis non è la più importante dell’episodio, però mette un paletto necessario: nell’approssimarsi della guerra, le due fazioni di dèi vecchi e nuovi cercano di stringere alleanze e preparare il campo di battaglia come meglio possono.
Per una Bilquis che sembra passare con i “cattivi” (e l’ultima scena ce la mostra mentre, come una specie di spia, si reca alla House of the Rock, dove Wednesday progetta di raccogliere le forse a lui fedeli), ci sono però altri soldati importanti da reclutare, e qui torniamo alla vicenda di Shadow e Wednesday.
I due stanno andando in Kentucky, un luogo in fiore in cui stuoli di teneri conigli inseguono la macchina dei due protagonisti in un trionfo di gioia colorata. Quando la strana coppia arriva a destinazione, si apre una lunga sequenza che è senza dubbio una delle migliori, se non la migliore, di questa prima stagione di American Gods.

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Wednesday è andato in Kentucky per incontrare Ostara, che altri non è che Easter, la Pasqua, intesa come dèa della primavera, dell’equinozio, della rinascita e della vita.
Interpretata dalla sempre esuberante Kristin Chenoweth, che Bryan Fuller ben conosce e apprezza dai tempi di Pushing Daisies, Ostara è una padrona di casa esemplare, tutta sorrisi e colori pastello, che intrattiene i suoi ospiti con garbo e felicità, facendo buon viso a cattivo gioco. E il “cattivo gioco”, in questo caso, è il fatto che la Pasqua è stata da tempo inglobata in un cristianesimo che la fa coincidere con la resurrezione di Gesù. E alla festa, ovviamente, Gesù c’è. Anzi ce ne sono parecchi.
In una serie che ha mostrato molta fedeltà al libro da cui è tratta, in termini narrativi ma anche e soprattutto di atmosfera, la scena con i molti Gesù è tutta farina del sacco di Fuller e Green, che decidono di tastare un terreno che Neil Gaiman aveva esplicitamente omesso. Nel romanzo, Gesù non compare mai, e viene più o meno suggerito che sia ancora troppo potente e troppo seguito per interessarsi a una scaramuccia così banale come quella fra gli antichi dèi e le moderne divinità tecnologiche.
Fuller invece decide di ribaltare la prospettiva: invece di un Gesù potente e lontano, ci sono molti Gesù, ognuno legato alle mille fedi, confessioni, varianti assunte dal cristianesimo nel corso dei secoli. Un’idea brillante che permette agli autori di costruire una scena divertente e straniante, e di allargare lo sguardo divino della serie, dando lustro al blasone antico di certe divinità (come la stessa Ostara, o come Wednesday), al confronto di una relativamente giovane come Gesù, che è pure “figlio di”, nemmeno dio in prima persona. E soprattutto, una scena che getta una luce un po’ idiota sulla principale religione occidentale, in cui i litigi interni hanno portato alla nascita di decine di Gesù diversi, tutti carini e gentili, ma nessuno in grado di fare la differenza.

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Non è solo parodia, comunque: dopo un dialogo importante con uno dei Gesù, interpretato per l’occasione da Jeremy Davies (Lost, Justified), Shadow comincia seriamente a smontare il suo scetticismo; e sempre rapportandosi ai Gesù, Ostara comprende il senso delle parole di Wednesday e dei New Gods, che se la contendono promettendole un ritorno al vero palcoscenico dopo secoli passati a vivacchiare dietro le quinte.
Ed è qui, dopo l’arrivo sulla scena di Mad Sweeney e Laura (che scopre l’ampiezza del piano di Wednesday intorno a Shadow), che si arriva allo scontro finale, o meglio all’inizio della guerra.
Alla festa si aggiunge infatti anche Media, in versione Judy Garland in
Easter Parade (in italiano “Ti amavo senza saperlo”) con tanto di sgherri agghindati da Fred Astaire, che subito cerca di convincere Ostara a passare dalla loro parte. D’altronde loro, i nuovi dèi, gestiscono tutta la comunicazione del mondo, i flussi di informazione, e sono quindi loro a dire alle persone cosa pensare e in cosa credere (o non credere).
A questo punto però, di fronte alla prospettiva di perdere una preziosa alleata, Wednesday non può più nascondersi, e finalmente rivela la sua vera identità: lo chiamano con tanti nomi, ma il più famoso è quello di Odino, e nello spiegarlo non si limita a fare un disegnino, ma scatena una tempesta di fulmini che uccide i soldatini di Media, sotto gli occhi esterrefatti dei sopraggiunti Technical Boy e Mr. World.

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Al di là degli effetti speciali e dello sfoggio di potenza, a contare sono anche le parole che dice, l’antico orgoglio con cui Wednesday convince Ostara a riscoprire il suo potere, un potere che può atterrire il cuore degli uomini, costringendoli alla preghiera: “Abbiamo portato via la primavera, dovranno pregare per riaverla”.
La storia di American Gods, dunque, è arrivata a un punto cruciale, dove molte carte (non tutte) sono state messe sul tavolo, dove nomi importanti sono stati pronunciati, molti scettici sono stati convinti, e la prospettiva di una guerra divina, più che una possibilità, è diventata una promessa. Il tutto su uno sfondo allegorico fatto di scontri fra il passato e il presente, fra antico e moderno, tradizione e innovazione, fra continenti e fra culture. Un viaggio che, parlando di provincia americana e creature soprannaturali, ha iniziato a tracciare una strana storia dell’uomo, insieme artefice e vittima del proprio destino.
In attesa di assistere al macello che presumibilmente scoppierà nella prossima stagione, a noi non resta che fare un sentito applauso a Starz e a Bryan Fuller: trasportare in tv il romanzo di Gaiman non era semplice, e loro l’hanno fatto con precisione ed entusiasmo, cogliendo appieno l’atmosfera sospesa e onirica che impregna il libro, riuscendo allo stesso tempo a ritagliarsi spazi di creatività indipendente e ad aggiornarlo a una contemporaneità ben più tecnologica e autoriflessa di quella in cui Gaiman scriveva (lui una scena con uno smartphone non avrebbe potuto scriverla, perché non sapeva cosa fosse). Il tutto, e il bello sta soprattutto qui, senza che fra trasposizione e aggiornamento si sentisse alcuno scarto.

American Gods (3)

Certo, American Gods si porta anche dietro il carattere ondivago dell’originale, e gli episodi successivi al pilot hanno confermato quello che ci dicevamo all’inizio: è stato un percorso pienamente comprensibile, ma non certo lineare, e la reazione a un racconto strutturato in questo modo può variare molto in base al gusto di ognuno.
Ma per coloro che, come noi, si sono arresi alla contorta bellezza della mente di Gaiman e di Fuller, alla loro visione di un mondo in cui l’umano crea il divino e il divino conquista l’umano, beh, è
 stato un viaggio letteralmente da sogno.



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